venerdì 29 giugno 2012

L'immondo profondo #3: Lucky McKee


Vengo da due trasferte consecutive per esami e registrazione voti, sono stanco, accaldato e disidratato, e soprattutto non sono riuscito a trovare un argomento stuzzicante per la rubrica di oggi. Quindi ho deciso di parlarvi di un paio di registi promettenti che fanno ben sperare per il futuro del cinema horror.

Oggi tocca a Lucky McKee



Con una faccia così come si fa a non amarlo ?
Lucky McKee è un giovanotto californiano classe 1975, nel 2001 esordisce con All Cheerladers Die, un mix di horror e commedia che a quanto pare è particolarmente difficile da reperire, ma ci tornerò quando mi capiterà sottomano. Nel 2002 arriva il film della svolta, May. Questa volta l'horror si mischia con il drammatico, o forse sarebbe meglio dire che il dramma si fonde con l'horror, perché May non fa paura, May ti cattura, ti fa innamorare e ti spezza il cuore, soprattutto per merito dell'attrice protagonista, che si carica tutto il film sulle spalle in un ruolo femminile per niente facile da gestire.
L'attrice in questione è Angela Bettis, e May segna l'inizio del sodalizio con McKee. Lei continuerà a recitare in alcuni dei suoi film e lui ricambierà recitando in Roman, il suo esordio dietro la macchina da presa. Io tanto per cambiare me ne sono innamorato.

May diventa un piccolo cult e McKee si guadagna una consistente cerchia di ammiratori, tra cui il sottoscritto. Il lavoro successivo è Sick Girl, un episodio della serie Masters of Horror, che però non ho ancora visto perché il livello della serie era talmente deprimente che dopo 3-4 episodi ero stremato.
Nel 2006 è il turno di Il mistero del bosco, filmetto dimenticabile, infatti lo ricordo solo la presenza di Bruce Campbell. Nel 2008 invece esce Red, basato su un romanzo di quel pazzo di Jack Ketchum, parla di un uomo che cerca giustizia per il suo cane Red, ucciso da un gruppo di bulletti. Il potenziale ci sarebbe, ma per colpa di qualche magagna con i produttori McKee viene licenziato e il film ne paga le conseguenze. Ma poco importa, perchè questa serie di sfortunati eventi porta ad una collaborazione diretta tra McKee e Ketchum, collaborazione felicissima che da vita a quella bomba di The Woman, la consacrazione di McKee e il motivo per cui adesso sto parlando di lui.
The Woman è a sua volta l'adattamento di un romanzo, raccontando la trama a parole si rischia di farla sembrare ridicola, ma preferisco rischiare: un padre padrone violento e misogino trova una donna selvaggia nel bosco e decide di catturarla per “civilizzarla”, così la incatena in cantina e impone la sua presenza al resto della famiglia. Le conseguenze potete immaginarle da voi.
The Woman è un vero e proprio pugno nello stomaco, come quelli dispensati con tanta facilità dal protagonista del film. E' violento, cinico e un po' sfacciato, prende una premessa inverosimile e ci costruisce sopra una tensione che cresce continuamente e si fa sempre meno tollerabile man mano che lo spettatore assiste a tutta una serie di violenze e prepotenze. Certo a volte la messa in scena è piuttosto rozza, tra musiche rock sparate a palla e situazioni al limite del b-movie, ma è anche incredibilmente potente. The Woman è sgradevole, ti fa sentire scomodo sulla poltrona e ti fa desiderare che finisca presto, proprio come uno schiaffo dato ad una donna indifesa, un piccolo gesto che nonostante tutto ci fa ancora rabbrividire.
Il merito, o forse dovrei dire la colpa, è anche di un cast all'altezza delle immagini mostrate.
Angela Bettis interpreta la moglie succube del protagonista, bella e bravissima come al solito, ha tutta la naturalezza di una donna fisicamente e psicologicamente fragile che ha dovuto mandare giù un sacco di rospi. Con il capello corvino è davvero conturbante.
Sean Bridgers è portentoso, non deve essere stato facile interpretare un personaggio tanto detestabile, ma a farsi odiare ci riesce benissimo e il suo volto rimane ben impresso nella memoria.
Ultima ma non ultima Pollyanna McIntosh, La Donna, una bellezza veramente animalesca imbruttita a dovere dal make-up. Passa il tempo a ringhiare, mordere e gridare ma sembra che non abbia mai fatto altro nella vita, e quando cammina incurvata e furtiva è veramente fenomenale.

Intrinseco

mercoledì 27 giugno 2012

Filmbuster(d)s - Episodio #3


I film in sala ora non ci piacciono, fanno schifo, ma almeno è arrivato il teaser trailer del nuovo film di Paul Thomas Anderson a farci emozionare come ragazzine alla prima volta.
E alexdiro s'è inspiegabilmente sciolto anche per il trailer del nuovo film di Zemeckis, mah.
Nel terzo episodio del pocast sul cinema senza peli sulla lingua:

- Il teaser trailer del nuovo film di P.T. Anderson, The Master
- Flight di Robert Zemeckis
- Mereghetti contro tutti

FILM IN SALA
- Detachment
- Rock of Ages
- Chernobyl Diaries


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martedì 26 giugno 2012

Il Recensore Tossico #1: Benvenuti (voi e io)


Salve. Vi do e mi do il benvenuto. Iniziare una rubrica scrivendo come terza parola e sesta parola una parola che non si è sicuri se vada accentata o meno non è cosa saggia, ma del resto è una rubrica che parlerà di cinema e non di grammatica. E sono quasi certo che non vada accentata.

Se fossi un film sarei Three Amigos*.
Se fossi un regista sarei Edgar Wright**.
Se fossi un attore sarei morto.
Fine delle presentazioni.

Permettetemi di inaugurare questa mia modesta rubrica con la più banale e scontata, anche se di poco modificata, delle citazioni. E ve la beccate pure in inglese.


Trash:
1.
anything worthless, useless, or discarded; rubbish.
2.
foolish or pointless ideas, talk, or writing; nonsense.

Titoli di testa.

I film bbbrutti, insomma. O stando a queste definizioni, i film inutili, spazzatura, pieni di idee stupide o senza senso. Quelli scartati.
Tutto molto giusto, per carità. Ma allora perchè così tante persone hanno una insana passione per il genere trash? La risposta più logica è che i film di questa parrocchia si guardano per farsi due risate, per vedere fino a che punto riescono a ridefinire il concetto di bruttura. Certamente è un motivo valido. Ma non basta, si può guardare un film trash ogni tanto, fra un Pasolini e un Kurosawa, se si vuole ridere un po' e basta, magari nel frattempo sentendosi persone intelligenti che spaziano senza razzismo tra Dersu Uzala a Killer Klowns From Outer Space. Si può guardare un film trash con gli amici in una serata a base di birra, canne e stupidità. Ma tutto questo non basta a costruirci attorno una passione.
Io non sono un appassionato di cinema trash (definizione che tengo volutamente larghissima), ma un curioso del cinema trash. E' un genere che mi affascina e che a volte riesce a lasciarmi stupito per il modo in cui riesce ad elevare la bruttezza a vera e propria forma d'arte con una sua, grandissima, dignità. La bruttezza ci salverà. Ed ecco qui la difficoltà insita nell'analizzare film di questo genere. E' brutto e basta o è talmente brutto che ha fatto il giro ed è diventato bello? Ha dei reali meriti che devono essere sottolineati? Oppure tutto affoga in un mare di divertente orrore che incita ad essere benevoli nella valutazione? Oppure tutto affoga in un mare di orrore senza nemmeno risultare divertente? Ecco un esempio. Tromeo & Juliet. Film pessimo, indubbiamente. Ma ha una serie di trovate assolutamente folgoranti. Per quelli di voi che l'hanno visto, la scena in cui Tromeo e la sua bella si incontrano per la prima volta non è splendida, nel suo essere intelligentemente ridicola? O anche la trovata della prigione di vetro di Juliet.  E' trash, è maledettamente trash, ma è bello. E non solo perchè è brutto.
Ora prendete Jesus Christ Vampire Hunter. Gesù Cristo torna fra noi e caccia vampiri a colpi di arti marziali? Sembra perfetto, invece il tutto è ricoperto da una colata di noia e mancanza di idee. Evidentemente gli autori pensavano che un concept (potenzialmente) brillante bastasse a tirar la carretta. Non c'è peggio di un regista e di uno sceneggiatore pigri, a maggior ragione in questo genere. Ci si sente proprio presi per i fondelli. Andremo quindi alla ricerca di quella sottilissima linea rossa fra ciò che è valido e ciò che non lo è, tra cio che trae forza dalla bruttezza e ciò che ne trae debolezza, andremo a caccia di capolavori sottovalutati e ciofeche sopravvalutate. Ogni tanto incontreremo anche tanta mediocrità, e cosa ci salverà dalla mediocrità? Speriamo almeno un'inquadratura, almeno una....

Una piccola precisazione: io non sono un appassionato di film trash, ve l'ho già detto. Il trash è un genere (ribadisco ancora una volta che mi prenderò immense libertà nella scelta dei film da analizzare sotto la vaga etichetta di trash. Tutto quello che rientra nelle definizioni da dizionario potrebbe trovare posto qui dentro.) che mi incuriosisce, e per questo ho deciso di dedicare ad esso questa rubrica. Scoprirò il genere insieme a voi.

I criteri che seguirò? Eccoli. I film che saranno presenti in questa rubrica dovranno essere***:

1) Italiani e/o contenere almeno un mostro. Film con entrambe le caratteristiche saranno un vero festino.
2) Valutati con meno di 5 su imdb.com.
3) Presenti su Youtube, così potrete vederli facilmente anche voi, se ne sarete incuriositi.

La prima pellicola che prenderemo in esame sarà Redneck Zombies, stay tuned.

Ad maiora!


*anche se non è il mio film preferito (ebbè! Però è bellissimo, eh).
** anche se non è il mio regista preferito.
***ovviamente a mio insindacabile giudizio i criteri potranno essere cambiati\stravolti\ignorati.

lunedì 25 giugno 2012

Il bianco e il nero #2: Veronica Lake


Renè Clair "She was a very gifted girl, but she didn't believe she was gifted."

Veronica Lake è uno di quei nomi indimenticabili dei tempi  d’oro della Hollywood anni 40-50. Quella dei divi ma soprattutto delle dive. Quella dei film annunciati a grande voce nei cinegiornali come eventi storici. Quella delle ville e dei compensi megagalattici. Eppure la storia di Veronica Lake è praticamente sconosciuta al grande pubblico a paragone con gli altri mostri sacri del passato. 
Constance Frances Marie Ockelman nasce a Brooklyn il 14 Novembre 1922 (per un periodo si disse 1919, per renderla maggiorenne a inizio carriera). All’età di 12 anni perde il padre, ucciso da un esplosione sul lavoro. Dopo un solo anno la madre si risposa e con il nuovo marito inizia un girovagare tra il Canada, Miami, lo stato di New York e infine Hollywood. La sua bellezza le dona amicizie in ogni luogo dove la famiglia si stabilisce. Ben presto si avvicina al mondo del cinema.  
Il padrino la iscrive al Bliss Hayden School of Acting nel 1938. Nel giro di un anno si ritrova a recitare piccole parti in film come Sorority House, All Women Have Secrets, Dancing Co-eds. Neanche una riga di dialogo, ma siamo solo agli inizi. Continua a studiare e nel 1941 appare nel film I cavalieri del cielo a fianco di Ray Milland. Il pubblico se ne innamora. Nasce ufficialmente, dopo la richiesta degli studios di cambiare nome, Veronica Lake.

Sembra incredibile ma questa icona del cinema avrà una carriera che non vedrà il sorgere degli anni 50. La Paramount la mette sotto contratto e con I dimenticati di Sturgees (nonostante la giovane età è già sposata (primo di quattro matrimoni) e sul set è incinta di 7 mesi. Solo la costumista e la moglie di Strugees ne sono a conoscenza) diventa nota in tutta america soprattutto per il suo taglio di capelli, il pickaboo bang (in italiano il cucu-settete ndr), ovvero una ciocca di capelli che le copre metà volto, dandole un aura di affascinante mistero. In realtà l’acconciatura era nata per mascherare una lieve forma di strabismo.  Il taglio diventa così di moda (ispirò Jessica Rabbit) che tutte le donne se lo fecero tanto da causare un problema a livello nazionale. Gran parte di queste donne erano operaie e il taglio copre metà della visuale (una foto della Lake che rende l’idea http://tinyurl.com/7fcdjgc per un servizio dove mostrava il dolore che provoca la chioma incastrata nel macchinario) causando così una miriade di incidenti sul lavoro. Il governo americano arriverà a chiedere all’attrice di cambiare acconciatura con una richiesta ufficiale per evitare ulteriori pericoli. E tutto ciò è fantastico, ma avverà in seguito.
Da qui in poi ogni suo film è un successo di critica e pubblico. Il fuorilegge del 1942 inaugura il sodalizio con l’attore Alan Ladd (venne scelto perchè basso abbastanza da non far sfigurare la piccola Lake, alta 1.50. Ladd diverrà una vera star) con cui reciterà in 7 film, molti noir, tra cui La chiave di vetro e La Dalia Azzurra.
La sua paga passò dai 75 dollari a settimana del 1941 ai 4500 a settimana del 1944 diventando così la più pagata di Hollywood, capace come nessuna di rappresentare il lato oscuro e intrigante della femminilità. Ma la sua carriera aveva già, incredibilmente, iniziato la discesa. Veniva piazzata in molti filmacci o commediole sgangherate dove il suo talento non poteva emergere. L’ultimo successo e film decente è proprio La Dalia Azzurra nel 46.
La Paramount provò ancora a utilizzarla ma la destinava sempre  a filmacci minori e la scaricò definitivamente nel 49. La sua carriera era praticamente finita. Passò dall’essere nessuno alla numero uno al mondo e al licenziamento in soli 8 anni.  La sua personalità e la malattia (già da piccola le fù diagnosticata una forma di schizofrenia) contribuirono alla caduta. “The bitch”, come la chiamavano le colleghe, era solo all’inizio di un periodo terribile comprendente una citazione in tribunale da parte della madre e una dal fisco, la dichiarazione di bancarotta e il divorzio dal secondo marito nel 1952.
Per una decina d’anni si cimentò con la televisione e il teatro ma non riscontrò mai un vero successo e abbandonò del tutto il mondo della recitazione. Iniziò a bere pesantemente (cosa che la portò spesso dietro le sbarre) e la malattia si acuì, diventando anche paranoica e credendo che l’FBI la spiasse. Nel 1962, quando quasi tutto il mondo l’aveva ormai dimenticata, venne scoperta in un bar, a Manhattan dove lavorara come cameriera, per star più vicina ai liquori e dove viveva in un alberghetto di quart’ordine. Era uno sfacelo, irriconoscibile, denti marci, capelli mal tenuti.  Marlon Brando (con cui forse ebbe un flirt) appena seppe della notizia le mandò un assegno di mille dollari che Veronica non incassò mai per orgoglio ma incorniciò alla parete della sua casa, dove lo mostrava agli amici.
Lo scoop le ridiede fama e tornò in scena per qualche piccolo fallimentare film, ma ormai la malattia era troppo grave, non le era più permesso vedere i suoi tre figli e venne ricoverata in una clinica in Inghilterra (non prima di sposarsi per un ultima volta). Uscì nel 1973 ma morì pochi mesi dopo per epatite, sola e povera, a appena 50 anni.
Diceva di se “You could put all the talent I had into your left eye and still not suffer from impaired vision [...] I will have one of the cleanest obits of any actress. I never did cheesecake like Ann Sheridan or Betty Grable. I just used my hair”. Frasi che descrivono alla perfezione come dietro quei modi e quella faccia da stronzetta, ci fosse una persona modesta, inadatta a quel successo ingestibile che la usurò completamente e la gettò, usata e presto dimenticata, sul ciglio della strada. Assurdamente, forse fu proprio il privarla del suo look, dei suoi capelli, che le accorciò la carriera. Ciao peek-a-boo girl.


Nella prossima puntata: La scelta di Rossella O’Hara, come funzionava nel 1939 il casting di un ruolo epocale.

domenica 24 giugno 2012

Take Shelter di Jeff Nichols


Nelle sale dal 29 giugno
Curtis (Michael Shannon) è un uomo fortunato, ha un buon lavoro nell'edilizia, una bellissima moglie (la sempre radiosa Jessica Chastain) e una figlia non udente che ha bisogno di un costoso apparecchio acustico, ma tutto scorre bene e i soldi non mancano.
La notte però è tormentato dagli incubi, il cielo si ammanta di strane nuvole e riversa sulla sua casa una pioggia giallognola, gli animali si comportano in modo bizzarro, e un gruppo di uomini in impermeabile cerca di rapire sua figlia. Sono solo sogni, ma con il tempo si fanno più intensi, Curtis si sveglia bagnato di urina e comincia ad avere visioni anche di giorno, è tormentato dagli attacchi di panico ma non ne parla a nessuno, forse per non mostrarsi vulnerabile o forse perché l'ombra della malattia di sua madre lo terrorizza. Fatto sta che i medici non sembrano capirlo e i farmaci perdono efficacia, così Curtis decide che c'è davvero una catastrofe naturale all'orizzonte e investe tutti i suoi soldi nella costruzione di un rifugio, arrivando a compromettere relazioni familiari e lavorative. Esiste davvero una minaccia o sta cercando solo di negare la sua malattia ?
Intrigante questo Take Shelter, un po' thriller soprannaturale, un po' dramma psicologico, ti attira dentro questa famiglia modello di persone normali con problemi normali, gente che va in chiesa tutte le domeniche e subito dopo cascasse il mondo deve spararsi un pranzo interminabile con tutta la parentela. E poi bam, arriva qualcosa che la sconvolge, i segreti, i soldi che finiscono, la mancanza di fiducia, Curtis inizia ad alienarsi tutti e a compromettere tutto, eppure nell'aria c'è sempre il dubbio, l'ombra di una malattia mentale che darebbe il colpo di grazia al nucleo famigliare o quella di una profezia che se si avverasse porterebbe un altro tipo di distruzione. E Nichols riesce a trasferire sulle immagini tutto il peso del dramma, la fotografia così calda e rassicurante nelle prime sequenze si fa sempre più lugubre durante gli incubi, dove i toni caldi si fondono al grigio soffocante delle nuvole e al giallo innaturale della pioggia creando un'atmosfera aliena e opprimente. E man mano che Curtis si chiude nella sua ossessione anche la realtà si fa più tetra, il cielo si ricopre di nuvole che però portano solo deboli temporali, quasi a volersi prendere gioco di lui, e gli spazi aperti vengono via via rimpiazzati da quelli chiusi degli studi psichiatrici, delle cliniche o del bunker in costruzione.
Michael Shannon contribuisce brillantemente con tutta la sua particolarissima presenza fisica. La fronte perennemente corrucciata, lo sguardo quasi animalesco e una stazza non indifferente danno al personaggio l'aspetto di un uomo imponente e sicuro di se reso però fragile dal dubbio e dall'incertezza, il classico giovanotto del sud tutto casa e lavoro che non può ammettere di essersela fatta addosso perché non si addice all'uomo di casa. Praticamente regge tutto il film su di se e se la sbriga benissimo.
Jessica Chastain come al solito è una presenza mistica, basta che stia in scena e per me è tutto più bello. Ma al di là del mio innamoramento, la sua interpretazione è un valore aggiunto in un film già di per se ottimo, ancora una volta riesce a dare genuinità e naturalezza al personaggio di una madre. Gran parte del coinvolgimento è dovuto proprio alla forte armonia tra lei e Shannon, insieme riescono a dar vita ad un nucleo familiare verso cui è difficile non provare empatia man mano che inizia a sgretolarsi.
Con questo tipo di storie il rischio di cadere nel grottesco o nel ridicolo è sempre forte, soprattutto quando si azzarda ulteriormente con un mix di generi apparentemente molto distanti, ma evidentemente Nichols sa quello che fa e lo sa fare molto bene, ad aiutarlo un cast in stato di grazia e una fotografia di gran classe. Sicuramente un regista da tenere d'occhio.



Intrinseco

sabato 23 giugno 2012

Detachment - Il Distacco di Tony Kaye


Henry Barthes è un supplente di letteratura che viene ingaggiato da un istituto della periferia americana in cui il rispetto per la figura autoritaria dell'insegnante è una pratica ormai dimenticata. Dovrà fare i conti ogni giorno con una generazione di studenti senza ambizioni la cui deriva dei valori è prima di tutto conseguenza della mancanza di volontà e dell'incapacità dei genitori di comprendere ed educare i propri figli. La voce narrante del protagonista mette dunque in discussione il ruolo dell'insegnante, il cui obiettivo non è più, per l'appunto, insegnare, ma “sopravvivere” per un'ora e fare del distacco il succo dei rapporti con gli alunni. Un distacco necessario per poter affrontare con lucidità i problemi della vita al di fuori della scuola quali un nonno ricoverato in un istituto di cura che ha perso il lume della ragione e una ragazzina di strada che Henry prende in simpatia e accoglie in casa.
Detachment, diretto da Tony Kaye, è l'equivalente cinematografico di quelle foto realizzate senza alcuna nozione di fotografia da chi ha scaricato instagram dall'App Store e pensa di fare arte immortalando paesaggi o, citando Stewie Griffin, una sedia vuota, applicando qua e là filtri a caso: ovvero un'idea tutto sommato potenzialmente buona rovinata dall'incompetenza e dalla pacchianeria dell'autore.
Ed è un pensiero che ti salta in mente sin dai titoli di testa “arricchiti” dalle non necessarie testimonianze dal vero di veri insegnanti con vere esperienze (la ripetizione è voluta) sottolineate da un brano solo piano di un'invadente colonna sonora che, per tutta la durata del film, impone le emozioni piuttosto che suggerirle, figlia di un didascalismo che permea la pellicola in modo stucchevole.
Se un dialogo è ben scritto, e quelli scritti da Carl Lund non erano niente male, non c'è bisogno di ripetere il concetto espresso; Kaye invece lo ribadisce in ogni occasione per tre volte, non solo attraverso la voce dei personaggi ma anche tramite disegni che si materializzano in stop motion sulla lavagna (che vorrebbero fare il verso alle sovrimpressioni di Edgar Wright) e tramite la voce fuori campo del protagonista illuminato da una luce rossa stile camera oscura.
Una struttura ridondante, ulteriormente appesantita dall'ossessiva ripetizione dello stesso flashback, che rende la visione estenuante oltre ogni limite della sopportazione nonostante l'indubbia efficacia di alcune sequenze, ben riuscite per merito sopratutto dell'interpretazione di un notevole cast, tra cui spicca la performance di Adrien Brody, finalmente in un ruolo che si confà alle sue caratteristiche, ben lontane dall'eroe d'azione di Predators o dalle scadenti atmosfere horror del recente Dario Argento.
E' evidente l'incapacità di Kaye di lavorare per sottrazione e di gestire le tre storyline, soffocate da suddetta ridondanza e private dell'approfondimento necessario, specie per quanto riguarda il rapporto di Henry con i propri alunni, inizialmente scontrosi come inspiegabilmente accondiscendenti nel poco coraggioso finale, che cade inesorabilmente nel clichè della classe difficile che si innamora del nuovo professore.
Un consiglio spassionato: se volete guardare una pellicola decente sulle dinamiche di classe della scuola odierna, guardate La Classe – Entre le murs di Laurent Cantet e risparmiate i soldi del biglietto

venerdì 22 giugno 2012

L'immondo profondo #2: Suspiria e Maniac

Certe news ti tolgono il sonno

Vi starete chiedendo cos'hanno in comune a parte il genere due film come Suspiria (1977) e Maniac (1980). Non ci siete ancora arrivati ? Dai che è facile... esatto, hanno girato o stanno girando dei remake. Di Suspiria se ne parlava da un pò, fino a qualche tempo fa era solo un rumor che vedeva Jessica Harper (protagonista dell'originale) in veste di produttrice insieme a Natalie Portman che ormai veniva data per certa anche nel ruolo di protagonista. Più avanti venne fuori anche il nome di jessica Alba, poi il silenzio, tanto che molti se ne sono dimenticati e la news è finita nel mucchio dei rumors mai confermati.
E invece no! A settembre sono cominciate le riprese, e sono sicuro che sarete tristi quanto me nel sapere che Natalie Portman e Jessica Harper non hanno nulla a che fare con il progetto, forse perché
hanno perso interesse o forse perché in realtà non sono mai state coinvolte.
Alla regia c'è David Gordon Green (ma come chi è ? E' quello di Strafumati e Lo Spaventapassere...) tra i produttori Luca Guadagnino e nel cast compaiono Isabelle Fuhrman (Orphan, The Hunger Games) nel ruolo di protagonista, Michael Nyqvist, Janet McTeer e Isabelle Huppert. Della sceneggiatura originale pare però che non sia rimasto più nulla, il che non è obbligatoriamente un male, l'accademia di danza è stata sotituita da un campus europeo e la banda di stregacce è stata rimpiazzata da una “misteriosa organizzazione”, staremo a vedere.
Ma passiamo a Maniac, di questo mi sembra si sia parlato un po' meno, eppure è stato protagonista di una delle ultime proiezioni notturne del Festival di Cannes (a proposito, se ne parla abbastanza bene) quindi è già bello che ultimato e pronto a sbarcare nelle sale, alla regia c'è Franck Khalfoun (-2 Livello del terrore) e alla sceneggiatura Alexander Aja, mentre Franck Zito questa volta è interpretato da quel bel faccino di Elijah Wood (ugh...).
Per quelli di voi che non lo conoscono, Maniac era un horror/thriller del 1980 diretto da William Lustig e interpretato da Joe Spinell (Rocky, Il Padrino), che si era così appassionato al progetto da partecipare anche come co-sceneggiatore. La trama era poco invitante, la ormai classica storia di un serial killer e dei suoi delitti, ma il punto di vista era inedito, o quasi, perché dopo filmoni come Psycho e Peeping Tom il serial killer tornava ad essere il vero protagonista, mostrato in tutta la sua perversione e in tutto il suo squallore. Joe Spinell infatti non aveva il volto pulitino e innocente di Norman Bates, ma una maschera felliniana sgradevole e massacrata dall'acne, e ancora oggi fa un certo effetto vederlo madido di sudore mentre si avventa sulla sua vittima, o che piange disperato sul letto dopo aver preso l'ultimo scalpo.
Insomma due remake, ma non mi voglio scagliare di nuovo contro il concetto di remake come macchina per fare soldi, a quello ci arriviamo tutti, quello che mi interessa in questo caso sono proprio i due film in questione. Normalmente si gira il rifacimento di un film di successo, roba che tutti conoscono e che garantisce un incasso sicuro, qui invece si tratta di prodotti “di nicchia”, a parte forse Suspiria, ma bisogna considerare che all'estero è molto meno conosciuto dai non addetti ai lavori. Ma la cosa importante è che sono due film fortemente figli della loro epoca, Suspiria visivamente fu molto innovativo, una fusione di vecchio e nuovo, gotico e pop, molto influenzato dal cinema di Mario Bava, mentre il resto era di un'ingenuità commovente. Anche Maniac a suo modo aveva innovato per le ragioni di cui parlavo prima, sporco, misogino e brutto.
Saranno stati innovativi nel loro contesto, ma oggi sono solo degli horror. E allora via con i rimaneggiamenti, e in questo caso le strade intraprese di solito sono due: un mare di sangue e frattaglie, e questo è il caso di Maniac, che guardacaso dietro ha uno come Alexander Aja, oppure una rivisitazione teen horror, e questo mi pare il caso di Suspiria, ambientato in un college con un'attrice che arriva da The Hunger Games.
Magari mi sbaglierò, magari saranno dei mezzi capolavori, e comunque queste sono delle ipotesi più che dei pronostici, però il dubbio rimane: ha senso fare il remake di un film che ha segnato una svolta trenta o quaranta anni fa ? E dopo che ci si è resi conto che non ha senso, ha senso girare un remake sapendo che l'unico modo per venderlo è stravolgerlo ?
Un po' le sensazioni che mi aveva provocato l'adattamento di Dylan Dog, una trasposizione per modo di dire. Roba che ti fa chiedere se non sarebbe stato più logico e più economico scrivere da zero un film su un ammazzamostri a New Orleans, perché tanto della fonte non rimane più nulla, e agli americani di Dylan Dog frega poco o niente.
Insomma volevo evitarlo ma si va a finire sempre lì: non sarebbe meglio girare film nuovi ?

Filmbuster(d)s - Episodio #2

Il caldo torrido non ci ha impedito di parlare male del buon 90% dei film visti questa settimana, specialmente di Paura 3D. E finalmente siamo riusciti a ridurre la durata.
Nel secondo episodio del pocast sul cinema senza peli sulla lingua:


NEWS
- Il trailer de Il Grande Gatsby
- Elysium, nuovo progetto di Neil Blomkamp
- I prossimi progetti di J.J. Abrhams

FILM IN SALA
- Paura 3D
- Le Paludi della Morte
- C'era una volta in Anatolia
- Biancaneve e il Cacciatore
- Il Dittatore
- 21 Jump Street
- Benvenuto a bordo


- I consigli dei bastardi

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giovedì 21 giugno 2012

Chernobyl Diaries – La mutazione di Bradley Parker

Il 26 aprile 1986 il reattore 4 della centrale nucleare V.I. Lenin, a 3 km dalla città ucraina di Pripjat, ebbe un collasso e la successiva esplosione causò una fuoriuscita di radiazioni su tutta la zona circostante per diversi kilometri. Come se non bastasse, ventisei anno dopo, nella stessa zona, viene a fare visita un gruppo di urlanti e esaltati ragazzotti americani. L'incubo ha quindi una seconda parte.
Scherzi a parte, Chris con fidanzata e amica, se la spassa per tutte le capitali europee. Ultima metà è Kiev, dove risiede il fratello, Paul, e Mosca. Il fratello scapestrato però ha in progetto un pò di turismo estremo, ovvero farsi un giretto nella deserta e non del tutto sicura Pripjat, con tanto di guida. A loro si aggregano anche un altra coppia di americani. Tutto sembra filare liscio tra fotografie, risate e urletti, ma tornati al furgone per tornare in città, scoprono che qualcosa o qualcuno ha tagliato i fili del motorino d'avviamento e la notte sta per calare.
Ambientare un survival horror a Chernobyl e dintorni vuol dire voler vincere facile. Già in passato film e molti videogiochi ne hanno sfruttato il fascino e la pericolosità portandocela comodamente a casa nostra. E chissà quante persone si avvicineranno a questa pellicola solo per questa idea così cancerogena. Forse il buon Oren Peli (il creatore della saga Paranormal activity con un 4 dietro l'angolo), in veste di sceneggiatore qui, ha pensato quindi di non calcare troppo la mano, di non esagerare e fare perciò qualcosa di molto semplice.
Da una parte lo apprezzo moltissimo. Stiamo parlando di una città post esplosione nucleare, con una ruota panoramica e palazzoni deserti. Parliamo di una fauna decimata e mutata rimasta nei dintorni. Non serve aggiungere troppa roba fantasiosa. Peli continua con il suo stile low profile che fa inferocire molti fans dell'horror scalmanati (in quanti sono tutt'ora infuriati per il "nulla" dei tre capitoli di P.A.?) e non convince quelli meno infoiati.
D'altro canto però la pellicola lascia la sensazione di un enorme potenziale inespresso. Questa storia verosimile e un pò insapore si espone a troppi attacchi di chi, lavorando di fantasia, ci avrebbe messo chissà cosa. Insomma innegabile il pregio di non trasformarlo in una cagata, ma l'impegno profuso, dato il materiale/luogo, sembra un pò scarsino. Non servono obbligatoriamente super mostri per ravvivare un horror, ma un buona "nemesi" si.
Ed è in questo dualismo tra molti pregi e molti difetti che si scava la sua fossa il film. Sbaglia chi lo bolla fin dal trailer come pessimo e sbaglia chi vuole bastonarlo sonoramente, come sbaglia chi lo elogia per la sua atmosfera azzeccata o originalità. Chernobyl diaries è senza lode e senza infamia, un horror che appena fa qualcosa di buono, fa subito qualcosa di sbagliato. Un passo avanti e uno indietro, continuamente, per non scappare dalla mediocirtà.
La regia, camera a mano molto immersiva, ma assenza dell'amata POV, è perfetta per la storia. Il tipico gruppo di ragazzi urlanti, troppo locuaci e didascalici (Guardate qua!, C'è una porta!, Sto camminando sulle scale!) è una pecca troppo grande. Le riprese per la cittadina deserta sono molto buone e efficaci, e alcune trovate sono ben collocate. La scena con il cellulare invece è una trovata pessima. Gli spaventi raccolgono un numero sufficente di tachicardie, ma troppo spesso sono teleofnati e quindi prevedibili.
E avanti in eterno così. Quello che rimane è un film sufficente, affascinante, seppur non nuovo, banalotto e non troppo ben costruito. L'incapacità di tenere un buon livello qualitativo in maniera costante gli impedisce di diventare un cult come un Paranormal activity ma si, o un The Blair Witch Project, ma la capacità di non scadere in un escalation di vaccate, lo salva dal baratro dove molti horror a furia della ricerca dell'eccesso finiscono.
Rimandato a settembre.

Voto: 6 regalato.

Il Monco.

lunedì 18 giugno 2012

Il bianco e il nero #1: The Blues Brothers.


A 32 anni dalla prima uscita al cinema, torna nelle sale per un evento speciale (i 100 anni della Universal) il capolavoro di John Landis, The blues brothers. Personalmente sarà la 26esima volta o più che lo vedrò, è il film che più ha segnato la mia infanzia e a cui sono più legato in assoluto.
Intere generazioni si sono innamorate di ogni singolo fotogramma e anche questa, che potrà apprezzarlo sul grande schermo, soccomberà.
Quindi ho pensato di dedicare questa prima puntata della rubrica a loro, i fratelli Blues, con una sorta di guida ma soprattutto una sfilza di curiosità, dentro e fuori dal film, che accresceranno la vostra visione, che sia la prima o la settantesima.
Partiamo dal certificato di nascita. I Blues Brothers nascono nel 1978, due anni prima del film. Sono una vera e propria band musicale, con come leader i due comici del Saturday Night Live, Dan Aykroyd e John Belushi. Nello stesso anno fanno la loro prima apparizione televisiva, appunto nello show comico NBC e proprio qui, in seguito a uno sketch con Chevy Chase, inventano il look che non cambieranno mai e poi mai. Infatti il completo nero con occhiali e cappello, è dovuto al fatto che erano le guardie del corpo del presidente USA Chase. Come ciliegina della torta, la conduttrice della serata è Carrie Fisher, poi colonna portante del film.
L'idea di trasformare la band in qualcos'altro viene a Aykroyd che aveva già in mente una sceneggiatura che sottopone all'amico John Landis. E in poco tempo, sono tutti sul set a lavorare. I Blues Brothers sono ancora attivi ora (sono finiti pure a San Remo), con i pochi superstiti e con le nuove aggiunte e hanno composto tre album in totale.
E ora curiosità: incomincio dal duo, Joliet e Elwood (sono rispettivamente il capoluogo ed una cittadina della contea di Will, Illinois).
Joliet Blues AKA John Belushi: ai tempi la scelta di coprire i suoi maginifici e espressivi occhi venne largamente criticata, ma come raccontano Landis e Aykroyd, spesso erano perfetti per nascondere la sua aria assente dovuta all'assunzione di droga. Belushi era anche molto superstizioso e voleva che per ogni nuova scena ci fosse un paio di occhiali nuovi. Occhiali che non si toglie mai se non in una sola scena (vediamo se ve la ricordate).
A proposito della sua dipendenza. Belushi era costantemente tenuto d'occhio perchè spesso dava di matto scomparendo. Una sera nessuno lo trovava e si doveva girare a breve. Aykroyd fece il giro dell'isolato vicino al set e bussò a ogni porta. Una famiglia gli aprì e disse subito "Lei cerca Belushi vero? E' entrato poco fà, ha chiesto un bicchiere di latte e un panino e poi è crollato sul divano". Quanto ci manca John.
Elwood Blues AKA Dan Aykroyd: la vera mente dietro al film. Al contrario di Jake lui non si toglie mai gli occhiali (in una scena extra ne ha un paio di protezione), ma si toglie il cappello per 3 volte (anche qui, sapete quando?). In una scena sempre extra, spiegava perchè la Blues mobile riesce a fare quelle cose pazzesche, ma poi la levò, dicendo "ma si, è magica!". Il numero della sua patente B263-1655-2187, non appartiene a un Elwood Blues, come si vede dai dati della polizia, ma, tramite qualche piccola modifica, sarebbe la patente dello stesso Aykroyd se l'avesse presa nell'Illinois. Totale delle multe di Elwood? 114 di sosta e 56 in movimento.
La Blues mobile: era una dodge monaco del 1974, pitturata da macchina della polizia. Ne furono usate ben 12 per la realizzazione, compresa una fatta solo per cadere a pezzi. Esistono varie repliche ma solo una originale esiste ancora, e è del cognato di Aykroyd. La macchina raggiunge davvero le 118 miglia orarie che si vedono nel cruscotto. Durante uno spostamento di location, l'attore Stephen Brown la guidò per un tratto di strada, separato dal gruppo principale. Venne arrestato dalla polizia, che riteneva l'auto sospetta, e inoltre non era registrata, non aveva targa e lui era senza patente. La troupe corse subito a speigare il tutto.

Qualche piccola chicca finale per la visione. -Il carcere iniziale non viene più usato per tale scopo, ma viene usato per il cinema (per esempio Prison Break). Quando girarono le prime scene con la panoramica dall'alto, alcune guardie spararono all'elicottero, non sapendo delle riprese del film. -La frase "mi si è rotto l'orologio" viene detta 3 volte durante il film e sempre da poliziotti (una volta persino da Landis, nel suo cameo come agente La Fong). -Nel bagno dove i Good Ol' Boys scoprono del concerto dei BB, si può vedere sul muro il nome Rick Baker, esperto di effetti speciali (Un lupo mannaro americano a Londra, Landis). -Nelle foto di Carrie Fisher, moglie di Jake, li si vede assieme e lui indossa sempre occhiali neri e cappello. La Fisher si innamorò di Aykroyd per un periodo, dopo che lui la salvò con una manovra di heimlic. -Il film deteneva il record per più macchina distrutte (103) battuto poi dal seguito (104). -L'osservatore Romano lo lodò come un classico film cattolico. -Nell'inseguimento con Good Ol' Boys si può vedere un cartello di un film horror, See yu next Wednensday, una cosa che Landis mette spesso nei suoi film. -Tutta la gente presente al concerto fu reclutata via radio in poco tempo. -Il supermercato distrutto non riaprì più completmente e vi fù anche una causa contro la Universal che aveva promesso (non è certo però) che avrebbe poi ricostruito tutto. -Paul Shaffer, co fondatore della band, doveva essere nel film (c'è nel seguito) ma ai tempi era su un altro set e Belushi lo scomunicò come infedele. -Nella scena finale, dove c'è un cameo di un grande regista...., sull'assegno viene messo ancora una volta l'indirizzo dello stadio di baseball. -E infine, tutti i grandi che cantano nel film (Aretha, James Brown, John Lee Hoocker, Ray) ebbero problemi con il playback e o cantarono live o fecero pezzetti su pezzetti, in quanto le loro performance non erano identiche una all'altra.
Buona visione!

Il Monco.

Benvenuto a bordo di Eric Lavaine


(in sala dal 15 giugno)
I francesi stanno sempre sul pezzo, non c’è che dire. A meno pochi mesi dall’incidente della Costa Concordia, fanno uscire nelle sale (italiane, perchè in Francia è sucito a ottobre, quindi premonitore addirittura) una commedia estiva con protagonista uno Schettino transalpino.
Remy Pasquier è infatti il neo assunto a bordo di una crociera (una Costa Crociere). No non è capitano ma un semplice animatore, peccato però che sia un vero imbecille. Non conosce le lingue, non ha mai fatto questo genere di mestiere (la sua unica esperienza è al Luna Park), si presenta al colloquio con 3 ore di ritardo e senza scusarsi e gran finale, il suo curriculum è sporco di sugo. Allora perchè lo assumono? Perchè Isabelle, resposanbile risorse umane, lo usa come vendetta contro il suo capo e ex amante che l’ha appena mollata e licenziata. 
Remy ne combinerà di ogni sulla nave,  ma non potrà essere licenziato altrimenti Isabelle rivelerà alla moglie del capo di essere stata per mesi la sua amante. L’imbranato e fancazzista Remy però porterà anche molta allegria a tutta la ciurma, rivelandosi non proprio quel disastro ambulante che sembra.
Va bene, lo ammetto, ho un debole per le commedie francesi, ma d’altronde come non si può? Dopo prodotti come Quasi amici o Benvenuti al nord, ti fidi di tutto no? Questo film dell’esordiente Lavaine è molti gradini in basso rispetto ai suoi predecessori. E’ una commedia quasi commediaccia, sciocchina e prettamente estiva  nonche una bella marchetta per le compagnie di crociera, un pò finite in disgrazia ultimamente.
Ci sono di sicuro molte battutine e gag simpatiche, moltissime già sventolate nel trailer, il trio Franck Dubosc-Philippe Lellouche-Valerie Lemercier non ammette rivali nel far ridere o almeno sorridere, ma siamo davanti a un tipo di ironia infantile, basata sul gioco di parole o sulla infinità stupidità di Remy. Alcune trovate sono poi fin troppo sceme, per una pellicola che riesce anche a emozionare con le molteplici storie d’amore che si intrecciano.
Eppure, pur impegnandosi poco, i francesi sfornano il perfetto prodotto estivo che rimane di gran lunga superiore a un qualsiasi cinepanettone estivo italiano. E questo perchè sono privi di cafonaggine, volgarità, nudo, o volti stantii che ogni natale-ferragosto ci vengono propinati in location esotiche diverse. 
Infatti la Francia mostra come al solito un certo modo e un certo tatto, magari infantile in questo caso, ma mai deprecabile. Insomma, mille volte meglio un Remy Pasquier che  il solito De Sica puttaniere. Vive La France! ma con moderazione.

Voto 5.

Il Monco.

domenica 17 giugno 2012

Paura 3D dei Manetti Bros

Nelle sale dal 15 giugno
Il film è stato visto in versione 2D.

Che titolo ragazzi! Ci avranno pensato almeno una settimana.
Nella loro carriera i Manetti Bros si sono macchiati di numerosi crimini, prima di tutto i film scritti e diretti da loro, e poi quelli che hanno solo prodotto, come i due abominii di Gabriele Albanesi: Il Bosco Fuori e Ubaldo Terzani Horror Show. L'horror per fortuna lo avevano lasciato in pace, fino ad oggi, perché incredibilmente ci ritroviamo nelle sale questo Paura 3D, un film dell'orrore scritto e diretto da loro che viene pubblicizzato con questo slogan: “Ci sono occasioni nella vita che sarebbe meglio non cogliere.” Un bel consiglio che i Manetti Bros e gli spettatori dovrebbero seguire.
Ma andiamo per ordine, la trama:
Il Marchese Lanzi (un Peppe Servillo da querela, il fratello lo ha disconosciuto) si prepara a partecipare ad un raduno di auto d'epoca con una macchina soprannominata La Piera (viene ribadito diverse volte, c'è anche La Giovanna). Prima di partire riferisce tutti i dettagli al suo meccanico di fiducia (Paolo Sassanelli, l'Ubaldo terzani del film citato pima), ma ad origliare c'è anche Ale (Domenico Diele, che interpretava Adriano in ACAB e ha deciso di porre subito fine alla sua carriera d'attore), un coatto da manuale che convince subito due suoi amici ad introdursi illegalmente nella casa del Marchese per festeggiare durante la sua assenza; trama terrificante e sviluppi prevedibilissimi, quindi non vado oltre.
Il resto è un disastro, i Manetti Bros sono alla loro quinta esperienza cinematografica e non hanno la più pallida idea di quello che fanno. La regia è il problema minore, poco oltre il livello amatoriale, a parte quando il magico duo tenta di tirare fuori qualcosa di leggermente più originale, e allora la macchina da presa inizia a ruotare su se stessa o si mette a girare in tondo, perché la nausea non è mai abbastanza.
Neanche a dirlo i veri problemi riguardano la sceneggiatura, non sto neanche ad approfondire perché si tratta del solito pasticcio all'italiana con linee di dialogo prepotentemente didascaliche e tanta tanta ingenuità, però non mancano problemi più gravi e vistosi, un prologo con una voce narrante perfettamente inutile che non verrà usata più per tutto il film, personaggi che quando non sono in scena smettono di esistere, e il cattivo di turno che a passo tranquillo raggiunge le vittime in un attimo. Insomma una cosa proprio sfacciata.
Direte voi, almeno è violento ? E' divertente ? Ma magari, purtroppo anche il divertimento latita. Nel primo tempo i tre giovinastri entrano nella villa e se la spassano con le chitarre elettriche, i palloni e i videogiochi (?) dell'attempato Marchese, peccato si divertano solo loro. A metà circa arriva l'attesissima svolta, che naturalmente delude, il film prima prende una piega torture-porn, con poco torture e poco porn, e poi si trasforma in un horror più classico, con i nostri eroi della borgata perennemente in fuga dall'assassino, una fuga senza senso, perché gira e rigira finiscono sempre per rientrare nella stessa stanza. Il tutto è condito con musiche heavy metal (…) e i trucchi del mitico Sergio Stivaletti, roba che sarebbe andata benissimo nel 1970 e che tra l'altro viene usata molto poco, perché, come già detto, nel film non succede assolutamente nulla.
Insomma in questo Paura ci si annoia, tanto, e quando non ci si annoia si ride per la comicità involontaria, che purtroppo è molto poca (memorabile Domenico Diele che grida AOH! Quando l'assassino inizia a sparargli addosso). I Manetti Bros tentano di realizzare un prodotto grezzo e underground, filmano la depilazione di una vagina (quasi me li immagino, che sghignazzano e si danno gomitate) e addirittura cercano di fare il verso a gente come Bustillo, Maury, Pascal Laugier e Lucky McKee, ma quando non sei nemmeno bravo a copiare allora forse è arrivato il momento di farsene una ragione.

Voto... boh 2 ? 2.
Una curiosità: in sala eravamo meno di venti e 5 spettatori erano sicuramente omosessuali. Un altro stereotipo cade, gli omosessuali non sono tutti raffinati.

Intrinseco

Biancaneve e il Cacciatore di Rupert Sanders


(In sala dall'11 luglio)
Spinto dal successo al botteghino di Alice in Wonderland e dall'aver dunque fiutato la possibilità di sfruttare un trend, Joe Roth, produttore della pellicola di Burton, ha acquistato per la cifra di 3 milioni di dollari una sceneggiatura ispirata a Biancaneve, scritta da Evan Daugherty, e l'ha data in mano a Rupert Sanders, al suo primo lungometraggio, promettendo una rimasticatura in salsa dark della fiaba originale dei fratelli Grimm.

Rifuggire consapevolmente e orgogliosamente uno stereotipo e allo stesso tempo inciampare senza rendersene conto in un altro, più grosso e, per certi versi, più “pericoloso”.
Questo è quanto accaduto alla Biancaneve di Sanders che, in ogni intervista precedente all'uscita del film nelle sale, prometteva di aver rappresentato una donna degna di questo nome, affannandosi a prendere le distanze dal personaggio dipinto dal film d'animazione di Walt Disney, definito zuccheroso.
E' vero, lo zucchero non c'è, ma in compenso c'è un modello femminile al limite della misoginia: l'ennesima ragazza in pericolo che ha bisogno dell'aiuto di un nerboruto colosso alto due metri per sopravvivere e perseguire il proprio obiettivo.
A renderla una vera eroina non basta fargli fare il solito discorso galvanizzante all'esercito (tutto maschile), mettergli un'armatura e mandarla in battaglia in prima linea nelle battute finali della pellicola, specie se tutto ciò ignora la precedente ora e quaranta di film dove Biancaneve è la povera fanciulla indifesa di cui sopra. Ma questa è solo una delle tante incongruenze, ingenuità ed elementi narrativi buttati a caso nel calderone senza un briciolo di approfondimento o caratterizzazione.
Dal punto di vista estetico il film è stato dichiaratamente influenzato dalla saga de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, ma più che in altri casi, il confine tra ispirazione e plagio è labile: si parte dai movimenti di camera sui campi lunghi (che ormai sono uno standard per il genere) per finire a intere sequenze e al design di armature, loghi e creature letteralmente copia/incollate . Qualcuno l'ha persino definito burtoniano, condizionato magari dal precedente lavoro del produttore, ma qui non si vede nemmeno l'ombra del peggior film di Burton, dove la cura per il dettaglio e l'autoironia non vengono mai meno; anche dal punto di vista scenografico mancano quelle architetture gotiche e decadenti e le linee sghembe caratteristiche del regista di Burbank. Vanno riconosciuti alla produzione i meriti di aver creato dal nulla soluzioni visive suggestive (lo specchio personificato, le fate che emergono dal corpo degli uccellini...) sostenute da effetti speciali di prim'ordine e di aver elaborato idee vincenti come il villaggio di donne auto-sfiguratesi per sfuggire all'ira della regina, ma sono ben poca cosa nel mare di anonimia generale.
Ciò che più preoccupa e irrita di Biancaneve e il Cacciatore è l'avvilente messaggio di fondo. Nulla di nuovo, ne tanto meno da bocciare a priori: senza voler andare troppo indietro nel tempo, la sotto-trama di Cersei Lannister nella saga letteraria (e televisiva) de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco ruota attorno allo stesso punto focale che, fortunatamente, viene declinato in maniera meno banale, e sopratutto con toni privi di qualsivoglia esaltazione, a differenza di quanto involontariamente e goffamente succede nel film di Sanders.
Bellezza è potere e può essere battuta solo da un'altra bellezza, più giovane (perché invecchiare è segno di debolezza), ma si tratta di avvenenza puramente estetica, epurata di ogni briciolo di bontà d'animo. Ed è la bellezza, l'aspetto esteriore, a governare le dinamiche dei rapporti interpersonali dei personaggi: l'idea di un amore impossibile tra il cacciatore e la principessa è di per se suggestiva, se non fosse che anch'esso è determinato quasi esclusivamente da pulsioni puramente fisiche.
Tutto ciò è irritante perché sarebbero bastate qualche riga di dialogo più consistente degli innumerevoli sospiri e scelte di casting diverse (perché, per quanto lercio e ubriacone possa essere, Chris Hemsworth resta comunque Chris Hemsworth), non dico per salvare la baracca ma quantomeno a rendere più interessante e meno prevedibile l'intreccio.
Per la serie: si fa presto a prendere le distanze da un classico dell'animazione con fare saccente e da snob, il difficile è ricordarsi poi di fare anche un film solido e mantenere le promesse.

sabato 16 giugno 2012

Cosmopolis di David Cronenberg

Fedelissima trasposizione dell'omonimo romanzo di Don DeLillo, Cosmopolis racconta la giornata non proprio qualsiasi del giovane milionario Eric Packer, che una mattina per farsi rifare il taglio dal suo barbiere di fiducia decide di attraversare la città con la sua limousine. Lo stesso giorno però è in programma una visita del presidente degli Stati Uniti, e il traffico è quasi completamente paralizzato, così il breve viaggio di Packer si trasforma in una vera e propria odissea nella follia, la limousine è una nave alla deriva, e i personaggi che il moderno Ulisse incontra sono una serie di figure bizzarre e impenetrabili, delle vere e proprie isole separate dalla realtà, mentre i loro monologhi articolatissimi e interminabili suonano proprio come degli oracoli da interpretare.
Packer è il prototipo del giovane miliardario, un po' come il Mark Zuckerberg di The Social Network, un ventottenne incredibilente precoce che controlla il suo vastissimo impero da una console inserita nel bracciolo della sua limousine iper-tecnologica, un maniaco del controllo che fagocita colossali quantità di dati e si sottopone ogni giorno a visite mediche approfonditissime.
Fa di tutto per acquistare una chiesa ancora consacrata solo per il gusto di possederla, colleziona aerei da guerra che però non ha la possibilità di pilotare, e riveste la sua macchina di sughero per renderla perfettamente insonorizzata anche se adora i suoni della città, insomma “Greed is good” come ci ricordava il Gordon Gekko di Wall Street Il denaro non dorme mai.
Ma ad un certo punto la realtà sfugge al controllo di Packer, lo yuan assume improvvisamente un andamento imprevedibile, le sue equazioni perfette non funzionano più, il mercato non obbedisce più alle stesse regole, persino la routine della visita medica non va come previsto perché il medico gli rivela che la sua prostata è asimmetrica.
La realtà è imperfetta, asimmetrica, non è possibile ingabbiarla in grafici e tabelle, e prima o poi arriva una crisi economica o un'anomalia molto più insignificante a ricordarcelo. Questi uomini d'affari che controllano il mercato sono dei folli, quasi degli alieni, isolati nelle loro torri d'avorio o nelle loro costosissime limousine che dall'interno sembrano sempre più delle navi spaziali, che galleggiano lentamente nelle strade della città mentre fuori dai finestrini scorre una realtà terribilmente distante, un film, un'immagine digitale aggiunta artificialmente o scene di vita quotidiana proiettate su un telo, come il vistoso trasparente usato da Cronenberg.
Cosmopolis è un'opera difficile, non tanto per lo spettatore, quanto più per un regista. A più di vent'anni da Il Pasto Nudo Cronenberg decide di adattare per lo schermo un romanzo apparentemente intrasponibile, prende un personaggio in cui è impossibile immedesimarsi, assegna il ruolo ad un attore su cui non avrebbe scommesso quasi nessuno, e lo sbatte in uno spazio claustrofobico ad ascoltare una sfilza di dialoghi prelevati di peso dal romanzo, lunghi monologhi che hanno tutte le caratteristiche del flusso di coscienza, pieni di tecnicismi e divagazioni repentine. Eppure il film funziona perfettamente, richiede la giusta predisposizione è vero, però è tutt'altro che inaccessibile, e Cronenberg fa un lavoro grandioso con una regia elegantissima che riesce a dare potenza e dinamismo persino ad un esame della prostata o a un dialogo di dieci minuti sulla finanza. Mentre i personaggi sproloquiano di arte contemporanea, indici di borsa e informatica, il grandangolo spalma gli interni della limousine sullo schermo, facendola sembrare un alcova (elettrica) fuori dallo spazio e dal tempo. E poi ci sono le scenografie, pochi sanno dare vita agli ambienti come Cronenberg, riesce a creare una catapecchia, a riempirla di cianfrusaglie e a far sembrare che qualcuno ci abbia vissuto fino a pochi minuti prima, e a quanto pare non se la cava male nemmeno con il lusso gelido e disumano.
Qualcuno giustamente si è chiesto: perché adattare un romanzo del genere ? Semplice esercizio di stile ? Gusto della sfida ? Forse, ma non si può negare che Cosmopolis racchiuda in se molti degli elementi della poetica cronenbergiana, presente e passata. C'è una visione esasperata della sessualità, l'alienazione e la follia della società contemporanea, e poi torna un tema chiave del cinema di Cronenberg, la macchina, che qui più che fondersi con l'uomo sembra isolarlo dal resto del mondo, una sorta di utero metallico; ma ci sono anche i computer, prolungamento delle mani del protagonista e sempre al centro della sua attenzione, fusi in un'unica rete globale che è sempre più vicina a risucchiare l'uomo.
Già il fatto di essersi lanciato in un'impresa del genere e di esserne uscito dignitosamente sarebbe stato un merito, ma Cosmopolis è tutt'altro che una fredda trasposizione, è l'opera molto personale di un regista che si è ritrovato nel lavoro di un altro artista. E immagino sia per questo che Cronenberg è riuscito ad andare oltre le ovvie difficoltà di una produzione del genere.
Si insomma mi sono un po' perso per strada, ma immagino sia chiaro che il film mi è piaciuto moltissimo, così tanto che ho digerito persino Robert Pattinson.

Intrinseco

Quella casa nel bosco di Drew Goddard


Come parlare di un film del genere senza rovinare la sorpresa a chi ti legge ? Eh si, perché Quella casa nel bosco è una di quelle pellicole che si reggono interamente su un'idea, una buona idea che piano piano si chiarisce allo spettatore attraverso vari colpi di scena più o meno sorprendenti.
Quindi niente trama, ve la risparmio, ma allora di che parla ? E' un horror, o meglio, è un film sull'horror, un po' quello che Scream a suo tempo era stato per il genere slasher, solo che Quella casa nel bosco se la prende un po' con tutti i sottogeneri. In poche parole è un film sui cliché, su tutte quelle cose fastidiose che siamo abituati a trovare negli horror, quelle cose che una volta ci infastidivano tanto ma a cui ormai ci siamo un pò assuefatti, quelle che ti fanno pensare: ma perché entra li ? Perché non restano uniti ? Come mai i protagonisti di queste storie sono sempre così idioti ? E via dicendo...
Insomma c'è lo sportivo, la ninfomane, la ragazza per bene, il suo appuntamento al buio e il drogato, il classico gruppo di studenti universitari in cerca di svago che finiscono nella solita casa nel bosco venduta dai soliti proprietari misteriosamente scomparsi, c'è persino lo zotico sdentato che li mette in guardia dalle forze del male, però... però niente, mi fermo qui.
La buona idea in questo caso è la trovata attraverso cui il genere in questione viene parodizzato, una buona idea e nulla di più, perché a conti fatti si tratta solo di un gigantesco deus ex machina che permette di giustificare con ironia tutto quello che succede o non succede nel film. Ho parlato di parodia non a caso, perchè a mio avviso il grosso limite del film sta proprio qui, costruisce un'intelaiatura che funziona, trova una giustificazione divertente per ognuno dei cliché sopra citati, e poi si ferma lì, senza tentare di analizzare le meccaniche chiamate in causa, senza fare quello sforzo in più che lo avrebbe reso un prodotto molto più intelligente. Più che a Scream quindi lo paragonerei al recente Tucker and Dale versus evil, altra parodia forse più intelligente e sicuramente più divertente che però non ha goduto dello stesso successo (a proposito, recuperatelo assolutamente).
E poi c'è un altro problema, Whedon arriva tardi, e non intendo tardi rispetto ad altre pellicole che hanno già affrontato l'argomento (anche se ce ne sono), ma semplicemente in ritardo di qualche decennio. Se la prende con un tipo di horror che si trascina stancamente da quasi quarant'anni, roba che ormai è venuta a noia anche agli spettatori meno raffinati, è la parodia di film che sono già la parodia di loro stessi. Va bene, è divertente, ma è come un energumeno che pesta un ottuagenario.
Chiudo la mia acidissima critica con l'ultimo grosso difetto che balza all'occhio: ne parlavo all'inizio, Quella casa nel bosco si basa su delle trovate, dei colpi di scena, e proprio per questo, come molte pellicole simili, esaurisce gran parte della sua magia dopo la prima visione, anche perché oltre all'ideona e a qualche scenetta tragicomica ha poco altro da offrire.
Detto questo, il film nonostante tutto funziona bene, è divertente, irriverente e le scene memorabili non mancano, avrei solo gradito un po' di coraggio in più in fase di sceneggiatura, perché con i dovuti accorgimenti avrebbe potuto diventare un prodotto di culto, avrebbe forse lasciato di più il segno rendendo la sua critica decisamente più costruttiva, mentre così è solo un riuscito mix di horror e commedia.

Mi permetto di concludere con una riflessione che esula dal discorso qualitativo e che quindi lascio per ultima: trovo ironico che un film del genere, una parodia che cerca di attirare l'attenzione sulle cattive condizioni dell'horror, sia costata di più, abbia incassato di più e abbia avuto un successo maggiore di tutti quei piccoli capolavori che l'horror cercano di cambiarlo sul serio.
Si, me la prendo ancora con i produttori brutti e cattivi, mi piace pensare che in questo caso gli “antichi” siano loro...

Intrinseco

Il dittatore di Larry Charles

(in sala dal 15 giugno)
Nel 1940 Charlie Chaplin ne Il grande dittatore, con molto coraggio si permetteva di parodiare e schernire il terribile dittatore tedesco Adolf Hitler. La storia era semplice: un innocuo barbiere connazionale, identico in tutto e per tutto al dittatore Adenoid Hynkel, viene scambiato per esso e davanti all'esercito della Tomania, pronto a invadere l'Ostria, lancia un proclama di amore e pace che interromperà la guerra sul nascere.
A 74 anni di distanza, Sacha Baron Cohen, con umiltà, leva l'aggettivo grande e fa una sorta di remake in tempo di pace. Anche questa volta avviene uno scambio di persona, dopo che il dittatore Aladeen della piccola, ma piena di petrolio, Wadiya, in visita a New York per un discorso alle Nazioni Unite, viene sostituito da un suo sosia, di solito usato in casi di attentato alla sua vita. 
Così il sosia, manovrato dal braccio destro del dittatore, Tamir, è pronto a proclamare la democrazia a Wadiya, mandando in fumo i sogni di gloriosa dittatura di Aladeen, il quale si ritrova come commesso in un negozietto vegetariano no profit a Brooklyn. Un suo ex scienziato, che doveva essere in teoria decapitato da tempo in seguito a un suo ordine, lo vuole aiutare a riprendersi il potere e annullare l'instaurazione della democrazia. Ma ci si mette di mezzo anche l'amore (come nel film di Chaplin), riuscrà Aladeen a rimanere fedele al suo sogno?
C'è poco di coraggioso nel nuovo stravagante film di Cohen dato il terribile periodo di forma per i dittatori. Saddam è sparito da tempo, Gheddafi non ha visto l'estate dopo la primavera araba, Moubarak si, ma ora rischia l'ergastolo e comunque è in fin di vita, Chavez ha forse pochi mesi di vita, Kim Jong Il è morto da qualche mese e tutti gli altri minori non se la spassano di certo. Hanno quindi ben altri problemi che preoccuparsi di questa parodia dissacrante del loro life style.
In questa, se vogliamo terza parte della trilogia dell'istrionico attore inglese (Borat e Bruno gli altri) troviamo i tipici elementi distintivi della sua comicità. Prima di tutto lo straniero in america, con annessi problemi linguistici e culturali, poi il rapporto difficile con la donna, la misoginia, infine la provocazione facile e lo scandalo. Una comicità che può sembrare in primis banale e ripetitiva, e secondariamente non necessaria per un attore che ormai ha una certa richiesta (Scorsese, Hooper, Burton), ma tant'è.
Eppure Il dittatore rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto ai due capitoli precedenti. Rimane certamente il rimpianto di non poter godere di molte più gag sulle manie e pazzie del dittatore (come venivano sbandierate nel trailer o come venivano re inscenate in talk show USA o per i festival del mondo), perchè la storia dello scambio di persona avviene subito, diventando la story line principale. Un elemento che forse non era così centrale in precedenza, dove la facevano da padrone siparietti e scenette che spezzettavano e componevano il film. 
Parliamo quindi di crescita, non esponenziale sia chiaro, sia di Cohen che del regista Charles, forse aiutati dal veterano McKay qui produttore. Anche se sembra ingiusto dirlo, non è al livello di uno Zohan o non riesce a essere spassoso come un Dittatore dello stato libero di Bananas, ma ruscirà a strappare qualche risata anche al più dubbioso degli spettatori, senza però centrare il bersaglio grosso; ovvero quella provocazione capace di fare imbestialire i protagonisti del film, i dittatori, che anche se in piena salute o scarcerati, avrebbero reagito con un alzata di spalle.


Voto: 5+

Il Monco. (EXTRA: che si trovava a New York mentre lo giravano, ma che non aveva voglia di corrergli dietro).

venerdì 15 giugno 2012

L'immondo profondo #1: Lords of Salem

Un mesetto fa, il 12 maggio per la precisione, compariva su youtube il video della conclusione di un concerto di Rob Zombie, che per l'occasione aveva proiettato sul palco quello che potrebbe benissimo essere il trailer del suo ultimo film, Lords of Salem, attualmente in post-produzione.
Metabolizzata la notizia mi sono subito chiesto: perché mostrare il trailer in un'occasione del genere ? E soprattutto, perché un mese dopo non c'è ancora traccia di un trailer ufficiale in qualità decente ? Perché mi puniscono così ?
Di questo film purtroppo se ne parla molto poco, o almeno questa è l'impressione che mi sono fatto, eppure fino a qualche anno fa Rob Zombie era considerato la nuova promessa dell'horror, uno che metteva d'accordo lo spettatore tipo e l'appassionato agguerrito di film de paura. Poi dev'essere successo qualcosa... qualcosa di terribile, ma cosa ? Proviamo a ricordare, lo so, è doloroso ma bisogna farlo: Rob Zombie era il volto nuovo del cinema horror, un regista che in qualche modo era riuscito a fare l'impensabile, portare una ventata di novità in un genere che ha la tendenza a fossilizzarsi. Riusciva a far convivere l'omaggio ai classici e la novità di uno stile particolarissimo e molto personale, un cinema fatto di colori fosforescenti, strade polverose, volti animaleschi, freak e famiglie disfunzionali (altro che Burton). Uno che ti fa innamorare dei suoi mostri, uno che ti tira fuori una bomba come La casa dei 1000 corpi e un paio di anni dopo lo stravolge e lo reinventa, trasformandolo in un mix assurdo di western-horror-on the road.
Insomma a suo modo un genio, un innovatore, e cosa gli fanno fare ? Un remake ovviamente. Che poi la colpa sarà stata anche sua, di sicuro non gli hanno puntato una pistola alla tempia, magari aveva bisogno di soldi per i film che gli interessavano davvero, o magari ci ha creduto sul serio in questo progetto. Fatto sta che Halloween è un film riuscito a metà. Col passare degli anni e dopo aver smaltito l'incazzatura riesco a guardarlo con occhio meno critico. Riuscito a metà letteralmente, perché il primo tempo con tutti i suoi problemi è la vera novità, quella in cui la mano di Zombie si fa sentire di più, certo ancora oggi mi chiedo che senso abbia dare un passato a un personaggio come Michael Myers, e soprattutto QUEL passato, però l'estetica zombiana c'è tutta e almeno l'occhio è contento. Il secondo tempo invece è un remake vero e proprio, praticamente l'Halloween di Carpenter mandato avanti veloce... passiamo oltre che è meglio. Halloween 2, ecco, qui non mi spingo a dire che è riuscito a metà perché effettivamente è una vera chiavica, le possibilità sono due: Rob Zombie è definitivamente andato, e il film rispecchia pienamente le sue condizioni mentali, un pessimo videoclip di scene oniriche con un'eterea Sheri Moon Zombie madre affranta che cavalca a pelo un cavallo bianco. Scene stranianti, più che altro perché non sai se sentirti triste o se cedere al sonno.
E poi c'è la possibilità che preferisco, Rob Zombie è perfettamente sano, così sano che cerca di sabotare il film, o meglio, decide di tirare fuori qualcosa di talmente assurdo da far preoccupare seriamente i produttori che finalmente lo libereranno da questo patto con il diavolo.

E qui mi ricollego a Lords of Salem, quello che spero sarà il grande ritorno di un regista che ho adorato. Certo ho solo un trailer ripreso alla meno peggio con la videocamera di un telefonino, però quel poco che si vede mi fa ben sperare, e i presupposti ci sono tutti:
- il budget è il più basso che Zombie abbia mai avuto a disposizione (1.5 milioni di dollari contro i 7 milioni di La casa dei mille corpi), quindi massima autonomia, si spera.
- le immagini per quanto confuse sembrano molto evocative, per ora mi pare un film molto distante da quelli del primo periodo, decisamente più serio.
- i roghi e le maschere di ferro potrebbero essere un omaggio a La Maschera del Demonio di Mario Bava, un regista che ha sicuramente influenzato molto Rob Zombie, almeno nell'estetica. La possibilità di vederlo alle prese con un horror gotico mi fa aumentare la salivazione.
-torna Sid Haig!
-questa locandina:

Insomma piano piano Lords of Salem sta salendo nella classifica dei film che aspetto di più nel 2012 (spero). Ho paura ma voglio crederci.

Intrinseco

giovedì 14 giugno 2012

21 jump street di Phil Lord e Chris Miller

(da domani, 15 giugno, nelle sale italiane)
Vi ricordate quella serie TV  andata in onda a cavallo tra fine anni 80 e inizio anni 90 con Johnny Depp? No neanche io, però su Tumblr sono mesi che circolano immagini di questo 21 jump street e allora ho deciso di beccarmelo. Ovviamente trattasi della versione lungometraggio della serie.
Shmidt (Jonah Hill anche produttore e co-soggettista) e Janko (Channing Tatum pure lui produttore) sono due poliziotti che si completano a vicenda. Il primo è grassoccio e imbranato ma molto intelligente, il secondo è bronzo di riace, atletico e spettacolare in qualsiasi cosa, ma una capra. Dopo aver fallito un arresto vengono mandati a 21 jump street sede della Chiesa koreana Aroma di Cristo ma anche della sezione sotto copertura. Vengono quindi infiltrati in un liceo, perchè ancora giovani d'aspetto, per scoprire chi spaccia la Holy Shit, una droga che uccide, e chi la produce.
Janko non vede l'ora, tornare a essere il figo della situazione, il re del ballo, il bullo della scuola mentre Shmidt, secchione nerd, non ne vuole sapere di tornare a rivivere quegli anni di soprusi, imbarazzi e pestaggi. Ma le cose cambieranno, perchè la scuola è cambiata e lo sfigato Shmidt, aiutato anche da uno scambio di profili, diventerà cool, mentre Janko se la farà con gli sfigati. Ahhh cosa non si fa per fare il primo arresto...
Commedia-action sul filone di The other guys o Fratellastri a 40 anni (per il tipo buddy buddy), infatti ci si aspetta da un momento all'altro che esca il mitico Will Ferrell da qualche parte (no). Ma gli elementi ci sono tutti; lunghi dialoghi non sense, esagerazioni, amicizia molto bizzarra ai limiti dell'omosessualità, per non parlare dei tipici attori macchietta, come Chris Parnell (Hot Rod) o Rob Riggle (sempre nei film di Ferrell). Insomma c'è tutto, e pure di più. Jonah Hill è già un veterano nei ruoli comici (molto bravo anche nel "drama" Cyrus) ma Channing Tatum è la vera sorpresa. Il bel palestrato rinomato per quella valanga di pop-rom-com, si scopre come decente e simpatico attore, capace di strappare più volte, non solo qualche risata ma anche la scena al ciccio Hill, dimostrando quindi una certa versatilità inaspettata. Insieme formano una gran bella coppia, confermando l'esperimento già riuscito con Mark Wahlber per The other guys.
Certo, non è al livello delle migliori commedie del genere, non è una risata continua ma ha dei momenti ben costruiti. Come le molte imitazioni dai cop movies, per fare un esempio l'esilarante inseguimento in autostrada e le esplosioni assenti, o il geniale cameo finale di...bè un attore della famosa serie sopra citata.
Scritto bene, divertente, molto ben ritmato. Consigliato per chi cerca una commedia adrenalinica, senza battute facili o sciocche, o a chi ama il genere Will Ferrell o ancora a chi è piaciuto il recente 30 minutes or less.

Voto: 6.5+

EXTRA: l'Eric del film vi ricorda qualcuno? E' il fratello minore di James Franco.

Il Monco.

Molto forte incredibilmente vicino di Stephen Daldry

New York e soprattutto i suoi abitanti hanno la fama di essere snob, strafottenti, cafoni e chi più ne ha più ne metta. Anzi, più esplicitamente, è parere comune eleggerli i più stronzi sul pianeta. Perchè a New York solo il più forte sopravvive, perchè a New York si è in troppi e lo spazio è poco, perchè New York te la devi meritare etc... Eppure dopo l'attacco alle torri gemelle, quell'11 settembre di quasi 12 anni fà, qualcosa cambiò. Non un cambio radicale, non passarono di colpo a essere i più bravi e caritatevoli esseri del pianeta terra, ma si sentirono colpiti, tutti. Chi direttamente, con la perdità di un familiare, o chi indirettamente per quello che vedeva ogni giorno sul volto di amici o conoscenti o semplici estranei. E quella terribile tragedia servì da collante, un sentimento fortissimo legò tutti, tanto da farli comunicare di più tra loro e conoscersi, anche solo raccontandosi le proprie storie, i propri dolori ( a tal proposito c'è una bella scena nel film "The guys" dove una donna racconta che nelle azioni che compiva ogni giorno non aveva mai scambiato parola con commercianti o passanti, ma dall'11 settembre in poi le cose cambiarono, come ad esempio il fruttivendolo che le augura buona giornata, qualcosa di incredibile fino al giorno prima).
 Il libro di Safran Foer (che non riesco a leggere per motivi personali (sono molto scosso ancora oggi e sono molto legato a New York)) racconta di tutto questo tramite una metafora. Oskar è un bambino vivace e intelligente seppur pieno di complessi, molto legato al padre che lo coinvolge in ricerche affascinanti e giochi di parole, enigmi. Purtroppo perderà il genitore nel tragico attentato al World Trade Center. Dopo un anno di dolore, per caso ritrova una chiave, nascosta in un vaso. Una chiave semplice, senza etichette, nomi, segni particolari. E' contenuta in una piccola busta, con un nome, Black. Oskar, che già prima veniva spronato dal padre a conoscere le persone, a parlare, a vincere le proprie paure, inizia la ricerca metodica di chi sia questo Black. Crea una lista di tutti i Black di New York, in tutti i 5 distretti. 470 nomi, 216 abitazioni, 104 zone. Ogni sabato parte alla ricerca, tre per volta, per molti mesi.
Ma gli estranei e la comunicazione interpersonale non sono gli unici problemi di Oskar. Le sirene delle ambulenze, i forti rumori, gli aerei e qualsiasi cosa che vola, la metro, i ponti, i mezzi pubblici, i telefoni che squillano, le persone che urlano, gli ascensori, gli edifici alti, lo impietriscono. Tutti ricordano quella giornata, quella tragedia, quella perdita. E come può muoversi nella enorme città americana senza dover affrontare quasi tutte queste cose? E così nonostante sia morto da un anno, suo padre, lo sta aiutando ancora a fargli vincere tutte le paure, compresa quella di andare su una semplice altalena. Percorrerà ponti, salirà ascensori, prenderà la metro.
Un aiuto inaspettato verrà da una persona, un anziano affitturario della nonna di Oskar, muto in seguito a un trauma. Il vecchio, avrà bisogno di mezzi pubblici, incapace di camminare a lungo nelle lunghe ricerche in cui si è offerto di dare una mano.
A questo punto, la chiave non ha nessuna importanza, e il ricordo del padre (quegli 8 minuti che rimangono) è vivo più che mai e non più doloroso.
 Un film forte, su un dramma ancora fresco e comune, che colpisce duro senza troppe difficoltà ma senza per questo cercare delle facili lacrime. Gioca a carte scoperte, il suo intento è facile da capire, eppure nonostante questo, riesce a commuovere, e questo è un grande pregio. Il tono leggero, dato dai personaggi e dai dialoghi della prima parte, rende il boccone meno amaro di quello che può sembrare. Dei tre atti canonici, il più leggero è quello centrale, quasi spensierato, un viaggio nella favolosa New York e i suoi abitanti. Il resto, l'inizio e la fine, sono dei pugni ben assestati e il dolore e l'efficacia dipendono solo dalla vittima. Quarta regia per Daldry e quarto ottimo risultato.

Voto 7

Extra extra: Il Monco è stato sul set di codesto film, ma non lo vedrete.

Il Monco.

martedì 12 giugno 2012

Filmbuster(d)s - Episodio #1

Chi non muore si rivede, i Cineplegici non erano morti, erano solo andati al bagno.
Adesso tornano tra voi mortali, ma non si chiamano più così, adesso sono i Filmbuster(d)s e sono pronti a diffondere il verbo senza peli sulla lingua.
Nel primo episodio del podcast di Filmbuster(d)s:

- Intervista speciale con ospite a sorpresa
- Il rinvio dell'uscita di Prometheus nelle sale italiane
- Il trailer di Django Unchained di Quentin Tarantino
- Crowdfounding
FILM IN SALA:
- Dark Shadows
- Sangue facile
- Molto forte incredibilmente vicino
- Men in Black 3
- Quella casa nel bosco
- Cosmopolis

- Film in uscita
- I consigli dei bastardi



Potete ascoltare l'episodio al link diretto al file MP3 (per scaricarlo basta cliccare col destro e poi "Salva link con nome"): Clicca qui

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Oppure ascoltarci su podtrac player:


lunedì 11 giugno 2012

Sangue facile di Zhang Yimou

(nelle sale italiane dal 28 maggio e in streaming gratuito sul sito di MyMovies)
Bizzarra scelta quella di Yimou. Di solito, si assiste al tragitto opposto, ovvero americani che fanno remake di film stranieri, asiatici o europei che siano. E ancora più insolito, di solito sono opere secondarie e che non riguardano importanti registi. Eppure questa volta, il maturo cineasta cinese si mette a rifare in salsa di soia, un'opera prima degli allora acerbi fratelli Coen. Nel 1984 il duo si affacciava con un noir che lasciava già pregustare l'abilità dei fratelli sia nella regia che nella scrittura. Blood simple era una piccola perla intrisa di dialoghi geniali e scelte registiche mirabolanti.
Yimou alla sua sedicesima regia (il film è vecchio di due anni, intanto ha già sfornato due nuovi film tra cui The flowers of war con Christian Bale. Come al solito l'Italia, ma non credo l'unica in questa occasione, vive come su un pianeta lontano anni luce, dove alcune cose arrivano con un ritardo fastidioso) deve essere rimasto folgorato dalla vicenda ma fa alcune modifiche importanti. Prima di tutto ambienta tutto in un passato non specificato, ma crediamo almeno nel diciassettesimo secolo, invece della contemporaneità dei Coen e poi, da molta più importanza a uno dei protagonisti della vicenda, il poliziotto, che nella precedente versione era un semplice detective privato.
Ma andiamo con ordine. Wang è il prorpietario di una locanda in mezzo al nulla. E' uno stronzo che non paga i suoi dipendenti e che maltratta la moglie, comprata dieci anni prima, la quale lo tradisce con Li, cuoco del posto. Dopo che la donna ha comprato una pistola da un mercante straniero, decide, in un pirmo momento, di uccidere il marito per poter stare da sola con il suo amante, poi invece si acconetnta di chiedergli il divorzio. Wang scopre il recente acquisto, informato da un dipendente, e medita una vendetta. Assume Zhang, un poliziotto, per confermargli i suoi timori che la moglie lo tradisca con Li. Una volta scoperta la tresca, da ordine di ucciderli, sotto lauta ricompensa. Ma qui tutto prende una piega diversa. Il sibillino Zhang fingerà di ucciderli per intascare i soldi e accusare qualcun'altro. Andrà tutto liscio?
Era una black comedy, molto black e poco comedy e diventa una comedy tipicamente asiatica che prende una strada inaspettata verso un dramma molto crudo. Se i Coen sono maestri nel mixare al meglio i due generi senza perdere la misura, la cosa non riesce all'esperto Yimou che sbaglia le dosi. Prima inserisce personaggi troppo buffi e caricaturali, come il ciccione dentuto (e il doppiaggio italiano di certo non aiuta a drammatizzare), dialoghi infantili e sequenze da screwball comedy e poi cambia totalmente registro a un terzo di film, trasformandolo in un noir schiacciato da un'alone di morte. Il cambio è repentino e troppo violento. Ma produce anche tre quarti d'ora o più di cinema muto, dove i dialoghi scompaiono e la fanno da padrone solo gli spari, le lame e gli urli strozzati. E' una parte centrale di film tutta in notturna, fenomenale, che dimostra tutta la bravura del regista (che non sempre dimostra nei suoi film), scritta magnificamente e seppur molto diversa da quella coeniana non le è inferiore per nulla.
Qui c'è il picco del film ed è quella che la trasforma da un remake bizzarro a un'ottima versione e visione artistica. I costumi e gli splendidi e surreali paesaggi fanno il resto, insieme al bravissimo Honglei Sun, apprezzatissimo attore in patria.
In definitiva è quindi un buonissimo film, che non regge il paragone con l'originale anche per via della sua spiccata e speziata forma, ma che si lascia guardare e lascia qualcosa. Yimou quando non deve per forza fare retorica ma solo spettacolo, è al suo meglio.

Voto 7


Il Monco