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giovedì 12 dicembre 2013

Molière in bicicletta di Philippe Le Guay

In anteprima al recente Torino Film Festival.
Nelle sale dal 12 dicembre.

Schiacciati sotto il peso insostenibile di un drago desolato, con la sua montagna di monetine che manco Zio paperone, in questo weekend pre uscite natalizie ci sono tre filmetti, tali per dimensione ma non necessariamente per qualità, provenienti dall'Italia (o dall'Inghilterra?), Still life, dal Messico, Qui e là, e da quella instancabile fabbrica di film che si chiama Francia, Molière in bicicletta per l'appunto. Proprio di quest'ultimo, con questo titolo così accademico e radical chic, vi parlerò oggi. E ora potrei scrivere cose a caso, tanto nessuno leggerà.
Per apprendere al meglio questo film, una discreta conoscenza di Molière e soprattutto della sua opera Il misantropo, sarebbe quasi obbligatoria, in quanto gli aiutini da parte dei distributori italiani si esauriscono nel cambio di titolo (in originale è Alceste ad andare in bici, protagonista del Misantropo) e visto che si tratta in fondo di una sua rilettura e di una sua rappresentazione.
Protagonisti sono due attori. Il primo è Serge, un ex grande attore di teatro e cinema, reclusosi volontariamente dal mondo contemporaneo per vivere in solitudine sull'ile de rè. E' scontroso, cocciuto e saccente. L'altro è Gauthier Valence, il grande Gauthier Valence, attore sulla cresta dell'onda, un po' di cinema ma prevalentemente la tv, con una medical soap dove interpreta il classico medico infallibile sul lavoro ma pieno di difetti nella vita. E' un uomo bellissimo, ricco e famoso, non per forza talentuoso. Gauthier ha in mente un progetto teatrale, ovvero quello di portare in palcoscenico Il misantropo del grande Molière e con chi se non il suo grande amico Serge, con cui divise il set durante un film in Ungheria. Un profondo conoscitore dell'opera e un grande attore, per giunta interessato, almeno questo trapelò da una loro vecchia chiacchierata a interpretare il personaggio secondario, Filinte, lasciando a lui il grande Alceste, uno dei personaggi più difficili della storia del teatro francese.

martedì 3 dicembre 2013

Filmbuster(d)s - Stagione 2 - Episodio 9

Puntata bella gravida! Tanti film dal Torino Film Festival e due opere prime viste al cinema nel weekend.
Drinking Buddies, Frances Ha, The Way Way Back, This is Martin Bonner, The Conspiracy, V/H/S/2, The Lunchbox, Tarr Béla i used to be a filmaker, Only lovers left alive, La mafia uccide solo d'estate, Don Jon.
Buon ascolto!


[00:00:28] L'angolo del tripudio
[00:12:05] La posta del cuore

[00:31:50] Torino Film Festival
[00:37:15] Drinking Buddies
[00:40:10] Frances Ha
[00:48:25] This is Martin Bonner
[00:55:05] C'era una volta un'estate
[01:01:10] The Conspiracy
[01:06:30] V/H/S/2
[01:21:20] The Lunchbox
[01:31:30] Tarr Béla, i used to be a filmaker
[01:38:05] Only lovers left alive
I film in sala:
[01:56:30] La mafia uccide solo d'estate
[02:20:50] Don Jon




Potete ascoltare l'episodio al link diretto al file MP3 (per scaricarlo basta cliccare col destro e poi "Salva link con nome"): Clicca qui!

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Oppure ascoltate il podcast mediante il player Podtrac.

lunedì 2 dicembre 2013

Only lovers left alive di Jim Jarmusch

Presentato a Cannes e in anteprima italiana al Torino Film Festival

Con la consueta calma e una rassicurante puntualità (tra un film e l'altro passano quasi sempre quattro anni) l'indipendentissimo Jim Jarmusch torna dietro la macchina da presa, e per l'ennesima volta ci ricorda perché sentivamo tanto la sua mancanza.
Only lovers left alive -titolo che dice già tutto, come anche i nomi dei personaggi- è la storia di Adam e Eve (Tom Hiddleston e Tilda Swinton). Lui è un musicista dall'animo tormentatissimo, veste di nero, ha una folta chioma corvina e vive rinchiuso nel suo appartamento di Detroit, dove compone una musica funerea che non lascia ascoltare a nessuno (le canzoni in questione sono composte ed eseguite dal gruppo musicale di Jarmusch, di cui Adam è ovviamente un alter ego). Lei sembra il suo esatto opposto, raggiante e biondissima, una figura quasi ieratica che ama perdersi tra la gente e le strade di Tangeri. Non potrebbero essere più distanti, in tutti i sensi, eppure sono marito e moglie, due vampiri che nonostante i secoli si amano ancora alla follia.

domenica 1 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate di Pierfrancesco "Pif" Diliberto

Nelle sale dal 28 novembre.
Premio del pubblico al Torino Film Festival.

Lo vedete quel ragazzo li? Si chiama Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, e fin da piccolo ha avuto un sogno: fare cinema. Dopo la laurea riesce a diventare assistente alla regia di un mostro come Franco Zeffirelli durante la lavorazione di Un tè con Mussolini e successivamente consiglia e assiste Marco Tullio Giordana per il film sulla mafia e sulla sua Sicilia, I cento passi. Nel frattempo si trasferisce stabilmente a Milano dove diventa autore televisivo per Mediaset abbandonando momentaneamente la settima arte. Scrive qualcosa per programmini presto dimenticati ed infine approda a Le Iene, prima, ancora come autore e poi come inviato, per cui finalmente riusciamo a vederlo in faccia e grazie a sketch come Il milanese a Palermo, ottiene fama e la simpatia del pubblico.
Paradossalmente, inizia a fare "La Iena" proprio quando molla la trasmissione e si mette in proprio, realizzando Il Testimone, una serie di semi documentari dove è regista, sceneggiatore, interprete, cameraman, tecnico, etc... ognuno riguardante un particolare tema della società, dall'omosessualità, alle carceri, alla mafia. E' un giornalismo d'inchiesta light, come lo ha definito Aldo Grasso, perfetto per un pubblico giovane. I reportage di Pif sono accurati e precisi, ma non mancano mai di intrattenere ed emozionare. Un metodo perfetto per avvicinare i giovani, il pubblico di MTv che trasmette le puntate, a temi molto importanti non ultimo quello della politica con la campagna Io voto.
Con una fama sempre più crescente, Pif diventa "attore" o dovremmo dire comparsa in due cose (opere non mi viene) molto diverse. Prima è negli attori di sfondo in una puntata di Un posto al sole (a cui dedica una puntata de Il testimone) e poi ricopre un piccolo ruolo in Pazze di me di Brizzi. Questo lo riavvicina al cinema ma soprattutto convince MTv (e altri) ad affidargli un discreto budget per coronare quel sogno: fare un film tutto suo. E sono anni che ce l'aveva già tutto in testa...

sabato 30 novembre 2013

Film del weekend e del TFF: The Lunchbox di Ritesh Batra e C'era una volta un'estate di Nat Faxon, Jim Rash

Weekend di chiusura del Torino film festival e weekend di opere prime con l'esordio alla regia di Pif e Joseph Gordon-Levitt (recensioni in arrivo domani) e quelli di due mattacchioni mandati nientepopodimeno che da Alexander Payne, e di un indiano giramondo con il suo cestino del pranzo.

Nelle sale dal 28 novembre.

"A volte il treno sbagliato porta alla stazione giusta".
Famoso detto scherzoso di Trenitalia.

Ognuno avrà prima o poi nella sua vita, sperimentato l'ingorgo di una grande città italiana nell'ora di punta. Macchine ovunque, stress, ira, ci metti 45 minuti per fare duecento metri, semafori, lavori, impediti al volante. Tutto ciò è nulla se paragonato con il traffico giornaliero in una qualsiasi via del centro di Mumbai in India con i suoi 13 milioni di abitanti. In mezzo a questo infermo si muovono agili e scaltri i portatori di cibo (dabbawalas), che ogni giorno partono dai propri negozi in periferia, salgono su treni, scooter e furgoncini e arrivano nei quartieri finanziari dove consegnano i cestini del pranzo a colletti bianchi troppo indaffarati per prendersi una pausa di 5 minuti. La loro efficienza è talmente impressionante che persino Harward si è messa a studiare questa istituzione capace, letteralmente, di far girare l'intera economia nazionale. Ogni dabbawalas, circa 5000 in tutta la città, porta mediamente 26 pranzi da consegnare negli uffici di un intero palazzo. Come Harward ha constatato, nonostante debbano fare tutto in fretta, ci sia un casino costante attorno a loro e molti non sono neanche alfabetizzati, non sbagliano mai. O quasi.

Tarr Béla, i used to be a filmaker di Jean-Marc Lamoure

Presentato nella sezione TFFDOC

"Pronto ? Jani ? Stammi a sentire, oggi dobbiamo girare la scena della partenza, quindi non bere niente... Come ? E allora smetti subito, hai tempo per smaltire la sbornia."

Ambizioso questo Jean-Marc Lamoure. Giovanissimo, con un paio di regie nel curriculum, si lancia in un'impresa veramente titanica: girare un documentario su uno dei più grandi registi viventi, e, come se non fosse abbastanza, farlo proprio durante le riprese di quello che sarà l'ultimo film della sua carriera. Una bella responsabilità, considerando che il film potrebbe addirittura trasformarsi in una sorta di testamento umano e artistico.
Il regista in questione è l'ungherese Béla Tarr e il film è Il Cavallo di Torino (A torinói ló, 2011). La pellicola, difficilissima da raccontare come ogni opera di Tarr, si apre con una didascalia: il 3 gennaio 1889, uscendo dal numero 6 di Via Carlo Alberto a Torino, Friederich Nietzsche vede un cocchiere che si accanisce con la frusta sul suo cavallo. Impietosito, il filosofo si getta in lacrime al collo dell'animale, poi, dopo aver pronunciato la frase "Mutter, ich bin dumm" precipita nella follia e nel silenzio (così come Tarr smette di fare cinema).

mercoledì 27 novembre 2013

The Conspiracy di Christopher McBride

Presentato al Torino Film festival nella categoria After Hours

Come spesso accade alla maggior parte degli horror indie, The Conspiracy è rimasto per un annetto nel limbo dei film non distribuiti (su imdb è datato 2012), poi, dopo un'uscita in un numero limitato di sale, ce lo siamo ritrovato al Torino Film Festival nella categoria After Hours, dedicata al cinema di genere e a tutte quelle pellicole di difficile catalogazione (sempre in ambito horror indie troviamo V/H/S/2, mentre l'anno scorso era stato presentato il primo capitolo).
Il lungometraggio d'esordio di Christopher MacBride, che alle spalle ha solo un cortometraggio, è l'ennesimo horror a metà tra found-footage e mockumentary, un mix che dopo il successo di Paranormal Activity e compagnia bella continua ad essere riproposto con pochissime variazioni. L'impostazione è omologatissima: una struttura in due atti che vede una prima parte introduttiva più vicina al finto documentario e una conclusione che finisce dalle parti del found footage, il tutto inserito in una cornice che ci mostra cos'è successo dopo.
Gli aspiranti registi Aaron e Jim stanno lavorando ad un documentario sulle cospirazioni e sulle società segrete, o meglio, su tutte quelle persone più o meno sane di mente che cercano di dimostrarne l'esistenza. L'attenzione dei due ragazzi ricade su Terrance, il classico pazzo ignorato da tutti che sproloquia sul Nuovo Ordine Mondiale all'angolo della strada. Mentre Jim perde gradualmente interesse, Aaron sviluppa un vera ossessione per le bizzarre teorie di Terrance, così quando l'uomo scompare nel nulla convince l'amico ad indagare.

martedì 26 novembre 2013

V/H/S/2 di A.A.V.V.

Presentato al Torino Film Festival nella categoria After Hours

Il 12 luglio, in una manciata di sale in tutti gli Stati Uniti, esce V/H/S/2, seguito dell'omonimo film che insieme ad altri ha recentemente contribuito a rilanciare la moda dell'horror a episodi.
Rispetto al capitolo precedente, ci ritroviamo con un episodio e una ventina di minuti in meno, una buona notizia considerando che i problemi principali di V/H/S erano proprio la durata eccessiva (circa due ore) e la qualità altalenante dei vari episodi.
L'idea è sempre la stessa, raccontare diverse storie dell'orrore attraverso l'espediente dei found footage incisi su delle vecchie videocassette, quindi ritorna anche quel particolare stile visivo che tenta di riprodurre tutti i vari disturbi audio/video di una vecchia vhs (anche se, a voler fare i fiscali, i disturbi che vediamo sono quelli tipici della registrazione digitale).
Ma parliamo un po' degli episodi:

-Tape 49 di Simon Barrett (sceneggiatore che lavora spesso con Adam Wingard)

Come Tape 56 in V/H/S, l'episodio diretto da Barrett funziona da cornice per tutti gli altri.
Una coppia di investigatori privati irrompe in una casa per trovare un ragazzo scomparso nel nulla. Mentre uno dei due esplora l'appartamento in cerca di indizi, la collega trova un computer collegato ad un videoregistratore e un mucchio di vecchie videocassette.
Trattandosi di un semplice contenitore, è probabilmente il capitolo più statico e meno interessante, ma rispetto a Tape 56 ha il vantaggio di essere meno invadente, infatti i vari intermezzi tra un episodio e l'altro rubano solo pochi secondi senza far crollare l'interesse.
E' la classica storia tutta incentrata sui salti sulla sedia, ma è ben costruita e fa il suo lavoro, anche se i risvolti della trama sono piuttosto trash.

lunedì 25 novembre 2013

Drinking Buddies di Joe Swanberg

Speciale Torino Film Festival 31

"Ti rendi conto vero che non potremo mai essere amici".
Harry ti presento Sally.

Get to know: mumblecore.
Che è? Se balla? Se magna? No è un modo ultra ggiovane e mmoderno di fare cinema. Attori non professionisti, pochi soldi e storie di trentenni d'oggi. Non obbligatoriamente, l'importante però è non avere limiti o sovrastrutture incatenanti come una sceneggiatura. Un mumblecore è un semplice abbozzo, una storia appena pronunciata ma non delineata. Il film non lo fa la sceneggiatura ma l'ispirazione che il cast e il regista hanno giorno per giorno. Improvvisazione! Avete già capito no? Rischio fallimento alto.
Eppure ci provano in tanti, tra amici, e i risultato sono più che modesti, ma si, bisogna essere bravi. Improvvisare è davvero difficile, ma se sei nel mood giusto potresti sbarcare il lunario col minimo sforzo. Drinking Buddies fa parte di questo "movimento".
Lavorare in una fabbrica di birra -con assaggi gratuiti e continui- insieme a Olivia Wilde dovrebbe essere il sogno di tutti. Lei è Kate, PR, manager di un birrificio artigianale dove l'ambiente è molto

domenica 24 novembre 2013

This is Martin Bonner di Chad Hartigan, recensione e intervista al regista

Speciale Torino Film Festival 31.
Premio del Pubblico per il miglior film al Sundance 2013

Annamaria Cancellieri, ministro della giustizia, invece di chiamare Salvatore Ligresti e scarcerargli la figlia, avrebbe dovuto rivolgersi a Martin Bonner, un ometto sui 65, australiano, ma finito, prima, nel Maryland dove ha messo su famiglia e dopo aver perso il lavoro, a Reno nel Nevada, ovvero uno degli ameni paesini che circondano Las Vegas. Martin lavorava come business manager per una chiesa ("Anche le chiese hanno dei profitti" eccome) ma dopo aver divorziato è stato cacciato. Dopo 3 anni di ricerca di un nuovo impiego, persino da Starbucks dove non gli hanno neanche risposto, ne ha trovato uno a migliaia di miglia da casa. E' il capo dei volontari di un programma/centro per la rieducazione dei carcerati. Forniscono loro un tutor, gli trovano un lavoro e cercano di farli rigare dritto, magari con un paio di novelle del buon Signore. Un giorno conosce Trevor, appena uscito dopo 12 anni al gabbio per omicidio colposo non volontario mentre era ubriaco alla guida. Sono due uomini soli, lontani da casa e dalle loro famiglie, e scatta immediatamente un'amicizia speciale.

Ambientato nel deserto del Nevada, in un paese tra tanti* (anche se Reno è effettivamente capitale ed è tra i più grandi dello stato), di quelli che costellano le lunghe strade trafficatissime anche di notte,

sabato 23 novembre 2013

Frances Ha di Noah Baumbach

Speciale Torino Film Festival 31.

"I'm not messy, i'm busy"
Frances

"Everyone's a winner baby, that's the truth"
Hot Chocolate

1) Greta. Mentre tutto il mondo impazzisce per l'astro nascente Jennifer Lawrence, premiata con l'Oscar, protagonista di una saga da milioni di dollari etc...etc... c'è una giovane attrice -meno giovane di JLaw- che ne è l'esatto opposto. Non bellissima, troppo alta, cammina come un uomo, sempre più vecchia di quanto realmente è, sembra sempre triste, fa film indie, nessun grande stilista la veste, non compare sulle riviste...si, una giovane Margherita Buy. E' l'emblema dell'alternativo, dell'underground (degli hipsters?). E' Greta Gerwig, 1983, Lo stravagante mondo di Greenberg, Damsels in distress, The house of the devil, Lola versus, ma anche sporadicamente in produzioni più grandi, come l'orripilante ma con un motivo To Rome with love, Amici amanti e..., Arturo. Talento da vendere, grande naturalezza nella recitazione, perfetta per quei ruoli che le troppo belle rifiutano. Se il film fosse più migliore assai (cit.) sarebbe più famosa e più lodata, ma non è il tipo da cercare simili facezie.

venerdì 30 novembre 2012

Holy Motors di Leos Carax

Proiettato al Torino Film Festival 
Ma anche a Locarno qualche mese fa, e ancora prima a Cannes da cui, secondo molti recensori, sarebbe uscito come vincitore morale. Apprezzatissimo dalla critica americana, e infatti subito acquistato per una futura distribuzione, ed eletto miglior film dell'anno dai Cahiers du Cinema.
Holy Motors è il ritorno dietro la macchina da presa ( di quelle enormi, a cui serve ancora un bel “motore, ciak, azione!”) di Leos Carax che dopo Pola X, il suo ultimo lungometraggio, si era preso una pausa di ben 13 anni, interrotta soltanto dalla regia di uno degli episodi di Tokyo, film a sei mani realizzato insieme a Michel Gondry e Bong Joon-ho.
E proprio Carax è il protagonista della primissima scena del film: un uomo si sveglia in una camera da letto, si avvicina ad una parete ed apre una porta nascosta (la quarta parete ? una selva oscura ?), con un dito che è anche una chiave. La porta si spalanca su una sala cinematografica, una folla siede immobile e con gli occhi chiusi davanti ad uno schermo su cui scorrono immagini ottenute con il cronofotografo di Etienne-Jules Marey, fotografia in movimento, la prima forma di cinema.
Dopodiché fa la sua apparizione Monsieur Oscar (Denis Levant, attore feticcio di Carax e suo alter ego sullo schermo, il vero nome di Carax è infatti Alex Oscar Dupont), all'apparenza un ricco e cinico banchiere. All'apparenza perché appena sale sulla sua limousine bianca (alzi la mano chi ha pensato a Cosmopolis) e inizia a chiacchierare con la sua autista Celine (Edith Scob, protagonista dello stupendo Occhi senza volto di George Franju, a cui è dedicato uno dei tanti omaggi cinematografici del film) capiamo che quello del banchiere è solo uno dei tanti ruoli che Oscar è chiamato ad interpretare. Inizia quindi un'altra giornata di lavoro, e Oscar dovrà attraversare Parigi per vestire di volta in volta i panni di una vecchia mendicante, un attore di scene in motion capture, un musicista, un assassino o Monsieur Merde, lo stesso personaggio che interpretava in Tokyo.
E' difficile parlare di Holy Motors, perché è un film proteiforme e sfuggente come il suo protagonista, un uomo, forse un attore, che trascorre le sue giornate correndo di ruolo in ruolo, interprete per pochi istanti di storie sempre diverse, incontri fugaci, brevissimi spaccati di vita. Impossibilitato o forse incapace di fermarsi, è se stesso solo nel ventre della limousine, a contatto con Celine che forse è l'unica figura reale della sua vita, l'unica oltre al misterioso personaggio interpretato da Michel Piccoli (a cui Carax deturpa quel volto così fanciullesco con una grossa cicatrice) protagonista di un bel dialogo, anche questo fugace, in cui traspare un po' dell'Oscar sotto le maschere, interprete che ha perso la passione per un cinema fatto di macchine da presa sempre più piccole, ma che continua “per la bellezza del gesto” anche se la bellezza sta tutta nell'occhio di chi guarda. Holy Motors è un film sulla finzione e sulla recitazione, che diventa un mezzo per vivere e rivivere diverse esistenze, finché questa finzione non comincia a confondersi con la realtà, o più semplicemente finché la realtà non scompare del tutto e restano solo situazioni artificiali e personaggi fittizi, copie di copie che si incontrano in ruoli diversi sulla stessa scena.
Holy Motors è un film sul cinema e sull'amore per il cinema, anche quando tenta di decostruirlo, una corsa rocambolesca che attraverso le tante interpretazioni di Oscar ci accompagna in una decina di generi cinematografici differenti: fantascientifico, sentimentale, noir, musical (la scena di canto con la bellissima Kilye Minogue, ma anche il piano sequenza con le fisarmoniche) e comico-grottesco (la lunga scena con Monsieur Merde, forse uno dei momenti più alti dell'interpretazione di Levant, di una fisicità impressionante). E' un omaggio a un certo cinema del passato, come nei riferimenti più o meno diretti al già citato George Franju o a Rene Clair, ma è anche incredibilmente moderno e fuori dagli schemi classici, il film perfetto per risvegliare dalla catatonia gli spettatori che abbiamo visto all'inizio. Risvegliare in tutti i sensi, perché Holy Motors, grazie alla struttura episodica e al suo incredibile protagonista è anche genuinamente divertente, un film che fa sorridere di gusto e appaga lo sguardo con soluzioni visive audacissime. E poi c'è Denis Levant, volto bestiale e mimica esplosiva, capace di passare in un solo film attraverso un ventaglio ampissimo di ruoli diversi, una maschera malinconica nascosta sotto tante maschere.
Per la seconda volta in una settimana mi ritrovo a dover usare l'aggettivo "unico", ma non posso proprio farne a meno, quello di Carax come quello di Rob Zombie è un film unico, l'opera di un artista che può permettersi di giocare liberamente con il mezzo cinematografico, di sconvolgerlo e strapazzarlo a piacimento, sconvolgendo e strapazzando anche lo spettatore, per scuoterlo dal torpore di un cinema tutto uguale.

giovedì 29 novembre 2012

Ruby Sparks di Jonathan Dayton e Valerie Faris

Visto al TFF ma già passato in altri festival precedenti. Nelle sale italiane dal 6 dicembre.
No adesso ditemi voi se la Fox Searchlight, studios che prolifera ogni anno svariati indie movies, ha mai sbagliato un film. Non dico che siano tutti capolavori, ma ogni volta sono prodotti di ottima fattura, con un solido e originale script dietro, con un casting eccezzionale e le musiche più adatte. Insomma ogni volta mettono al mondo l'indie perfetto, a regola d'arte. Sarà che io vado pazzo per questi filmettini non mainstream, ma ogni volta me ne innamoro, mi stregano sempre. Ruby Sparks non è da meno.
L'avevo già adocchiato a Locarno ma non so perchè, non mi fidai. Poi col tempo mi ha convinto sempre più e mi sono lasciato vincere. E che bella sorpresa! Una commedia alleniana con una spolverata di Sofia Coppola. Un gioco divertente e intelligente, metaletterario con un ritmo coinvolgente ed un gruppo di attori scelti a puntino.
Tutti noi abbiamo immaginato almeno una volta la donna/l'uomo dei sogni. Magari non abbiamo un'idea precisa di come debba essere (viso, colore dei capelli, colore degli occhi), è un'immagine sfocata che con il tempo si affina e si delinea meglio, in base anche alle nostre esperienze. Qualcuno di noi riesce addirittura a scriversi sopra, un racconto una immaginaria storia d'amore, una descrizione fin nei particolari di chi è, da dove viene, e soprattutto cosa le piace e cosa non le piace, della persona ideale. Scrivere diventa la creazione di un mondo dove quella persona esiste e noi viviamo con lei, e dove tutto è sotto il nostro controllo.
La stessa cosa è successa a Calvin Weir-Fields (W.C. Fields anyone?), diventato famoso in giovane età per aver scritto un romanzo capace di entrare direttamente nella storia della letteratura americana. Anni dopo lo troviamo con il classico blocco dello scrittore. Calvin è una persona schiva, con molte nevrosi e problemi nel relazionarsi con gli altri. Ogni notte sogna una ragazza, all'inizio vaga, poi più definita. Su consiglio del suo analista, scrive qualcosa su di lei. La cosa gli prende la mano, funziona alla grande e da una paginetta di prova, diventa un racconto di una quarantina di pagine, una vera e propria biografia. Intere giornate dedicate alla scrittura pur di "stare" con lei. Le da un nome, Ruby, un cognome, Sparks, una data di nascità, un luogo di nascità, un background, tutto. Poi un giorno, dal nulla, se la ritrova in casa. La sua mente ha partorito, realmente, una persona. Non è impazzito, non la vede solo lui, è li, in carne e ossa. Ed è proprio come la vuole lui, come l'ha descritta lui. Può nascere del vero amore da una relazione simile?
Essendo una creatura di Calvin, Ruby, può essere modificata in tutto e per tutto. Forme (quello che vorrebbe il fratello di Calvin), idee, orientamenti politici/religiosi/culinari, conoscenza delle lingue, personalità insomma. E qui si solleva un interessante discorso: quanto è moralmente, eticamente? Proprio il fratello, prima che Ruby uscisse dalla carta, ne parlava come una persona finta, costruita, non credibile perchè totlmente diversa dalle vere ragazze e critica la scarsa conoscenza dell'altro sesso di Calvin. Sua moglie, invece, è pazza, incomprensibile, ed è proprio questo a renderla reale. Questo non va bene a Calvin, che ricorre alla macchina da scrivere ogni volta che Ruby inizia a piacergli meno, vuoi perchè si sta stufando di lui, o perchè è troppo lagnosa o troppo appiccicaticcia. Ruby segue quindi gli ordini impartiti. Più sono approfonditi e più sarà sfaccettata lei.
Nonostante sia una sua opera, sfugge al suo controllo, è incapace di farsela piacere in maniera costante. Come una cosa, manipolabile, si stufa presto, la deve ritoccare forse solo perchè ne ha la possibilità. Il problema però non è Ruby, ma è chiaramente lui, così instabile, noioso e banale, rifiutato persino dalla sua stessa creazione. Molti argomenti interessanti e fonti di discussione per una "semplice" commedia romantica.

Zoe Kazan, non solo protagonista ma anche sceneggiatrice, dimostra di essere una degna erede del nonno e dei tanti talenti di famiglia. Scrive un'ingegnosa opera prima, arguta quanto solida e briosa, piena di deliziosi discorsi metaletterari e trovate intelligenti (come per esempio il fatto che Ruby non si materializzi tutto d'un tratto ma che ogni giorno compaia nella casa di Calvin un suo oggetto; mutandine, reggiseno, schiuma e rasoio per depilazione delle gambe).
Un'idea che potrebbe essere uscita dalla mente di Woody Allen, e di fatti, ci sono diverse citazioni, somiglianze con il classico protagonista dei suoi film. Calvin è un Allen di 25 anni, con occhiali a montatura classica, un pò goffo, capelli tendenti al rossiccio, una famigia che lo mette a disagio, continue nevrosi e persino un analista e una BMW decapottabile. Proprio come nel capolavoro di Allen, La rosa purpurea del Cairo, un personaggio esce dalla finzione e si materializza per il desiderio amoroso del fruitore. Non è originale, ma poco importa. Invece quando ci sono quegli inserti musicali, francesi (Une Fraction De Seconde, Ca Plane Pour Moi, Quand Tu Es La) sembra di essere piombati in un film di Sofia Coppola. E' un mix che funziona alla perfezione e accontenta i giovani come i nostalgici, dando parecchio spirito a una commedia che lavora molto di cervello. Una decisione azzeccata da parte dei registi Jonathan Dayton e Valerie Faris, marito e moglie, che riescono a bissare il successo dell'ottimo Little Miss Sunshine, e di trasporre la sceneggiatura con sensibilità e bravura.
Devo per forza poi parlare del cast. Ogni attore è stato scelto per un ruolo che solo lui/lei avrebbe potuto interpretare, incredibile. Dano (coinquilino per davvero di Zoe) nel ruolo del giovane scrittore è perfetto, Zoe Kazan in quello di Ruby idem, tanto caruccia e originale, e poi Max Casella nel ruolo del fratello (personaggio simile in Greenberg), annette Bening come mamma neo new age, Banderas che continua a fare lo spot del Mulino Bianco anche al cinema, e infine Steve Coogan nella parte dello scrittore approfittatore e marpione. Tutti bravissimi e perfettamente in parte e Elliot Gould (mitico) in quella dell'analista.
In definitiva, una grandissima sorpresa, una pellicola fantastica, intelligente e romantica senza essere melensa. Carico di brio e con un bel messaggio finale (meglio vivere che fantasticare) degno di entrare nella lista dei più bei film dell'anno. La Fox Searchlight colpisce ancora.
"Can we start over?". Oh si per favore!

mercoledì 28 novembre 2012

Chained di Jennifer Lynch

In visione al TFF #30 e non so in quali altri festival precedenti.
Ad aprire la sezione Rapporto Confidenziale (di cui fanno parte moltissime interessanti pellicole) di questo trentesimo Torino Film Festival, il 23 novembre, è stata chiamata Jennifer Lynch che ha presentato il suo nuovo film, Chained, in uscita in Italia, direttamente sul mercato home video dal 6 dicembre.
Dopo un pomeriggio passato al cinema, il piccolo Tim e la mamma prendono un taxi per tornare a casa. Purtroppo il conducente ha altri piani e dopo averli chiusi dentro li porta a casa sua dove uccide violentemente la donna. L'uomo è un killer seriale che rapisce le sue vittime e le porta nella sua dimora isolata dove le uccide e in seguito ci fa sesso. Accortosi del bambino decide di tenerlo e di usarlo come aiutante; dovrà pulire il sangue, mettere in ordine, non uscire mai di casa (quando ci prova viene incatenato, da cui il titolo) e preparargli la colazione, oltre che raccogliere tutti gli articoli di giornale che parlano delle sparizioni delle "sue" donne. Gli anni passano e Rabbit, così viene chiamato, levandogli persino il nome, diventa un teenager, istruito dal suo carceriere e sempre più succube. Un giorno l'uomo decide che è il suo turno, tocca a lui andare a caccia, diventare un uomo assaggiando una donna, ma Rabbit-Tim non riesce ad essere un tale mostro e cercherà in tutti modi di non nuocere a nessuno.
Buon sangue non mente, si usa dire. Solo nell'ambito del cinema vengono in mente tanti buoni esempi. Sofia Coppola e Jason Reitman sono i primi che mi vengono in mente e i più recenti. Jennifer Lynch è l'eccezione che conferma la regola. Giunta al suo quarto lungometraggio, fatica ancora a imporsi come una talentuosa regista e ancora meno autrice, incapace di seguire le orme del padre e come stile e come bravura.
Chained sfrutta malamente un'idea già vista ma comunque interessante. Tutta la premessa inziale finisce per perdersi in un ritmo assente e pesante che rende la visione un vero e proprio supplizio. Nessun stravolgimento in grado di dare forza a uno script piatto e nessuno scossone capace di svegliare lo spettatore dal torpore. E' un vero peccato perchè il film è pervaso da un'atmosfera malsana e claustrofobica (e qui si vede di chi è figlia, ma sembra più adottata) che funziona più che egregiamente ma che difficilmente colpisce il pubblico, perso ormai a circa un terzo di film e mai più recuperabile. Perciò le disturbanti sequenze di necrofilia dell'aguzzino o il macabro gioco di memory fatto con le carte d'identità delle vittime, non trova molti svegli e disgustati/deliziati.
Ci prova con un colpo di scena nel finale a metà tra il ridicolo, il patetico e il forzato, fatto solo per non chiudere in manera banale un racconto privo di mordente. Un classico stratagemma di questo genere di film che invece che salvare il salvabile, danno l'idea che la sceneggiatura sia stata scritta con un'idea inziale e un finale geniale -secondo l'autore- ma senza capire come riempire la parte centrale e come farne un lungometraggio.
Notevolissima la prova, anch'essa malata, dei due protagonisti. Un Vincent D'Onofrio spaventoso, con quella sua voce appena comprensibile e un fisico e un'incedere dondolantemente ipnotico. Ed il giovane Eamon Farren, convincente nella parte del fragile ragazzo.
Chained rimane quindi una pellicola "che avrebbe potuto" ma che non è. Difficile capire come e dove andrebbe migliorata (forse farla durare meno) ma facile dire che ce ne si fa a meno di storie di questo genere.

martedì 27 novembre 2012

V/H/S di Adam Wingard, David Bruckner, Ti West, Glenn McQuaid, Joe Swanberg, Radio Silence

Proiettato in anteprima al Torino Film Festival 
A quanto pare il 2011 è l'anno del grande ritorno agli horror a episodi, infatti V/H/S (di cui abbiamo già parlato nella puntata speciale di Halloween) va ad aggiungersi ad un gruppetto di film che purtroppo hanno raggiunto solo un ristretto numero di sale, magari di qualche festival, come in questo caso, o che più spesso sono stati distribuiti direttamente sul mercato home-video, parlo di pellicole come Deadtime Stories, Little Deaths e Theatre Bizarre, o dell'imminente ABCs of death, una raccolta di ben 26 cortometraggi diretti da 26 registi diversi (tra cui gli stessi di V/H/S di cui tra l'altro è già previsto un seguito), nell'attesa potete già dare un'occhiata a T is for Toilet, il simpatico cortometraggio di Lee Hardcastle selezionato tramite un contest: http://www.youtube.com/watch?v=UCmMebE0pIg
Ma veniamo a V/H/S, ovviamente si parla di videocassette, e visto che viviamo nell'epoca dell'horror POV (Point of View) e del mockumentary, il film è girato tutto attraverso delle telecamere a mano più o meno moderne.

Partiamo dalla cornice, che costituisce anche un episodio a se:

-Tape 56 di Adam Wingard (You're next, 2011)

I protagonisti sono un gruppetto di bulli che si divertono a filmare le loro prodezze per poi rivendere i nastri al mercato nero. Qualche macchina vandalizzata, finestre rotte, gonne alzate, pestaggi... ma niente che valga un bel gruzzolo, così accettano di irrompere in un'abitazione per rubare un misterioso nastro. In realtà ne trovano cinque (i cinque episodi), e ogni volta che uno di loro guarda un nastro sparisce nel nulla.
Su questo episodio c'è poco da dire, è più che altro un pretesto per raccontarci le cinque storie e per giustificare la trovata della visuale soggettiva, a parte questo è piuttosto noiosetto e ogni volta non si vede l'ora che venga inserito il nastro successivo.

-Amateur Night di David Bruckner (The Signal, 2007)

Tre ragazzi allupati, una camera d'hotel e un paio d'occhiali con una telecamera nascosta. L'obiettivo è far ubriacare qualche donzella indifesa, portarla in camera e filmare tutto il fattaccio, purtroppo i tre malintenzionati rimorchieranno la ragazza sbagliata...
Uno degli episodi più divertenti, si presta particolarmente al formato breve e ricorda moltissimo i classici racconti horror televisivi, dove il viscidone di turno da predatore si trasforma in preda e viene in qualche modo punito per le sue malefatte. Una computer grafica scadente ben mascherata dall'oscurità e dalle inquadrature mosse. Buona anche se un po' forzata la trovata degli occhiali, che permette di mostrare tutto senza dover giustificare la presenza della telecamera.
Da ricordare anche per la protagonista femminile interpretata da Hannah Fierman, una bellezza veramente straniante.

-Second Honeymoon di Ti West (The House of the Devil, Innkeepers)

Non sto neanche più a ripetere quanto adoro Ti West, ci tenevo a vedere questa antologia proprio per lui e invece il suo è stato l'episodio più deludente del mazzo.
Una giovane coppietta alle prese con la seconda luna di miele nell'ovest dell'America, tra Canyon, deserti e antichi villaggi del Far West. Una notte una ragazza bussa alla loro porta chiedendo un passaggio, loro rifiutano e la notte stessa qualcuno entra nella loro stanza e li film nel sonno con la loro stessa videocamera...
Non c'è nulla che non vada in questo episodio, è semplicemente fiacco e poco interessante. Forse il limite della visuale soggettiva non permette a West di muoversi come vorrebbe, ma è più che altro la storia a lasciare interdetti, quel colpo di scena poi...
Di positivo c'è tutta la parte iniziale, con il discorso tra i due sposini ancora turbati dalla visita notturna della ragazza misteriosa, lì la tensione si fa abbastanza palpabile e i due protagonisti riescono a tirare fuori un'interpretazione quasi spontanea.

-Tuesday the 17th di Glenn McQuaid (I sell the dead, 2008)

Il titolo dice tutto, ci troviamo di fronte ad uno strano omaggio a Venerdì 13 e a tutta quella serie di slasher ambientati in campeggi immersi nella boscaglia.
4 ragazzi decidono di campeggiare per qualche giorno vicino ad un lago. Come da copione uno di loro racconta che il posto è stato teatro di una strage, e ovviamente compare un pazzo in maschera per confermare la storia. Ma...
Banale nella storia ma non nella messa in scena, la prima buona idea è il colpo di scena che ovviamente non rivelo, la seconda è il fatto che ancora una volta la presenza della telecamera trova una giustificazione nuova e sensata, la terza è l'assassino, che per qualche inspiegabile ragione non può essere immortalato dalla telecamera e che quindi diventa una presenza fuggevole e ancora più misteriosa. Simpatico e divertente.

-The sick thing that happened to Emily when she was younger di Joe Swanberg (che interpretava il marito in Second Honeymoon)

Un modo originale di sfruttare il POV, la discussione via Skype tra due innamorati, idea che tra l'altro è stata sfruttata anche in Paranaormal Activity 4, nelle sale proprio in questi giorni.
James ed Emily sono fidanzati, e visto che lui è sempre in viaggio per lavoro comunicano attraverso Skype. La ragazza un giorno si sveglia con una strana escrescenza sul braccio che si gratta fino a provocare un'ulcera, la notte stessa sente degli strani rumori nell'appartamento e contatta James per mostrargli delle misteriose presenze...
Ecco a parte la buona idea di usare la webcam del computer come telecamera non c'è molto altro, sembra proprio di trovarsi di fronte a un Paranormal Activity breve, con un'atmosfera quasi disturbante e un paio di inevitabili salti sulla sedia. Peccato per il tono sconclusionato e involontariamente grottesco dei dialoghi, sorretti da interpretazioni ingessatissime. Ci sono un paio di topless che spiazzano.

-10/31/98 dei Radio Silence ovvero Matt Bettinelli-Olpin, Tyler Gillet, Justin Martinez e Chad Villella, che interpretano anche i protagonisti.

E' la notte di Halloween e tre ragazzi in maschera raggiungono la casa di alcuni amici per partecipare ad una festa. La casa però è deserta e molto più grande del previsto, i quattro decidono di esplorarla finché non raggiungono il solaio dove si sta svolgendo uno strano rituale...
Si conclude con l'episodio più spassoso e adrenalinico, quello del mucchio che riesce a valorizzare di più il formato breve, praticamente un Paranormal Activity senza tempi morti, parte tranquillo e poi si trasforma in un rapidissimo tunnel dell'orrore pieno di mani che sbucano dalle pareti, lampadine che scoppiano e porte che sbattono, veloce, confusionario e divertentissimo.

Insomma V/H/S come molti altri film a episodi è fatto di alti e bassi, e in generale non raggiunge mai vette qualitative entusiasmanti. Però svolge dignitosamente il suo lavoro, mette insieme sei storielle semplici semplici e ce le racconta brevemente, senza darci il tempo di farci troppe domande, come è giusto che succeda in un film antologico. E poi, cosa più importante, recepisce un fenomeno sfruttatissimo come il POV e riesce a riciclarlo in modo relativamente nuovo e intelligente, in pillole, tentando di dare varietà all'uso della telecamera a mano e giustificando in modo originale la sua presenza. Delle storie un tantino più ispirate e una maggiore omogeneità nei ritmi e nella qualità dei singoli episodi lo avrebbero reso un esperimento molto più interessante. Non resta che sperare nel prossimo capitolo...

lunedì 26 novembre 2012

Wrong di Quentin Dupieux + Bobby Yeah

Visto al TFF, ma già proiettato in diversi festival nel corso dell'anno.
No, non mi lamenterò più del caotico TFF e tirerò avanti. Dolph si sveglia una mattina (alle 7.60) e scopre che il suo cane, Paul, è scomparso. Dopo una chiacchierata con il vicino, in procinto di partire per sempre, e una telefonata a una pizzeria, in cerca di una voce consolatrice, sconfortato va al lavoro. Tornato a casa trova davanti alla porta un mazzo di fiori e un bigliettino, "Se vuoi rivedere il tuo cane, chiama questo numero". Quindi dietro alla sparizione del suo amato Paul c'è una banda ben organizzata che rapisce gli animali domestici. Intanto il suo giardiniere gli comunica che dovrà fare alcuni lavoretti nel suo giardino. Fin qui tutto normale no? Bene, adesso scenderò nei particolari. 
Il suo vicino di casa, nega con tutte le sue forze di fare jogging, nonostante lo faccia tutte le mattine da anni, e non riesce a parlare a Dolph se non a circa 50 cm di distanza. Dolph è stato licenziato dal lavoro da circa un mese ma vi si reca ogni giorno, tuttavia all'orario che vuole. Il suo luogo di lavoro è un normalissimo ufficio, se non fosse che piove, anzi, diluvia, dentro tutto il tempo, e nessuno ci bada. La ragazza delle pizze che ha chiamato, si innamora di lui, vuole fare sesso con lui, ma finisce a letto con il giardiniere, che si finge Dolph. La ragazza molla il marito per il finto Dolph e il giorno dopo scopre di essere incinta. La banda ruba-animali è comandata da un certo Mr. Chang, un guru che scrive libri su libri sui cani e la telepatia. Un detective viene assunto per trovare i rapitori del cane e ci riuscirà tramite un macchinario che legge la memoria degli escrementi canini. La palma che Dolph aveva nel giardino si è trasformata in un piccolo abete. Etc.. No, non sono pazzo, nè sto inventando, è tutto nel film.
Mr Oizo AKA Quentin Dupieux è tornato! Dopo aver stranito tutti con il suo Rubber, e allo stesso tempo ottenuto grande fama, il produttore discografico e musicista elettro-beat francese torna alla regia, per il suo quarto lungometraggio (bisogna recuperare i suoi primi due). Chi si era perdutamente innamorato di Rubber, come me, non tema, non è stato un colpo di genio, o un ictus, ma è proprio il modus operandi di questo folle parigino. Wrong, ovvero sbagliato, continua su quella linea surreale che contraddistingueva il precedente film.
E' difficile parlare delle sue opere senza citare ogni singola folle sequenza, perchè è un cinema prettamente fatto di scene, gag, situazioni, più che profondi contenuti o messaggi. Persino la trama, seppur sempre ben scritta e delineata, non ha una importanza centrale.
Il pregio maggiore, e riscontrabile in tutta (spero) la breve (qui invece spero cresca) carriera di Dupieux è quello di costruire un mondo totalmente assurdo, caotico, incredibile, ma allo stesso, paradossalmente, realistico, basato su regole, su una struttura contenitiva, che non solo limita e delimita il nonsense infinito ma lo rende più che accettabile. All'inizio, entrare in un suo film è un esperienza straniante, ma man mano che il tempo passa, si accetta tutto ma si deve andare oltre il semplice patto di finzione, di sospensione dell'incredulità, si firma un vero e proprio manuale di regole, assurde e sensate allo stesso tempo, per cui quando scatta fuori l'ennesima gag senza senso o il personaggio stralunato, non pensiamo che sia wrong, sbagliato, ma che si trovi nel suo contesto più ideale. Sarebbe folle dire che non ha senso o che è fuori posto.
Quindi Dupieux fa un film, appunto, sbagliato, ma così sbagliato che ha fatto tutto il giro ed è diventato giusto, o ggiusto come dicono i ggiovani.
Certo, c'è chi si lamenterà, anche giustamente, lo capisco, che è facile fare film del genere, mettere insieme una serie di gag à la Monty Pythons e dargli un tocco visionario, e che è un pò paraculo. Vero, ma un conto è fare un film del genere e un conto è fare un buon film del genere. Wrong è una commedia dell'assurdo, esilarante dal primo all'ultimo minuto, fatta si di infinite scenette che potrebbero essere a se stanti, ma soprattuto con una struttura (stessa cosa che aveva Rubber) e un inizio e una fine classici. Ovvero, dietro al divertissement più smaccato e sciocco, c'è comunque una storia con una trama. E' per questo che Oizo-Dupieux si distacca dai tanti squinternati che mettono insieme semplici carrellate di idee(ine).
Per concludere, Wrong farà impazzire sia i fans di Rubber che i neofiti. In sala c'era una risata continua contagiosa. per tutti i 90 i minuti. Forse il grande talento umoristico di Dupieux sta nel fatto di dire tante barzellette, con ottime premesse; prepararti alla fragorosa risata, ma poi non concludere la storia, ma tirarne subito fuori un altra. Si è sempre in trazione e in attesa del gran finale, che non arriva, lasciando spiazzati. Tuttavia sta nelle premesse il nocciolo della battuta.
Viva Dupieux e viva i folli come lui.

Prima del film è stato proiettato anche un corto di 20 minuti.
Bobby yeah di Robert Morgan.
Qui il trailer. E' un corto in stop motion totalmente folle che mixa David Lynch con Polanski, il Burton dei primi tempi e gli incubi notturni causati dalla peperonata della nonna. Inutile raccontarne la trama (c'è un simpatico sgorbietto simile a un diavolo che si ritrova con dei mostri mutaforme dotati di un pulsante capace di cambiare il mondo in cui vivono), va visto. Interessante anche il suo autore, Robert Morgan, un tipino, come si può capire dalla sua breve autobiografia. Stralunato e disgustoso, in senso buono, ha stranamente convinto tutta la sala.

domenica 25 novembre 2012

The Lords of Salem di Rob Zombie

Proiettato al Torino Film Festival.

Dei disagi e delle incazzature che bisogna superare per assistere a queste proiezioni se n'è già parlato, ma ci tenevo a raccontarvi brevemente questa brutta esperienza anche dal mio punto di vista, così, tanto per far sbollire un po' di rabbia, e poi in questi casi ripetere non fa mai male. Potrebbe andare per le lunghe, quindi se non siete interessati passate direttamente alla recensione più in basso.
Per evitare code e ritardi avevo deciso di approfittare della possibilità di acquistare un biglietto giornaliero online, visto che per il festival di Locarno si era rivelata una soluzione comodissima. Nel regolamento del Festival c'è scritto chiaramente che biglietti e abbonamenti acquistati online vanno ritirati alle casse dei multisala coinvolti nell'iniziativa, bene, arrivati a Torino scopro che queste casse non sono attive, quindi ci rechiamo all'unica biglietteria visibile (non segnalata) e ci imbattiamo in due code chilometriche. Io mi infilo in quella con l'indicazione “Abbonamenti e Pass” e dopo averla superata tutta scopro che il pass giornaliero va ritirato nell'altra cassa, quella dei biglietti singoli. Quindi il pass giornaliero è perfettamente inutile, devo spararmi un'altra coda interminabile solo per ritirarlo, e devo comunque ritirare i singoli biglietti per i film che intendo vedere. La coda ovviamente è completamente immobile, ci sono un sacco di problemi, le cassiere sono lentissime e molti clienti ne approfittano per comprare in blocco un sacco di biglietti.

sabato 24 novembre 2012

Torino Film Festival: la disorganizzazione è di casa

"Vergognatevi" "E' una truffa" "Mai vista una cosa del genere". Questi sono solo alcuni -i meno scurrili- dei molti inferociti commenti di alcuni spettatori del Torino Film Festival, giunto alla 30esima edizione quest'anno. Festival iniziato ieri e in tempo zero, già sprofondato in un mare di critiche provocate da una disorganizzazione esemplare. Ma andrò con ordine.
Questa mattina, in compagnia del collega Intrinseco, sono partita alla volta del capoluogo piemontese per la mia priva volta al TFF. Lui aveva già comprato un abbonamento online di tipo diurno, valevole per gli spettacoli tra le 9 e le 19, io lo avrei comprato alla prima biglietteria. Il nostro obiettivo era di vederci il tanto atteso Lords of Salem di Rob Zombie e Wrong di Quentin Dupieux. Avendo già partecipato a qualche festival, partivamo preparati (anche grazie a una lettura maniacale della guida) ma non saremmo mai stati in grado di prevedere quello che è successo.
Siamo arrivati alle 9.20 con il primo film, Zombie, alle 11 al Cinema Reposi, praticamente attaccato alla stazione di Porta Nuova. Ora cito il regolamento-guida "L’acquisto dei biglietti e il ritiro di quelli preacquistati avrà luogo presso le casse di tutti i cinema. Apertura casse: Cinema Massimo dal 23 novembre alle ore 13.00, Cinema Reposi e Cinema Lux dal 24 novembre. Le casse saranno aperte da 30 minuti prima dell’inizio della programmazione a 30 minuti dopo l’inizio dell’ultimo spettacolo. Presso le casse dei cinema potranno essere acquistati biglietti e abbonamenti sia a tariffa intera che a tariffa ridotta. Per questi ultimi è necessario presentare documenti (carta d’identità) o tessere convenzionate".
Memori di ciò abbiamo aspettato le dieci circa quando abbiamo trovato per caso un baracchino ufficiale del TFF dove si era già assembrata una discreta coda. Nessuna problema, noi andiamo al cinema e in poco tempo dovremmo sbrigarcela. Prima sopresa. Le case del Reposi non sono aperte, nemmeno uno, anzi una si, dove una signorina aveva l'unico compito di distribuire gli accrediti per i film BLU -una serie di film proiettati al pomeriggio, senza nessun'altra distinzione di nota dagli altri- ma impossibilitata da fare biglietti o abbonamenti. Ecco quindi che il regolamento non è stato rispettato. perchè le casse erano chiuse? Girava voce che è stato fatto perchè erano cinema piccoli -parliamo di multisala, altroche- e si voleva evitare code eccessivamente lunghe o ingorghi. Quindi cosa hanno fatto? Hanno messo una sola cassa per tutta la città, geniale.