Presentato nella sezione TFFDOC
"Pronto ? Jani ? Stammi a sentire, oggi
dobbiamo girare la scena della partenza, quindi non bere niente...
Come ? E allora smetti subito, hai tempo per smaltire la sbornia."
Ambizioso questo Jean-Marc Lamoure. Giovanissimo,
con un paio di regie nel curriculum, si lancia in un'impresa
veramente titanica: girare un documentario su uno dei più grandi
registi viventi, e, come se non fosse abbastanza, farlo proprio
durante le riprese di quello che sarà l'ultimo film della sua
carriera. Una bella responsabilità, considerando che il film
potrebbe addirittura trasformarsi in una sorta di testamento umano e
artistico.
Il regista in questione è l'ungherese Béla Tarr e
il film è Il Cavallo di Torino (A torinói ló, 2011). La pellicola,
difficilissima da raccontare come ogni opera di Tarr, si apre con una
didascalia: il 3 gennaio 1889, uscendo dal numero 6 di Via Carlo
Alberto a Torino, Friederich Nietzsche vede un cocchiere che si
accanisce con la frusta sul suo cavallo. Impietosito, il filosofo si
getta in lacrime al collo dell'animale, poi, dopo aver pronunciato la
frase "Mutter, ich bin dumm" precipita nella follia e nel
silenzio (così come Tarr smette di fare cinema).
