Anche quest’anno il Concorso Internazionale è stato più
volte messo in ombra dal “minore” Cineasti del presente, recinto in cui
sgambettano i giovinastri del panorama internazionale in grado di presentarsi
sempre con opere ardite, vive e emozionanti. (S)Piace dirlo ma tutte cose che
troppo spesso mancano al piano di sopra, in una selezione afflitta da troppo
cervello e intellettualismo tipica dell’era Chatrian (ci tornerò). Quest’anno
opere come Keeper, Der Nachtmhar, Dead Slow Ahead, Olmo & the seagull,
Siembra, Thithi, Kaili Blues (e l’anno scorso Navajazo) non avrebbero sfigurato
tra i senior del Concorsone. Certo sono opere di autori acerbi ma così
promettenti da essere il punto di maggiore orgoglio del Festival.
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mercoledì 12 agosto 2015
giovedì 12 dicembre 2013
Molière in bicicletta di Philippe Le Guay
In anteprima al recente Torino Film Festival.
Nelle sale dal 12 dicembre.
Schiacciati sotto il peso insostenibile di un drago desolato, con la sua montagna di monetine che manco Zio paperone, in questo weekend pre uscite natalizie ci sono tre filmetti, tali per dimensione ma non necessariamente per qualità, provenienti dall'Italia (o dall'Inghilterra?), Still life, dal Messico, Qui e là, e da quella instancabile fabbrica di film che si chiama Francia, Molière in bicicletta per l'appunto. Proprio di quest'ultimo, con questo titolo così accademico e radical chic, vi parlerò oggi. E ora potrei scrivere cose a caso, tanto nessuno leggerà.
Per apprendere al meglio questo film, una discreta conoscenza di Molière e soprattutto della sua opera Il misantropo, sarebbe quasi obbligatoria, in quanto gli aiutini da parte dei distributori italiani si esauriscono nel cambio di titolo (in originale è Alceste ad andare in bici, protagonista del Misantropo) e visto che si tratta in fondo di una sua rilettura e di una sua rappresentazione.
Protagonisti sono due attori. Il primo è Serge, un ex grande attore di teatro e cinema, reclusosi volontariamente dal mondo contemporaneo per vivere in solitudine sull'ile de rè. E' scontroso, cocciuto e saccente. L'altro è Gauthier Valence, il grande Gauthier Valence, attore sulla cresta dell'onda, un po' di cinema ma prevalentemente la tv, con una medical soap dove interpreta il classico medico infallibile sul lavoro ma pieno di difetti nella vita. E' un uomo bellissimo, ricco e famoso, non per forza talentuoso. Gauthier ha in mente un progetto teatrale, ovvero quello di portare in palcoscenico Il misantropo del grande Molière e con chi se non il suo grande amico Serge, con cui divise il set durante un film in Ungheria. Un profondo conoscitore dell'opera e un grande attore, per giunta interessato, almeno questo trapelò da una loro vecchia chiacchierata a interpretare il personaggio secondario, Filinte, lasciando a lui il grande Alceste, uno dei personaggi più difficili della storia del teatro francese.
domenica 28 luglio 2013
Se sposti un posto a tavola di Christelle Raynal
Nelle sale dal 25 luglio.
"Magari nella vita ci fosse il rewind come in Forza Motorsport!". Lo sceneggiatore di questo film.
Dai su, voglio battere il record di minor letture per singolo post. Ahhh i matrimoni, l'evento perfetto per fare nuove conoscenze, tra una sbevazzata e l'altra, le danze, l'atmosfera di gioia, quante coppie felici sono nate così, per caso. Due perfetti sconosciuti uniti da una remota conoscenza o parentela con lo sposo o la sposa, si incontrano e scoprono la propria dolce metà.
Ma è un caso? E soprattutto il caso esiste? O siamo noi che delineiamo il nostro futuro, attraverso le nostre scelte, perché una scelta c'è sempre. Ed è così che le vite di un gruppo di persone al matrimonio di amici vengono scombussolate come i segnaposto a loro assegnati, rimescolati -e anche no- maldestramente o con giudizio da uno di loro. I possibili scenari futuri sono infiniti, chissà come finirà per ognuno di loro.
Mo ecco che riattacca con la solita tiritera del filmetto francese scritto bene, diretto bene, con un bel gruppo di attori, e la classica storiella che in mano ai cugini transalpini diventa interessante. Eh si.... quindi...bè....CIAO!
No stavolta l'entusiasmo è un po' minore. Ribadisco più o meno i soliti giudizi, anche se stavolta mi ha fatto innamorare molto meno.
lunedì 17 giugno 2013
Il bianco e il nero #42: I sottogeneri del Noir - Caper e Evasione
Generi a sè stanti, sottogeneri, poco importa, queste due tipologie di film sono entrate nella vasta famiglia del Noir agli inizi degli anni 50, quindi con una decina d'anni di ritardo. Due generi separati, ma se vogliamo contigui -il primo potrebbe benissimo finire dove il secondo inizia- con protagonisti dei piccoli criminali, all'aria aperta o tra le costringenti sbarre di un penitenziario.
Lo schema del caper (che deve il suo nome molto probabilmente dal termine italiano capriole, ovvero quelle che devono fare i protagonisti per fuggire dalla polizia) è abbastanza semplice: si inizia con un piano, ordito da un uomo, magari un esperto, magari un ex criminale che ora vuole tornare in gioco per problemi finanziari. Raduna qualche amico, qualche collega e speiga cosa vuole fare, una rapina. Inizia quindi il reperimento di informazioni, armi, esplosivi, altri esperti in alcuni campi, l'osservazione del luogo, delle guardie, del sistema di sicurezza e chiaramente la progettazione del piano di fuga, a colpo compiuto. Secondo atto rappresentato dal colpo in se. Molta tensione, niente va mai come stabilito, scontri a fuoco e la fuga. può andare bene, può andare male -ma se è un noir.... La conclusione dipende, bisogna spartire il bottino, ci sono litigi, si crede di essere al riparo e invece, o alcune volte si scopre di essere stati raggirati e quindi di aver rischiato la vita per nulla. Uno schema classico e riconoscibile, ma non sempre fisso.
Il primo.
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venerdì 7 giugno 2013
Paulette di Jérôme Enrico
Va bene, io c'ho provato. Ho provato a partire con più pregiudizi (negativi) possibili, a fare un pò lo snob, il superiore, avevo prontissima la matita rossa e non quella blu, volevo per una volta non fare l'entusiasta, ma non ce l'ho fatta. Dopo un tot di tempo sono stato vinto e ho ammesso la sconfitta. La Francia vince ancora, Paulette è l'ennesimo film tra il guardabile e il bellissimo di questa ultima decade. No, stavolta i risparmio il pippone "sono dei geni, fanno solo buon cinema, sono tutti belli, bravi e perfetti", la sto facendo troppo spesso, e neanche un impietoso paragone con il cinema italiano.
Paulette è una anziana signora rimasta vedova, da dieci anni esatti, dal suo Francois. Il florido risotrante che gestivano insieme è stato rilevato da un sushi bar gestito da giapponesi, vive in quei palazzoni fatiscenti della periferia parigina dove lei e circa il 10% degli inquilini sono di nazionalità francese, mentre il resto -parroco compreso- sono marocchini, algerini, magrebini, o comunque un generico africani. Paulette è razzista come poche. Li odia più che mai -parroco escluso che "si merita di essere un bianco"- e colmo dei colmi, sua figlia ha sposato Ousmane, un simpatico ragazzo di colore, da cui hanno avuto Lèo, più nero che bianco.
La bisbetica vecchina, insopportabile, violenta e sboccata è rimasta senza un soldo in tasca, addirittura sono arrivati quelli del tribunale per l'esproprio e le hanno portato via mobili, tv e sedie. Giunta alla canna del gas, ma non per questo costretta all'umiliazione di mendicare, scopre per caso che nel suo palazzo si spaccia e alla grande, con cifre enormi alzate giornalmente. Grazie indirettamente a Ousmane, poliziotto, viene a scoprire chi comanda la zona, prezziario della roba e metodi di spaccio. Inizia così una scalata al potere e al benestare economico che manco Scarface e che la porterà a stare fianco a fianco con i "marronji" e "mangia banane" che lei odia tanto. Persino davanti ai problemi e alle lotte intestine, l'indomita vecchiaccia troverà come battere la concorrenza.
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martedì 4 giugno 2013
Tutti pazzi per Rose di Régis Roinsard
Nelle sale dal 30 maggio.
TITOLO ORIGINALE: Populaire.
SCENEGGIATURA: Régis Roinsard, Daniel Presley, Romain Compingt.
ATTORI: Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo.
DISTRIBUZIONE: BIM.
PAESE: Francia 2012.
DURATA: 111 Min.
OGGETTO: Tutti pazzi per Rose è un film delizioso.
ALL'ATTENZIONE DI: amanti del buon cinema.
Trama: Primavera 1958. Rose Pamphyle, 21 anni, vive con il padre, un burbero vedovo che gestisce una drogheria in un piccolo villaggio della Normandia. Deve sposare il figlio del meccanico e le si prospetta un futuro da casalinga docile e applicata. Ma Rose non vuole questa vita. Parte per Lisieux, dove Louis Échard, 36 anni, carismatico proprietario di una compagnia di assicurazioni è alla ricerca di una segretaria. Il colloquio è un fiasco. Ma Rose ha un dono: lei batte a macchina a un velocità impressionante. La ragazza risveglia l'ambizioso atleta che dorme in Louis... Se vuole il lavoro, lei dovrà partecipare ad una gara di velocità di battitura. Non importano i sacrifici che dovrà affrontare per arrivare in cima. Louis s'improvvisa suo allenatore e decide che farà di lei la più veloce battitrice del paese se non del mondo! E l'amore per questo sport non necessariamente si concilia con l'amore stesso...
Commento: No no, non fatevi fregare dal titolaccio italiano, dalla locandina, dal trailer o dal vostro intuito. Non è un film romantico. Certo l'amore c'è ed è centrale, ma è un altro genere. Eh si, è un film sportivo. Ne ha tutti, e dico tutti, gli elementi. L'atleta (Rose) che deve vincere per mantenere/tenere/ottenere qualcosa (il lavoro), gli allenamenti estenuanti con un montaggio musicale, l'ex atleta ora allenatore che le insegna tutti i trucchi del mestiere, i primi fallimenti, la super campionessa stronza, gli scontri e i litigi tra allievo e maestro, un atleta con uno stile particolare (il dito singolo fulmineo) da ammaestrare e tanto tanto tifo da parte dello spettatore.
Impossibile rimanere comodi in poltrona, quando Rose affronta gli avversari di maggiore calibro, ci si alza sulla poltrona in piedi e si applaude, si urla, si fa la ola.
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domenica 21 aprile 2013
Nella casa di Francois Ozon
Nelle sale dal 19 aprile.
Te possino Ozon. Ormai bell'e che 11 anni fa, questo giovane regista, più che altro di corti, ed ex modello si affermò sulla scena francese e internazionale con un giallo-musical che racchiudeva tutto il meglio delle attrici francesi tra gli anni 80 e i 2000. 8 donne e un mistero lanciò nell'olimpo Ozon, fulgido esempio del suo stile registico, della sua classe e della sua bravura nella scelta dei colori, della fotografia, delle coreografie ma soprattutto nel modo di raccontare, di travolgere lo spettatore e non lasciarlo più. L'anno successivo si confermò con un opera più canonica ma non per questo meno affascinante come Swimming pool -che ha molto in comune con Nella casa-, dove riuscì nell'impresa di trattare un tema già visto e rivisto ma con tocco personale, elevandolo dal mucchio. Sono seguiti poi altri corti e il successo di critica, ma non di pubblico, Ricky e il divertente Potiche, finito a Venezia. Inutile dire che ogni volta che Ozon ritorna al cinema è quasi un evento, soprattutto per me che lo seguo costantemente.
Nella casa non è un remake horror, ok? Quello è La casa e esce tra qualche settimana.
Germain è il professore di letteratura del liceo Flaubert. Ogni giorno è costretto a leggere terrificanti temi scritti dai suoi alunni sedicenni in cui raccontano, sgrammaticamente, le loro insulse giornate tra cellulari e pizza. Un giorno però gli capita sott'occhio un interessante racconto di Claude Garcia, il ragazzo dell'ultimo banco. Nel temino racconta di come sia finalmente riuscito a entrare nella casa di una famiglia, quella del suo compagno Rafà, che da tempo stava spiando morbosamente. Il principale motivo del suo interesse è la madre, Esther. La osserva, si inebria del suo odore, la studia. Il racconto si tronca di colpo con un Continua... Germain è rapito e affascinato dal soggetto e dal modo in cui Claude scrive, l'unico alunno con un pò di talento e un pò di cervello. Incita il ragazzo ad andare avanti, ancora non certo se i fatti che racconta siano reali o pura immaginazione, corregge i suoi errori, gli consiglia delle letture, vede in lui il figlio che non ha mai avuto e lo scrittore che non è mai diventato. Ma la storia procede sempre più in maniera particolare, a volte patetica a volte grottesca, morbosa. Quanto è giusto ancora andare avanti e quanto di quello che legge è vero?
mercoledì 3 aprile 2013
Come pietra paziente di Atiq Rahimi
Attenzione: articolo-recensione su film che nessuno leggerà/vedrà!
Lo scorso weekend (e va bene, giovedì) sono usciti diversi film interessanti. Tre blockbusters (The Host con Saoirse Ronan e tratto dalla nuova "fatica" letteraria della mamma di Twilight; Il cacciatore di giganti, con I Giganti, il gruppo rock melodico italiano anni 60; G.I. Joe - La vendetta, eh degli spettatori dopo il primo), Marsupilami (...)(si, ne ho visto metà), Due agenti molto speciali (con l'attore di Quasi amici, ormai non ha più un nome) e Un giorno devi andare di Diritti.
Avrei potuto parlare di uno a caso di questi film, soprattutto dell'ultimo Diritti, -ma sarebbe stato abbastanza breve, tipo "si belle immagini, bella fotografia, ma è la solita storia infarcita di retorica e buoni sentimenti. Non all'altezza degli altri suoi due, molto più documentaristici"- ma ho preferito scrivere di un bel film franco-afghano che non avrà il cast, i soldi o la pubblicità degli altri film ma vale quantomeno il doppio.
Come pietra paziente, tratto dal romanzo omonimo dello stesso regista, racconta di una donna afghana e del marito, in coma, dopo aver riportato una ferita al collo durante uno scontro a fuoco. Lei lo accudisce e tenta in tutti i modi di tenerlo in vita, nonostante i soldi scarseggino -sarà costretta a fargli una busta con acqua, sale e zucchero come alimentazione, invece che una soluzione medicinale. A complicare le cose c'è la guerra, tuttora in corso, con bombardamenti giornalieri, invasioni delle abitazioni da parte della milizia e famiglie stuprate, uccise e derubate, non necessariamente in questo ordine.
Man mano che il tempo passa l'uomo non guarisce, come invece aveva pronosticato il mullah, e la donna inizia a aprirsi con lui, e per la prima volta nel loro matrimonio di undici anni, parlano. O per lo meno, parla lei. Gli racconta del suo passato, di come sono le sue giornate e di quanto non abbiamo mai realmente vissuto insieme, se non al massimo per un annetto. Tramite i flashback assistiamo alla loro festa di fidanzamento o al matrimonio, dove in vece dell'uomo c'era solo un pugnale di guerra e una foto, anzichè lui, sempre impegnato in combattimento.
La donna si rende conto di quanto sia stato terribile aver vissuto con lui ma proprio quando sta per lasciarlo senza alimentazione si rende conto che per una volta nella sua vita è felice. L'uomo è diventato come la pietra paziente (syngué sabour) di una nota storia tradizionale locale. Si dice che se ci si vuole liberare di un peso o di un segreto, bisogna raccontare tutto a una grossa pietra e una volta che si avrà finito, la pietra si gretolerà in mille pezzi, liberandoti.
Nel frattempo la loro casa viene invasa da un giovane militare impacciato che si innamora della donna. Lei per evitare uno stupro, si finge una prostituta, ma il giovane, vergine, la paga per godere del suo corpo. Per lei sarà l'occasione di poter essere finalmente felice e libera anche nell'atto dell'amore.
lunedì 18 giugno 2012
Benvenuto a bordo di Eric Lavaine
(in sala dal 15 giugno)
I francesi stanno sempre sul pezzo, non c’è che dire. A meno pochi mesi dall’incidente della Costa Concordia, fanno uscire nelle sale (italiane, perchè in Francia è sucito a ottobre, quindi premonitore addirittura) una
commedia estiva con protagonista uno Schettino transalpino.
Remy Pasquier è infatti il neo assunto a bordo di una crociera
(una Costa Crociere). No non è capitano ma un semplice animatore, peccato però che
sia un vero imbecille. Non conosce le lingue, non ha mai fatto questo genere di
mestiere (la sua unica esperienza è al Luna Park), si presenta al colloquio con 3 ore di ritardo e senza scusarsi e gran
finale, il suo curriculum è sporco di sugo. Allora perchè lo assumono? Perchè Isabelle,
resposanbile risorse umane, lo usa come vendetta contro il suo capo e ex amante
che l’ha appena mollata e licenziata.
Remy ne combinerà di ogni sulla nave, ma non potrà essere licenziato altrimenti Isabelle
rivelerà alla moglie del capo di essere stata per mesi la sua amante. L’imbranato
e fancazzista Remy però porterà anche molta allegria a tutta la ciurma, rivelandosi non
proprio quel disastro ambulante che sembra.
Va bene, lo ammetto, ho un debole per le commedie francesi,
ma d’altronde come non si può? Dopo prodotti come Quasi amici o Benvenuti al
nord, ti fidi di tutto no? Questo film dell’esordiente Lavaine è molti gradini
in basso rispetto ai suoi predecessori. E’ una commedia quasi commediaccia, sciocchina
e prettamente estiva nonche una bella marchetta per le compagnie di
crociera, un pò finite in disgrazia ultimamente.
Ci sono di sicuro molte battutine e gag simpatiche,
moltissime già sventolate nel trailer, il trio Franck Dubosc-Philippe
Lellouche-Valerie Lemercier non ammette rivali nel far ridere o almeno
sorridere, ma siamo davanti a un tipo di ironia infantile, basata sul gioco di
parole o sulla infinità stupidità di Remy. Alcune trovate sono poi fin troppo
sceme, per una pellicola che riesce anche a emozionare con le molteplici
storie d’amore che si intrecciano.
Eppure, pur impegnandosi poco, i francesi sfornano il
perfetto prodotto estivo che rimane di gran lunga superiore a un qualsiasi
cinepanettone estivo italiano. E questo perchè sono privi di cafonaggine,
volgarità, nudo, o volti stantii che ogni natale-ferragosto ci vengono
propinati in location esotiche diverse.
Infatti la Francia mostra come al solito un certo modo e un
certo tatto, magari infantile in questo caso, ma mai deprecabile. Insomma, mille volte
meglio un Remy Pasquier che il solito De
Sica puttaniere. Vive La France! ma con moderazione.
Voto 5.
Il Monco.
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