sabato 16 giugno 2012

Cosmopolis di David Cronenberg

Fedelissima trasposizione dell'omonimo romanzo di Don DeLillo, Cosmopolis racconta la giornata non proprio qualsiasi del giovane milionario Eric Packer, che una mattina per farsi rifare il taglio dal suo barbiere di fiducia decide di attraversare la città con la sua limousine. Lo stesso giorno però è in programma una visita del presidente degli Stati Uniti, e il traffico è quasi completamente paralizzato, così il breve viaggio di Packer si trasforma in una vera e propria odissea nella follia, la limousine è una nave alla deriva, e i personaggi che il moderno Ulisse incontra sono una serie di figure bizzarre e impenetrabili, delle vere e proprie isole separate dalla realtà, mentre i loro monologhi articolatissimi e interminabili suonano proprio come degli oracoli da interpretare.
Packer è il prototipo del giovane miliardario, un po' come il Mark Zuckerberg di The Social Network, un ventottenne incredibilente precoce che controlla il suo vastissimo impero da una console inserita nel bracciolo della sua limousine iper-tecnologica, un maniaco del controllo che fagocita colossali quantità di dati e si sottopone ogni giorno a visite mediche approfonditissime.
Fa di tutto per acquistare una chiesa ancora consacrata solo per il gusto di possederla, colleziona aerei da guerra che però non ha la possibilità di pilotare, e riveste la sua macchina di sughero per renderla perfettamente insonorizzata anche se adora i suoni della città, insomma “Greed is good” come ci ricordava il Gordon Gekko di Wall Street Il denaro non dorme mai.
Ma ad un certo punto la realtà sfugge al controllo di Packer, lo yuan assume improvvisamente un andamento imprevedibile, le sue equazioni perfette non funzionano più, il mercato non obbedisce più alle stesse regole, persino la routine della visita medica non va come previsto perché il medico gli rivela che la sua prostata è asimmetrica.
La realtà è imperfetta, asimmetrica, non è possibile ingabbiarla in grafici e tabelle, e prima o poi arriva una crisi economica o un'anomalia molto più insignificante a ricordarcelo. Questi uomini d'affari che controllano il mercato sono dei folli, quasi degli alieni, isolati nelle loro torri d'avorio o nelle loro costosissime limousine che dall'interno sembrano sempre più delle navi spaziali, che galleggiano lentamente nelle strade della città mentre fuori dai finestrini scorre una realtà terribilmente distante, un film, un'immagine digitale aggiunta artificialmente o scene di vita quotidiana proiettate su un telo, come il vistoso trasparente usato da Cronenberg.
Cosmopolis è un'opera difficile, non tanto per lo spettatore, quanto più per un regista. A più di vent'anni da Il Pasto Nudo Cronenberg decide di adattare per lo schermo un romanzo apparentemente intrasponibile, prende un personaggio in cui è impossibile immedesimarsi, assegna il ruolo ad un attore su cui non avrebbe scommesso quasi nessuno, e lo sbatte in uno spazio claustrofobico ad ascoltare una sfilza di dialoghi prelevati di peso dal romanzo, lunghi monologhi che hanno tutte le caratteristiche del flusso di coscienza, pieni di tecnicismi e divagazioni repentine. Eppure il film funziona perfettamente, richiede la giusta predisposizione è vero, però è tutt'altro che inaccessibile, e Cronenberg fa un lavoro grandioso con una regia elegantissima che riesce a dare potenza e dinamismo persino ad un esame della prostata o a un dialogo di dieci minuti sulla finanza. Mentre i personaggi sproloquiano di arte contemporanea, indici di borsa e informatica, il grandangolo spalma gli interni della limousine sullo schermo, facendola sembrare un alcova (elettrica) fuori dallo spazio e dal tempo. E poi ci sono le scenografie, pochi sanno dare vita agli ambienti come Cronenberg, riesce a creare una catapecchia, a riempirla di cianfrusaglie e a far sembrare che qualcuno ci abbia vissuto fino a pochi minuti prima, e a quanto pare non se la cava male nemmeno con il lusso gelido e disumano.
Qualcuno giustamente si è chiesto: perché adattare un romanzo del genere ? Semplice esercizio di stile ? Gusto della sfida ? Forse, ma non si può negare che Cosmopolis racchiuda in se molti degli elementi della poetica cronenbergiana, presente e passata. C'è una visione esasperata della sessualità, l'alienazione e la follia della società contemporanea, e poi torna un tema chiave del cinema di Cronenberg, la macchina, che qui più che fondersi con l'uomo sembra isolarlo dal resto del mondo, una sorta di utero metallico; ma ci sono anche i computer, prolungamento delle mani del protagonista e sempre al centro della sua attenzione, fusi in un'unica rete globale che è sempre più vicina a risucchiare l'uomo.
Già il fatto di essersi lanciato in un'impresa del genere e di esserne uscito dignitosamente sarebbe stato un merito, ma Cosmopolis è tutt'altro che una fredda trasposizione, è l'opera molto personale di un regista che si è ritrovato nel lavoro di un altro artista. E immagino sia per questo che Cronenberg è riuscito ad andare oltre le ovvie difficoltà di una produzione del genere.
Si insomma mi sono un po' perso per strada, ma immagino sia chiaro che il film mi è piaciuto moltissimo, così tanto che ho digerito persino Robert Pattinson.

Intrinseco

Quella casa nel bosco di Drew Goddard


Come parlare di un film del genere senza rovinare la sorpresa a chi ti legge ? Eh si, perché Quella casa nel bosco è una di quelle pellicole che si reggono interamente su un'idea, una buona idea che piano piano si chiarisce allo spettatore attraverso vari colpi di scena più o meno sorprendenti.
Quindi niente trama, ve la risparmio, ma allora di che parla ? E' un horror, o meglio, è un film sull'horror, un po' quello che Scream a suo tempo era stato per il genere slasher, solo che Quella casa nel bosco se la prende un po' con tutti i sottogeneri. In poche parole è un film sui cliché, su tutte quelle cose fastidiose che siamo abituati a trovare negli horror, quelle cose che una volta ci infastidivano tanto ma a cui ormai ci siamo un pò assuefatti, quelle che ti fanno pensare: ma perché entra li ? Perché non restano uniti ? Come mai i protagonisti di queste storie sono sempre così idioti ? E via dicendo...
Insomma c'è lo sportivo, la ninfomane, la ragazza per bene, il suo appuntamento al buio e il drogato, il classico gruppo di studenti universitari in cerca di svago che finiscono nella solita casa nel bosco venduta dai soliti proprietari misteriosamente scomparsi, c'è persino lo zotico sdentato che li mette in guardia dalle forze del male, però... però niente, mi fermo qui.
La buona idea in questo caso è la trovata attraverso cui il genere in questione viene parodizzato, una buona idea e nulla di più, perché a conti fatti si tratta solo di un gigantesco deus ex machina che permette di giustificare con ironia tutto quello che succede o non succede nel film. Ho parlato di parodia non a caso, perchè a mio avviso il grosso limite del film sta proprio qui, costruisce un'intelaiatura che funziona, trova una giustificazione divertente per ognuno dei cliché sopra citati, e poi si ferma lì, senza tentare di analizzare le meccaniche chiamate in causa, senza fare quello sforzo in più che lo avrebbe reso un prodotto molto più intelligente. Più che a Scream quindi lo paragonerei al recente Tucker and Dale versus evil, altra parodia forse più intelligente e sicuramente più divertente che però non ha goduto dello stesso successo (a proposito, recuperatelo assolutamente).
E poi c'è un altro problema, Whedon arriva tardi, e non intendo tardi rispetto ad altre pellicole che hanno già affrontato l'argomento (anche se ce ne sono), ma semplicemente in ritardo di qualche decennio. Se la prende con un tipo di horror che si trascina stancamente da quasi quarant'anni, roba che ormai è venuta a noia anche agli spettatori meno raffinati, è la parodia di film che sono già la parodia di loro stessi. Va bene, è divertente, ma è come un energumeno che pesta un ottuagenario.
Chiudo la mia acidissima critica con l'ultimo grosso difetto che balza all'occhio: ne parlavo all'inizio, Quella casa nel bosco si basa su delle trovate, dei colpi di scena, e proprio per questo, come molte pellicole simili, esaurisce gran parte della sua magia dopo la prima visione, anche perché oltre all'ideona e a qualche scenetta tragicomica ha poco altro da offrire.
Detto questo, il film nonostante tutto funziona bene, è divertente, irriverente e le scene memorabili non mancano, avrei solo gradito un po' di coraggio in più in fase di sceneggiatura, perché con i dovuti accorgimenti avrebbe potuto diventare un prodotto di culto, avrebbe forse lasciato di più il segno rendendo la sua critica decisamente più costruttiva, mentre così è solo un riuscito mix di horror e commedia.

Mi permetto di concludere con una riflessione che esula dal discorso qualitativo e che quindi lascio per ultima: trovo ironico che un film del genere, una parodia che cerca di attirare l'attenzione sulle cattive condizioni dell'horror, sia costata di più, abbia incassato di più e abbia avuto un successo maggiore di tutti quei piccoli capolavori che l'horror cercano di cambiarlo sul serio.
Si, me la prendo ancora con i produttori brutti e cattivi, mi piace pensare che in questo caso gli “antichi” siano loro...

Intrinseco

Il dittatore di Larry Charles

(in sala dal 15 giugno)
Nel 1940 Charlie Chaplin ne Il grande dittatore, con molto coraggio si permetteva di parodiare e schernire il terribile dittatore tedesco Adolf Hitler. La storia era semplice: un innocuo barbiere connazionale, identico in tutto e per tutto al dittatore Adenoid Hynkel, viene scambiato per esso e davanti all'esercito della Tomania, pronto a invadere l'Ostria, lancia un proclama di amore e pace che interromperà la guerra sul nascere.
A 74 anni di distanza, Sacha Baron Cohen, con umiltà, leva l'aggettivo grande e fa una sorta di remake in tempo di pace. Anche questa volta avviene uno scambio di persona, dopo che il dittatore Aladeen della piccola, ma piena di petrolio, Wadiya, in visita a New York per un discorso alle Nazioni Unite, viene sostituito da un suo sosia, di solito usato in casi di attentato alla sua vita. 
Così il sosia, manovrato dal braccio destro del dittatore, Tamir, è pronto a proclamare la democrazia a Wadiya, mandando in fumo i sogni di gloriosa dittatura di Aladeen, il quale si ritrova come commesso in un negozietto vegetariano no profit a Brooklyn. Un suo ex scienziato, che doveva essere in teoria decapitato da tempo in seguito a un suo ordine, lo vuole aiutare a riprendersi il potere e annullare l'instaurazione della democrazia. Ma ci si mette di mezzo anche l'amore (come nel film di Chaplin), riuscrà Aladeen a rimanere fedele al suo sogno?
C'è poco di coraggioso nel nuovo stravagante film di Cohen dato il terribile periodo di forma per i dittatori. Saddam è sparito da tempo, Gheddafi non ha visto l'estate dopo la primavera araba, Moubarak si, ma ora rischia l'ergastolo e comunque è in fin di vita, Chavez ha forse pochi mesi di vita, Kim Jong Il è morto da qualche mese e tutti gli altri minori non se la spassano di certo. Hanno quindi ben altri problemi che preoccuparsi di questa parodia dissacrante del loro life style.
In questa, se vogliamo terza parte della trilogia dell'istrionico attore inglese (Borat e Bruno gli altri) troviamo i tipici elementi distintivi della sua comicità. Prima di tutto lo straniero in america, con annessi problemi linguistici e culturali, poi il rapporto difficile con la donna, la misoginia, infine la provocazione facile e lo scandalo. Una comicità che può sembrare in primis banale e ripetitiva, e secondariamente non necessaria per un attore che ormai ha una certa richiesta (Scorsese, Hooper, Burton), ma tant'è.
Eppure Il dittatore rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto ai due capitoli precedenti. Rimane certamente il rimpianto di non poter godere di molte più gag sulle manie e pazzie del dittatore (come venivano sbandierate nel trailer o come venivano re inscenate in talk show USA o per i festival del mondo), perchè la storia dello scambio di persona avviene subito, diventando la story line principale. Un elemento che forse non era così centrale in precedenza, dove la facevano da padrone siparietti e scenette che spezzettavano e componevano il film. 
Parliamo quindi di crescita, non esponenziale sia chiaro, sia di Cohen che del regista Charles, forse aiutati dal veterano McKay qui produttore. Anche se sembra ingiusto dirlo, non è al livello di uno Zohan o non riesce a essere spassoso come un Dittatore dello stato libero di Bananas, ma ruscirà a strappare qualche risata anche al più dubbioso degli spettatori, senza però centrare il bersaglio grosso; ovvero quella provocazione capace di fare imbestialire i protagonisti del film, i dittatori, che anche se in piena salute o scarcerati, avrebbero reagito con un alzata di spalle.


Voto: 5+

Il Monco. (EXTRA: che si trovava a New York mentre lo giravano, ma che non aveva voglia di corrergli dietro).

venerdì 15 giugno 2012

L'immondo profondo #1: Lords of Salem

Un mesetto fa, il 12 maggio per la precisione, compariva su youtube il video della conclusione di un concerto di Rob Zombie, che per l'occasione aveva proiettato sul palco quello che potrebbe benissimo essere il trailer del suo ultimo film, Lords of Salem, attualmente in post-produzione.
Metabolizzata la notizia mi sono subito chiesto: perché mostrare il trailer in un'occasione del genere ? E soprattutto, perché un mese dopo non c'è ancora traccia di un trailer ufficiale in qualità decente ? Perché mi puniscono così ?
Di questo film purtroppo se ne parla molto poco, o almeno questa è l'impressione che mi sono fatto, eppure fino a qualche anno fa Rob Zombie era considerato la nuova promessa dell'horror, uno che metteva d'accordo lo spettatore tipo e l'appassionato agguerrito di film de paura. Poi dev'essere successo qualcosa... qualcosa di terribile, ma cosa ? Proviamo a ricordare, lo so, è doloroso ma bisogna farlo: Rob Zombie era il volto nuovo del cinema horror, un regista che in qualche modo era riuscito a fare l'impensabile, portare una ventata di novità in un genere che ha la tendenza a fossilizzarsi. Riusciva a far convivere l'omaggio ai classici e la novità di uno stile particolarissimo e molto personale, un cinema fatto di colori fosforescenti, strade polverose, volti animaleschi, freak e famiglie disfunzionali (altro che Burton). Uno che ti fa innamorare dei suoi mostri, uno che ti tira fuori una bomba come La casa dei 1000 corpi e un paio di anni dopo lo stravolge e lo reinventa, trasformandolo in un mix assurdo di western-horror-on the road.
Insomma a suo modo un genio, un innovatore, e cosa gli fanno fare ? Un remake ovviamente. Che poi la colpa sarà stata anche sua, di sicuro non gli hanno puntato una pistola alla tempia, magari aveva bisogno di soldi per i film che gli interessavano davvero, o magari ci ha creduto sul serio in questo progetto. Fatto sta che Halloween è un film riuscito a metà. Col passare degli anni e dopo aver smaltito l'incazzatura riesco a guardarlo con occhio meno critico. Riuscito a metà letteralmente, perché il primo tempo con tutti i suoi problemi è la vera novità, quella in cui la mano di Zombie si fa sentire di più, certo ancora oggi mi chiedo che senso abbia dare un passato a un personaggio come Michael Myers, e soprattutto QUEL passato, però l'estetica zombiana c'è tutta e almeno l'occhio è contento. Il secondo tempo invece è un remake vero e proprio, praticamente l'Halloween di Carpenter mandato avanti veloce... passiamo oltre che è meglio. Halloween 2, ecco, qui non mi spingo a dire che è riuscito a metà perché effettivamente è una vera chiavica, le possibilità sono due: Rob Zombie è definitivamente andato, e il film rispecchia pienamente le sue condizioni mentali, un pessimo videoclip di scene oniriche con un'eterea Sheri Moon Zombie madre affranta che cavalca a pelo un cavallo bianco. Scene stranianti, più che altro perché non sai se sentirti triste o se cedere al sonno.
E poi c'è la possibilità che preferisco, Rob Zombie è perfettamente sano, così sano che cerca di sabotare il film, o meglio, decide di tirare fuori qualcosa di talmente assurdo da far preoccupare seriamente i produttori che finalmente lo libereranno da questo patto con il diavolo.

E qui mi ricollego a Lords of Salem, quello che spero sarà il grande ritorno di un regista che ho adorato. Certo ho solo un trailer ripreso alla meno peggio con la videocamera di un telefonino, però quel poco che si vede mi fa ben sperare, e i presupposti ci sono tutti:
- il budget è il più basso che Zombie abbia mai avuto a disposizione (1.5 milioni di dollari contro i 7 milioni di La casa dei mille corpi), quindi massima autonomia, si spera.
- le immagini per quanto confuse sembrano molto evocative, per ora mi pare un film molto distante da quelli del primo periodo, decisamente più serio.
- i roghi e le maschere di ferro potrebbero essere un omaggio a La Maschera del Demonio di Mario Bava, un regista che ha sicuramente influenzato molto Rob Zombie, almeno nell'estetica. La possibilità di vederlo alle prese con un horror gotico mi fa aumentare la salivazione.
-torna Sid Haig!
-questa locandina:

Insomma piano piano Lords of Salem sta salendo nella classifica dei film che aspetto di più nel 2012 (spero). Ho paura ma voglio crederci.

Intrinseco

giovedì 14 giugno 2012

21 jump street di Phil Lord e Chris Miller

(da domani, 15 giugno, nelle sale italiane)
Vi ricordate quella serie TV  andata in onda a cavallo tra fine anni 80 e inizio anni 90 con Johnny Depp? No neanche io, però su Tumblr sono mesi che circolano immagini di questo 21 jump street e allora ho deciso di beccarmelo. Ovviamente trattasi della versione lungometraggio della serie.
Shmidt (Jonah Hill anche produttore e co-soggettista) e Janko (Channing Tatum pure lui produttore) sono due poliziotti che si completano a vicenda. Il primo è grassoccio e imbranato ma molto intelligente, il secondo è bronzo di riace, atletico e spettacolare in qualsiasi cosa, ma una capra. Dopo aver fallito un arresto vengono mandati a 21 jump street sede della Chiesa koreana Aroma di Cristo ma anche della sezione sotto copertura. Vengono quindi infiltrati in un liceo, perchè ancora giovani d'aspetto, per scoprire chi spaccia la Holy Shit, una droga che uccide, e chi la produce.
Janko non vede l'ora, tornare a essere il figo della situazione, il re del ballo, il bullo della scuola mentre Shmidt, secchione nerd, non ne vuole sapere di tornare a rivivere quegli anni di soprusi, imbarazzi e pestaggi. Ma le cose cambieranno, perchè la scuola è cambiata e lo sfigato Shmidt, aiutato anche da uno scambio di profili, diventerà cool, mentre Janko se la farà con gli sfigati. Ahhh cosa non si fa per fare il primo arresto...
Commedia-action sul filone di The other guys o Fratellastri a 40 anni (per il tipo buddy buddy), infatti ci si aspetta da un momento all'altro che esca il mitico Will Ferrell da qualche parte (no). Ma gli elementi ci sono tutti; lunghi dialoghi non sense, esagerazioni, amicizia molto bizzarra ai limiti dell'omosessualità, per non parlare dei tipici attori macchietta, come Chris Parnell (Hot Rod) o Rob Riggle (sempre nei film di Ferrell). Insomma c'è tutto, e pure di più. Jonah Hill è già un veterano nei ruoli comici (molto bravo anche nel "drama" Cyrus) ma Channing Tatum è la vera sorpresa. Il bel palestrato rinomato per quella valanga di pop-rom-com, si scopre come decente e simpatico attore, capace di strappare più volte, non solo qualche risata ma anche la scena al ciccio Hill, dimostrando quindi una certa versatilità inaspettata. Insieme formano una gran bella coppia, confermando l'esperimento già riuscito con Mark Wahlber per The other guys.
Certo, non è al livello delle migliori commedie del genere, non è una risata continua ma ha dei momenti ben costruiti. Come le molte imitazioni dai cop movies, per fare un esempio l'esilarante inseguimento in autostrada e le esplosioni assenti, o il geniale cameo finale di...bè un attore della famosa serie sopra citata.
Scritto bene, divertente, molto ben ritmato. Consigliato per chi cerca una commedia adrenalinica, senza battute facili o sciocche, o a chi ama il genere Will Ferrell o ancora a chi è piaciuto il recente 30 minutes or less.

Voto: 6.5+

EXTRA: l'Eric del film vi ricorda qualcuno? E' il fratello minore di James Franco.

Il Monco.

Molto forte incredibilmente vicino di Stephen Daldry

New York e soprattutto i suoi abitanti hanno la fama di essere snob, strafottenti, cafoni e chi più ne ha più ne metta. Anzi, più esplicitamente, è parere comune eleggerli i più stronzi sul pianeta. Perchè a New York solo il più forte sopravvive, perchè a New York si è in troppi e lo spazio è poco, perchè New York te la devi meritare etc... Eppure dopo l'attacco alle torri gemelle, quell'11 settembre di quasi 12 anni fà, qualcosa cambiò. Non un cambio radicale, non passarono di colpo a essere i più bravi e caritatevoli esseri del pianeta terra, ma si sentirono colpiti, tutti. Chi direttamente, con la perdità di un familiare, o chi indirettamente per quello che vedeva ogni giorno sul volto di amici o conoscenti o semplici estranei. E quella terribile tragedia servì da collante, un sentimento fortissimo legò tutti, tanto da farli comunicare di più tra loro e conoscersi, anche solo raccontandosi le proprie storie, i propri dolori ( a tal proposito c'è una bella scena nel film "The guys" dove una donna racconta che nelle azioni che compiva ogni giorno non aveva mai scambiato parola con commercianti o passanti, ma dall'11 settembre in poi le cose cambiarono, come ad esempio il fruttivendolo che le augura buona giornata, qualcosa di incredibile fino al giorno prima).
 Il libro di Safran Foer (che non riesco a leggere per motivi personali (sono molto scosso ancora oggi e sono molto legato a New York)) racconta di tutto questo tramite una metafora. Oskar è un bambino vivace e intelligente seppur pieno di complessi, molto legato al padre che lo coinvolge in ricerche affascinanti e giochi di parole, enigmi. Purtroppo perderà il genitore nel tragico attentato al World Trade Center. Dopo un anno di dolore, per caso ritrova una chiave, nascosta in un vaso. Una chiave semplice, senza etichette, nomi, segni particolari. E' contenuta in una piccola busta, con un nome, Black. Oskar, che già prima veniva spronato dal padre a conoscere le persone, a parlare, a vincere le proprie paure, inizia la ricerca metodica di chi sia questo Black. Crea una lista di tutti i Black di New York, in tutti i 5 distretti. 470 nomi, 216 abitazioni, 104 zone. Ogni sabato parte alla ricerca, tre per volta, per molti mesi.
Ma gli estranei e la comunicazione interpersonale non sono gli unici problemi di Oskar. Le sirene delle ambulenze, i forti rumori, gli aerei e qualsiasi cosa che vola, la metro, i ponti, i mezzi pubblici, i telefoni che squillano, le persone che urlano, gli ascensori, gli edifici alti, lo impietriscono. Tutti ricordano quella giornata, quella tragedia, quella perdita. E come può muoversi nella enorme città americana senza dover affrontare quasi tutte queste cose? E così nonostante sia morto da un anno, suo padre, lo sta aiutando ancora a fargli vincere tutte le paure, compresa quella di andare su una semplice altalena. Percorrerà ponti, salirà ascensori, prenderà la metro.
Un aiuto inaspettato verrà da una persona, un anziano affitturario della nonna di Oskar, muto in seguito a un trauma. Il vecchio, avrà bisogno di mezzi pubblici, incapace di camminare a lungo nelle lunghe ricerche in cui si è offerto di dare una mano.
A questo punto, la chiave non ha nessuna importanza, e il ricordo del padre (quegli 8 minuti che rimangono) è vivo più che mai e non più doloroso.
 Un film forte, su un dramma ancora fresco e comune, che colpisce duro senza troppe difficoltà ma senza per questo cercare delle facili lacrime. Gioca a carte scoperte, il suo intento è facile da capire, eppure nonostante questo, riesce a commuovere, e questo è un grande pregio. Il tono leggero, dato dai personaggi e dai dialoghi della prima parte, rende il boccone meno amaro di quello che può sembrare. Dei tre atti canonici, il più leggero è quello centrale, quasi spensierato, un viaggio nella favolosa New York e i suoi abitanti. Il resto, l'inizio e la fine, sono dei pugni ben assestati e il dolore e l'efficacia dipendono solo dalla vittima. Quarta regia per Daldry e quarto ottimo risultato.

Voto 7

Extra extra: Il Monco è stato sul set di codesto film, ma non lo vedrete.

Il Monco.

martedì 12 giugno 2012

Filmbuster(d)s - Episodio #1

Chi non muore si rivede, i Cineplegici non erano morti, erano solo andati al bagno.
Adesso tornano tra voi mortali, ma non si chiamano più così, adesso sono i Filmbuster(d)s e sono pronti a diffondere il verbo senza peli sulla lingua.
Nel primo episodio del podcast di Filmbuster(d)s:

- Intervista speciale con ospite a sorpresa
- Il rinvio dell'uscita di Prometheus nelle sale italiane
- Il trailer di Django Unchained di Quentin Tarantino
- Crowdfounding
FILM IN SALA:
- Dark Shadows
- Sangue facile
- Molto forte incredibilmente vicino
- Men in Black 3
- Quella casa nel bosco
- Cosmopolis

- Film in uscita
- I consigli dei bastardi



Potete ascoltare l'episodio al link diretto al file MP3 (per scaricarlo basta cliccare col destro e poi "Salva link con nome"): Clicca qui

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