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sabato 16 settembre 2017

Baby Driver - Il genio della fuga di Edgar Wright


"Ti è sembrato lento?"
"No"
"Allora non è un ritardato"

Da qualche giorno anche nei cinema italiani è finalmente arrivato Baby Driver - Il genio della fuga, film diretto da Edgar Wright e che vede nel cast attoroni del calibro di Kevin Spacey, Jamie Foxx e Jon Hamm. Ma è proprio per il nome che c'è alla regia che molti andranno a vederlo. Wright, inglese, classe 1974, si è costruito negli ultimi 10 anni una folta schiera di fans adoranti (tra i quali c'è chi vi scrive ora) e ha creato un suo modo di fare cinema facilmente distinguibile ma difficilmente copiabile. A partire da La notte dei morti dementi, parodia del genere horror-zombie, passando per Hot Fuzz, parodia del genere poliziesco, fino alla migliore trasposizione in assoluto di un fumetto, quello Scott Pilgrim VS The World che ne ha confermato il talento registico, l'estro creativo e la smisurata verve comica. Per tutti questi motivi -e per la meravigliosa trama/genere scelto- l'aspettativa per Baby Driver era oltre le stelle (fomentata da un trailer-incipit di 6 minuti che anticipava il film).

domenica 23 agosto 2015

Locarno68 - Kaili Blues (Lu bian ye can) di Gan Bi

Come spesso succede a Locarno, le sorprese migliori arrivano dalla sezione Cineasti del Presente (basti pensare a Navajazo l'anno scorso). Quest'anno in particolare, con un Concorso Internazionale dominato da autori "storici" (Akerman, Zulawski, Iosseliani) e grandi nomi (Hong Sang-soo) è ancora più impressionante e significativo imbattersi in un esordio come quello del giovanissimo Gan Bi.

sabato 15 agosto 2015

Locarno 68 – Right Now, Wrong Then. Hong Sang-soo ci regala il film del festival

Per fortuna c’è Hong Sang-soo. Al penultimo giorno di proiezioni dei film in concorso a Locarno 68, veleggiava un  certo malcontento per la qualità della selezione di quest’anno. Film stanchi, personaggi in cerca di una fine, magari della propria crisi personale, magari  della loro vita stessa, e in cerca di una rinascita, di una seconda opportunità. E dal nulla di spunta il nuovo titolo del prolifico regista coreano, re del film “a versioni”, nei quali i propri personaggi hanno effettivamente la possibilità di riprovarci, anche più volte e a distanza di poco tempo.

venerdì 14 agosto 2015

Locarno 68 – I genitori visti da un figlio e da una figlia (documentaristi). Futebol, No Home Movie

Al  Concorso Internazionale di Locarno 68 erano candidati molti film che potremmo dire viaggiavano in coppia, per i più svariati motivi. I due asiatici, infilati negli ultimi giorni come da tradizione, i due Americani, i due maestri del cinema europeo (Zulawski e Ioseliani) e i due documentari, No Home Movie di un colosso del cinema sperimentale come Chantal Akerman e O futebol del brasiliano Sergio Oksman.

Due opere molte simili per il soggetto, il rapporto con un proprio genitore anziano,  ma totalmente diversi per l’approccio e lo sviluppo.

mercoledì 12 agosto 2015

Locarno 68 – Keeper, ovvero Juno cinico e al maschile

Anche quest’anno il Concorso Internazionale è stato più volte messo in ombra dal “minore” Cineasti del presente, recinto in cui sgambettano i giovinastri del panorama internazionale in grado di presentarsi sempre con opere ardite, vive e emozionanti. (S)Piace dirlo ma tutte cose che troppo spesso mancano al piano di sopra, in una selezione afflitta da troppo cervello e intellettualismo tipica dell’era Chatrian (ci tornerò). Quest’anno opere come Keeper, Der Nachtmhar, Dead Slow Ahead, Olmo & the seagull, Siembra, Thithi, Kaili Blues (e l’anno scorso Navajazo) non avrebbero sfigurato tra i senior del Concorsone. Certo sono opere di autori acerbi ma così promettenti da essere il punto di maggiore orgoglio del Festival.

martedì 21 aprile 2015

Citizenfour di Laura Poitras

Al cinema dal 16 aprile
Vincitore Oscar 2015 per il Miglior Documentario

Trama: La regista Poitras viene contatta da un misterioso personaggio che si nasconde dietro il nome Citizenfour. Si tratta di Edward Snowden, un tecnico della NSA pronto a rivelare in che modo il governo americano viola ogni giorno la privacy di milioni di cittadini, senza alcun motivo. Il documentario segue i giorni in cui le rivelazioni di Snowden diventano di dominio pubblico.

Citizenfour è il terzo capitolo di una trilogia sull'America post 11 settembre a firma di Laura Poitras (gli altri due sono My country my country (2006) sulla guerra in Iraq e The Oath (2010) sulla prigione di Guantanamo), regista impegnata e che proprio a causa di queste pellicole scomode, si è trasferita a Berlino in pianta stabile. Sarà proprio su consiglio di Snowden, ancora whistleblower (non esiste una traduzione fedele in italiano, in quanto il termine vago spia, è denigrante) anonimo nascosto dietro mail criptate, che deciderà di lasciare il suo paese natale.
Citizenfour ha la sfortuna di uscire tardi, ovvero quando tutto il polverone legato a Snowden, non che sia esaurito e dimenticato, ma si è sicuramente attenuato. Purtroppo la memoria media è sempre molto labile su cose fatte volutamente passare nel dimenticatoio dopo poco tempo. Eppure la sua forza e i suoi molti pregi sono ancora vividi rendendolo un documentario dall'importanza enorme.

venerdì 10 aprile 2015

Into The Woods di Rob Marshall

Al cinema dal 2 aprile

Trama: Per eliminare una maledizione che grava sulla sua famiglia, un fornaio e la moglie dovranno imbarcarsi in un'avventura nel bosco alla ricerca di una mucca bianco latte, una scarpetta dorata, una chioma giallo grano e un cappuccio rosso. 

C'è una strana atmosfera di deja-vu che avvolge il nuovo film di Rob Marshall, Into The Woods, ma più che di "già visto", si ha la netta impressione di aver già ascoltato le melodie che compongono la sua struttura musical. Non è una sensazione gradevole, almeno per chi scrive, quella in cui le orecchie si incamminano non per una selva mai battuta prima, ma famigliare alquanto.
Compositore del musical omonimo originale è quel Stephen Sondheim che debuttò a teatro, fornendo le parole a un classicone come West Side Story. Sondheim ha poi continuato con le proprie gambe e creato interamente opere come A Little Night Music, Sunday in the Park with George e soprattutto Sweeney Todd. Ah bingo! Ecco cosa mi ricordava tutto il tempo, il film di Tim Burton.

lunedì 8 dicembre 2014

Scemo e più scemo 2 di Peter Farrelly, Bobby Farrelly

Al cinema dal 3 dicembre

Una recensione scritta con il cuore a pezzi. Non l'ho mai nascosto e non lo nasconderò neanche ora. Io sono cresciuto con Scemo e più scemo. Non ricordo quando lo vidi la prima volta, ma purtroppo a 6 anni, ancora non andavo al cinema nel 1994, per lo meno non per questi film. Ma ai tempi i miei avevano una videoteca, quindi facile che lo vidi prestissimo, forse l'anno successivo. Non posso neanche ricordare come fu la prima volta, ma di sicuro mi rimase dentro perchè da quel momento l'avrò visto una 40ina di volte.
Lo conosco a memoria, ha segnato il mio umorismo come poche altre cose -Simpson, altro non c'è allo stesso livello-, ha segnato anche la mia amicizia con il mio migliore amico d'infanzia, Alberto, tanto che ci parlavamo quasi solo citando il film, anche ad anni di distanza.  
Il motivo principale del mio amore per questa pellicola era lui, il faccia di gomma, Jim Carrey, che era nei cinema (nello stesso anno, pazzesco) con altre due bombe, il primo Ace Ventura e The Mask. Era decisamente il mio idolo, a parte alcuni calciatori (ero giovane). Volevo diventare lui e nei panni di Lloyd Christmas era geniale. 

mercoledì 27 agosto 2014

Liberaci dal male di Scott Derrickson

Nelle sale dal 20 agosto

In un mercato saturo come quello dell'horror, e con pochi film all'attivo, Scott Derrickson è riuscito a farsi un nome. Era piaciuto molto il suo L'Esorcismo di Emily Rose, con cui si era imposto all'attenzione del pubblico, e probabilmente è piaciuto ancora di più il recente Sinister, su cui il sottoscritto conserva ancora qualche perplessità.
Questo Liberaci dal male però nasce ancora prima, nel 2004, quando il produttore Jerry Bruckheimer chiede a Derrickson di sceneggiare Beware the Night di Ralph Sarchie e Lisa Collier Cool, un resoconto delle misteriose esperienze vissute dall'agente Sarchie (è proprio lui a consigliare a Derrickson il libro su Anneliese Michel, da cui sarà tratto L'esorcimo di Emily Rose). La sceneggiatura però è rimasta nel cassetto per dieci anni, finché lo stesso Derrickson se n'è ricordato e ha deciso di dirigerla personalmente.
Siamo nel Bronx, in una New York quasi irriconoscibile per quanto è cupa e uggiosa. L'agente Sarchie (Eric Bana, ma in origine doveva essere Mark Whalberg) trascura la famiglia per indagare su una serie di crimini apparentemente inspiegabili. Aiutato da padre Mendoza, un prete insopportabilmente cool, scorpirà che i suoi casi hanno a che fare con il soprannaturale.

lunedì 14 luglio 2014

Paranormal Stories di AA.VV.

 Nelle sale dal 10 luglio (ma in dvd dal 20 febbraio...)

Prendiamola alla larga che è meglio. Ve lo ricordate Gabriele Albanesi ? Vi ricordate che dopo due soli (orrendi) lungometraggi (Il Bosco Fuori, Ubaldo Terzani Horror Show) aveva deciso di darsi alla produzione? No ? Beati voi, ma tanto ci sono io a rinfrescarvi le idee. Gabriele Albanesi, classe 1978, entra nel mondo del cinema dalla porta di dietro, quella arrugginita che puzza di piscio, piena di numeri di telefono di transessuali: un giorno, dopo aver visto Zora la Vampira, corre su internet a insultare il film e i due registi, i Manetti Bros. (perché lui è anche critico, lo dice wikipedia). Loro, per tutta risposta, lo ripagano producendo il suo primo film.
Ora, chiunque con il senno (di poi) penserebbe che l'abbiano fatto apposta, per vendicarsi: gli avrebbero dato i soldi, sicuri che avrebbe girato una porcheria (d'altronde basta sentirlo parlare), e dopo lo avrebbero preso in giro a vita come aveva fatto lui. Purtroppo però la porcheria piace, si comincia a parlare di rinascita del genere, e, come se non bastasse, qualche presunto critico mette Albanesi sul piedistallo.

martedì 8 luglio 2014

The Raid 2: Berandal di Gareth Evans


In bluray a settembre

Cosa ci fa un imponente regista gallese in Indonesia ?
Un paio d'anni fa avremmo potuto rispondere: realizza uno dei film di arti marziali più belli e importanti di sempre. Oggi possiamo tranquillamente sostituire "film" con "saghe" e "di arti marziali" con un più generico "action", perché dopo il successo internazionale di The Raid: Redemption, l'instant cult che ha messo d'accordo praticamente tutti, Gareth Evans e il micidiale Iko Uwais sono tornati più agguerriti che mai. The Raid 2 (in originale The Raid 2: Berandal che significa teppista o criminale) comincia esattamente dove finiva il primo, ma paradossalmente la sceneggiatura risale a qualche anno fa, un vecchio progetto di Evans e Uwais abbandonato proprio per relizzare The Raid.
Dopo aver risalito una "pagoda" brulicante di criminali, il poliziotto Rama è pronto a consegnare alla giustizia decine di colleghi corrotti, ma la situazione è più complicata di quello che sembra: il boss che ha stanato nel primo film era solo la punta dell'iceberg, e per fare davvero pulizia dovrà infiltrarsi personalmente nella più grande organizzazione criminale della città, il tutto durante una sanguionosa guerra tra bande.

sabato 5 luglio 2014

Insieme per forza di Frank Coraci

In sala dal 2 luglio.

"Deboli segnali di vita"
Negli ultimi anni Adam Sandler ha contribuito notevolmente e ripetutamente all'abbassamento dello standard -già infimo- in cui era caduta disastrosamente la commedia americana. Da esplosivo talento comico della fine anni 90 -Billy Madison, Un tipo imprevedibileWaterboy, Mr. Deeds, Terapia d'urto, 50 volte il primo bacio fino a Cambia la tua vita con un click del 2006- con una commedia campione di incassi all'anno, è passato di colpo ad essere una sciagura incapace di azzeccare mezzo film.
Era persino riuscito a darsi al genere drammatico con risultati sbalorditivi, scelto personalmente da P.T. Anderson in Ubriaco d'amore e straziante in Reign over me. Poi qualcosa si è rotto irrimediabilmente ed è iniziata una discesa agli inferi che non sembrava conoscere fondo. Io vi dichiaro marito e marito e l'inizio della collaborazione con/scoperta di Kevin James-Dennis Dugan hanno dato il fischio d'inizio, anche se il peggio doveva ancora venire, leggi "peggiore commedia del decennio", Jack e Jill, Un weekend da bamboccioni 2 (a pari merito con Comic Movie, chiaro) e "peggior commedia del secolo" Un weekend da bamboccioni 1, Indovina perchè ti odio

mercoledì 2 luglio 2014

Un milione di modi per morire nel West di Seth MacFarlane

Al cinema dal 9 ottobre.


Dopo anni e anni di serie a cartoni animati -Griffin e le meno note e meno riuscite American Dad e The Cleveland Show (oh shit...)-, Seth MacFarlane è passato nel 2012 alla regia di un lungometraggio in live action. Lo ha fatto forse nel momento migliore della sua carriera, ovvero quando il suo genio creativo e umoristico stava raschiando un barile già molto consumato. Le ultime stagioni dei Griffin sono inguardabili, insensati, non sono più divertenti e si trascinano per 22 minuti a volte senza neanche una vera conclusione. Poco importa che lui magari abbia delegato gran parte del lavoro ad altri autori, la firma sua c'è ancora. 
Era più che necessario un cambio di rotta e di medium perchè no, per un comico dal grande talento e dalla innegabile costanza -=! qualità-. Così ha fatto Ted con Mark Wahlberg, summa della sua carriera, un orsacchiotto parlante, volgare, scurrile, ninfomane e strafatto.  Umorismo un po' infantile, come livello non come sostanza, e un primo passo verso una nuova "maturità". In Ted è presente quella struttura che nei Griffin non era ormai più necessaria o prevista.

martedì 1 luglio 2014

Tutte contro lui di Nick Cassavetes

Al cinema dal 19 giugno.

Come il Pasqualone e la Pasqualina, due recensioni gender type.

Recensione per il pubblico femminile.
Il regista de Le pagine della nostra vita torna con una commedia femminista accusata di essere un plagio di un vecchio libro di Paolo Limiti, quello con il cane Flora Dora.
Carly scopre malauguratamente una sera di essere l'amante di un uomo sposato. La moglie di questi, invece che prendersela a morte, le chiede consigli su come agire e si mettono insieme per ordine una elaborata vendetta. Mentre lo pedinano e si consolano a vicenda, scoprono che c'è addirittura una terza donna, molto più giovane, più sexy, più tutto. La solidarietà femminile porterà anche la terza, Amber, ignara di tutto, a unirsi per farla pagare al bastardone. Perchè nessuna sapeva di essere un amante. 
L'inizio è incerto, il personaggio di Leslie Mann è ambiguo. E' mentalmente ritardata -oh, dice anche rinforzo celebrale- è chiaramente un diversivo comico, rispetto alla fiera Carly-Cameron Diaz, ma è poco femminista, è la classica svampita uscita dalla penna di un uomo (non Paolo Limiti) anche se la sceneggiatrice è donna, Melissa Stack.

lunedì 26 maggio 2014

Maps to the Stars di David Cronenberg

Nelle sale dal 21 maggio
Julianne Moore Prix d’interprétation féminine a Cannes 2014


Maps to the Stars continua quel monologo lungo e alienato su cui piombavano i titoli di coda di Cosmopolis. O ancora meglio, Cosmopolis e Maps to the Stars sono l'ideale continuazione di A Dangerous Method, il molto dopo, quell'oracolo terribile e sibillino pronunciato da Jung mentre scruta le nubi all'orizzonte. Non (solo) la guerra e l'olocausto quindi, ma quegli orrori ancora di là da venire: la tragica perdita d'orientamento che la mano ferma di Cronenberg ha tratteggiato e continua a tratteggiare così bene.
Se Cosmopolis era a suo modo una mappa delle stelle, gli astri nascenti dell'economia che decidono le sorti del mondo dentro bozzoli di sughero e acciaio, Maps to the Stars ci parla delle stelle per antonomasia, i divi e le dive di Hollywood, dopo Wall Street, un altro microcosmo fuori dal mondo e a cui il mondo tuttavia continua a guardare. E Cronenberg ce lo racconta proprio così, attraverso una struttura corale di prototipi e stereotipi che gravitano intorno a Mulholland Drive: abbiamo Havana Segrand (Jullianne Moore, premiata a Cannes), attrice non più giovane che lotta per rimanere a galla e uscire dall'ombra di sua madre. Il suo terapista Stafford Weiss (John Cusack), psicologo/massaggiatore delle celebrità diventato a sua volta celebrità. La di lui moglie, figura insignificante che vive solo per assicurare il successo al figlio Benjie, divo tredicenne con problemi di droga. Jerome Fontana (Robert Pattinson), tipico autista di limousine (echi cosmopolisiani) aspirante attore aspirante sceneggiatore. E in fine, al centro e al di fuori di tutto, Agatha (Mia Wasikowska), la ragazza baciata dalle fiamme salita (o scesa ?) tra le stelle per scatenare un caos purificatore.
Bravissima e bellissima, anche sfigurata
Uno spietato affresco di Hollywood in cui paradossalmente il cinema è il grande assente, sempre distante, fuori campo, relegato a poche brevissime scene in cui viene semplicemente consumato, sulla televisione di una roulotte, oppure sugli schermi domestici, ma sempre a bocconi, piccole scene decontestualizzate e svuotate di ogni significato. Un bene di consumo appunto, che permette ad un'attricetta di mantenere il suo assurdo stile di vita, o di liberarsi di un'ingombrante figura materna. O ancora, squallide commedie per adolescenti che incassano centinaia di milioni e alimentano gli stravizi di attori bambini. Persino il sognatore Jerome, altro prototipo/stereotipo classico dell'ecosistema Hollywood, finisce per perdersi e scendere a compromessi, moderno Joe Gillis pronto a concedersi ad una versione laida e volgare di Norma Desmond pur di salire qualche gradino.
Se The Canyons raccontava la metamofosi del cinema nell'era del digitale, Maps to the Star racconta invece la paralisi del mondo che ruota intorno a quel cinema, lo showbusiness e i divi nell'era di The Canyons. Hollywood diviene una terra dei morti viventi, figure irrimediabilmente corrotte che complottano, tradiscono, si degradano e nascondono orribili segreti, con dinamiche e sviluppi degni delle peggiori soap-opera, come se fossero incapaci di sfuggire al loro ruolo, condannati a ripeterlo all'infinto. I corpi cronenberghiani si fanno sfacciatamente finti, fantasmi effimeri e patinati che potrebbero esistere soltanto sullo schermo e sarebbero disposti a tutto pur di rimanere nell'inquadratura. Nelle loro case, nelle loro vasche da bagno e nei loro letti, si agitano altri tipi di fantasmi, incorporei, o forse emanazioni di psicologie frammentate (eppure sanno cose che i personaggi non sanno), depositari di un'umanità perduta che tentano inutilmente di riportarli alla ragione, oppure osservatori come noi, che scendiamo dall'alto, cogliamo le loro vite per qualche istante e poi finalmente usciamo "a riveder le stelle".
Totentanz
Personaggi (nel vero senso del termine) senza speranza, condannati e pronti a condannare la propria prole, perché in ogni dramma famigliare che si rispetti le colpe dei padri devono necessariamente ricadere sui figli, e qui, proprio come in un girone infernale, il contrappasso consiste in una condanna a ripetere. Eppure la stiuazione è più complessa, basti pensare ad Havana Segrand, uno dei personaggi su cui il nostro sguardo si posa più a lungo, con cui dovremmo in qualche modo identificarci, una vittima, come si definisce lei, della madre, di un business spietato, dell'età... eppure quasi subito la sua maschera cade rivelando un altro tipo di fragilità, patetica e disgustosa, capace di nefandezze sempre più grandi e sempre più impensabili. Perché Maps to the Stars non è altro che una versione capovolta e incancrenita di Viale del Tramonto, l'affresco di un mondo rimasto fermo, condannato a ripetersi all'infinito, a perdersi ogni volta, una mappa delle stelle senza cordinate e senza via d'uscita. O forse la via d'uscita è proprio Agatha, unico vero personaggio cronenberghiano, carne lacerata e quindi viva, imperfetta, non patinata. Nella sua lucida follia, cerca di ritrovare l'amore e l'umanità che i genitori, messi di fronte alla loro mostruosità, hanno lasciato morire, una mostruosità che invece lei abbraccia in un brutale atto d'amore, plateale e ostentato come ogni gesto nel film, ma pur sempre un atto d'amore, come il poema di Paul Éluard recitato a più riprese dai personaggi, a cui Cronenberg e Wagner restituiscono un senso perduto: "quando poi, retrospettivamente, sono andato a studiarmi nel dettaglio tutta la sua genesi, ho visto che le intenzioni iniziali non erano quelle che sono state attribuite storicamente, ma c’era dietro la dedica d’amore nei confronti di una donna. In pratica è come se Bruce avesse riscoperto in modo istintivo il significato originario e nascosto nella poesia”.
E in fondo è un atto d'amore anche quello di Cronenberg e Wagner, perché per raccontare Holywood con uno sguardo così disilluso, devi amarla almeno un po', o forse semplicemente crederci, come ha osservato enrico ghezzi durante la conferenza stampa: "Personalmente non ho mai visto un film come questo, è una brillante e tragica dimostrazione del fatto che per realizzare un film devi credere in Hollywood o comunque credere in tutto oppure in niente."

domenica 18 maggio 2014

The Sacrament di Ti West

Nelle sale da MAI!

Da grande ammiratore di Ti West, si può dire che lo stessi aspettando al varco, dopotutto non girava un lungometraggio dal lontano 2011, e i suoi contributi ad horror collettivi come V/H/S e ABCs of Death hanno destato più di qualche perplessità. Insomma da un regista che ti abitua a film come The House of the Devil e The Innkeepers (ma anche prima con The Roost, che è un gran bell'esordio) ci si aspetta sempre lo stesso straordinario livello. Per cui, quando The Sacrament è stato finalmente annunciato, all'entusiasmo sono seguiti i dubbi: anche Ti West si era fatto sedurre dalla moda del found footage ? Persino lui, paladino dell'horror indipendente, aveva ceduto alle lusinghe del sottogenere più commerciale, per di più nella sua fase calante ? Gli ingredienti per il disastro c'erano tutti, a partire dall'assenza di Larry Fessenden tra i produttori, al suo posto il nome più ingombrante e minaccioso di Eli Roth, simpatico quanto volete ma parecchio distante dal tipo di horror "praticato" da West. E poi, altro terribile presagio, il film prendeva spunto da una storia vera...
Sam (AJ Bowen, già visto in The House of the Devil), Patrick e Jake (il regista Joe Swanberg) lavorano per il programma terlevisivo VICE come "immersionisti", cronisti coinvolti in prima persona negli eventi che scelgono di raccontare.

venerdì 16 maggio 2014

Godzilla di Gareth Edwards

Non si vede Godzilla nella locandina e
rispecchia alla perfezione il film
In sala dal 15 maggio.
"Let them fight".

Le premesse erano tra le migliori. Un pessimo, orripilante, disgustoso precedente capitolo, datato 1998 e diretto da Hal Emmerich. Così brutto e fuori luogo che era impossibile fare peggio, e questo già dava ampie speranze, ampie aspettative, ma anche ampie pacche sulla spalle. "Dai che stavolta j'a famo". Un regista giovane, esperto conoscitore della materia e con alle spalle un buon (non eccezionale) monster movie, come Gareth Edwards. Ed infine, forse la cosa più importante, l'apporto produttivo della Toho, la vera mamma di Godzilla, insomma, ai giapponesi spettava una parola importante all'interno del progetto.
Tutto molto bello, se poi pensiamo al livello raggiunto oggi dalla CGI e dal buon successo ottenuto con Pacific Rim. E invece niente. Per dirla molto in breve, il nuovo Godzilla è come andare allo stadio e sedersi dietro una colonna, come ascoltare una canzone alla radio dove prende poco il segnale, andare a una festa per rivedere un vecchio amico ma trovarlo troppo impegnato in altre conversazioni, come andare a fare un tour turistico di notte e sotto la pioggia. Un vedo non vedo fastidioso, o in questo caso un vero e proprio Mostro non Mostro.

martedì 13 maggio 2014

Alabama Monroe - Una storia d'amore di Felix van Groeningen

In sala dall'8 maggio.

Non vorrei neanche tornarci, ne parlarne, anzi non dovrei proprio. Perchè il cinema non vive di o viene consacrato dai premi, ne tanto meno dagli Oscar. Però dopo aver visto un altro concorrente de La Grande Bellezza mi prudono le mani, mi da ancora più fastidio che quel film di Sorrentino abbia potuto vincere e vincere così tanto. Mi piacerebbe sfogarmi, fare un paragone impietoso, continuare a discutere su quel premio, ma lascio perdere. Non ha importanza, le ragioni di quella vittoria sono abbastanza evidenti e banali, che non vale neanche la pena di perderci altro tempo.
Ecco finalmente che è arrivato nei nostri cinema Alabama Monroe, (The Broken Circle Breakdown) film belga di Felix van Groeningen, che racconta, come suggerisce il solito sottotitolo italiano non necessario, una storia d'amore, quella tra Didier e Elise, due anime molto diverse tra loro ma complementari, conosciutesi nella campagna belga. Lui cantante di bluegrass, con la barbona, un orso che vive in una roulotte perchè pigro, invece di restaurare la bella casa che sta a 100 metri sotto il suo naso.