Visualizzazione post con etichetta Animazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Animazione. Mostra tutti i post

martedì 17 dicembre 2013

Frozen - Il regno di ghiaccio di Chris Buck, Jennifer Lee

Nelle sale dal 19 dicembre.

Che anno misero è stato questo 2013 per l'animazione. Nessun Ghibli (si Miyazaki era a Venezia ma quando arriverà nelle sale italiane?), nessuna piccola perla come Ernest e Celestine, nessun mezzo riuscito come Paranorman. Persino la Pixar ha tenuto un altro anno sobrio con l'uscita del solo Monster University, un prequel. Un anno di cui ci ricorderemo di ben poca roba. Cattivissimo me 2? I Croods? Planes? Turbo? Epic? Tutta robetta o robaccia. E proprio all'ultimo minuto, a provare a salvare la baracca, arriva (aspettando Piovono polpette 2 che pare essere evitabile) Frozen della Disney, un film che avrei saltato se non avessi letto "dai produttori di Rapunzel" che ho adorato (giuro, posso esibire il blu ray 3D addirittura).
Ed ecco un giudizio a freddo (hu una freddura): Frozen non vale Rapunzel e non riesce nella titanica impresa di salvare l'intero anno fiacco.
Ci ritroviamo su una seggiovia con due ragazzi sospesi e dei lupi sotto....no quello era un altro Frozen. Elsa è una bambina speciale, è infatti dotata di un potere magico che le permette di ghiacciare le cose (stacce), roba che nel regno di Arandelle ci fai una fortuna se metti su un impianto sciistico. Purtroppo però in seguito a un incidente con la sorellina

mercoledì 21 agosto 2013

Monster University di Dan Scanlon

Nelle sale dal 21 agosto.

A distanza di 12 anni dal fortunato primo capitolo, torna la premiata ditta dello spavento Mike Wazowski e James Sullivan nel primissimo prequel della storia Pixar, per la regia di Dan Scanlon (sceneggiatore di Cars e co-regista del corto Mater and the Ghostlight) e la sceneggiatura di Scanlon stesso, Daniel Gerson, già autore del primo capitolo e Robert Braid decennale collaboratore Pixar.
Prima che Mike e Sulley diventassero i migliori spaventatori per la Monster Inc. erano due studenti universitari della Monster University, facoltà di spavento. Mike era il classico sgobbone che passava tutto il tempo sui libri, uno sfigatello, suppliva le sue mancanze in statura e bruttezza con la teoria. Sulley invece era tutto l'opposto, dotato di grande talento e presenza, era un vero spaccone, nonché figlio di una vera leggenda, Bill Sullivan, crede quindi di avere tutte le carte in regola per essere il migliore e non prende neanche in considerazione l'idea di studiare o prepararsi per l'esame di fine corso.
I due finiscono per entrare in competizione e dopo l'ennesimo battibecco vengono espulsi dalla facoltà. Ma non tutto è perduto, infatti grazie alle spaventiadi, le olimpiadi del terrore, trovano il modo per farsi riammettere. Vincerle però non è semplice, prima di tutto perchè si ritrovano nella squadra peggiore e poi perchè devono finalmente mettere da parte i dissapori e unire le forze. Ce la faranno?

Come per Toy Story 3 (rivelatosi poi uno dei migliori Pixar e il migliore della trilogia) la domanda mi è sorta spontanea fin dall'inizio; ma era davvero necessario un altro capitolo, per giunta un prequel? Tralasciando la

giovedì 7 febbraio 2013

La storia dello Studio Ghibli - 1 di 3

studio-ghibli-logo
"Alla base di ciò che vogliamo creare e che desideriamo mostrare non dovrebbe esserci qualcosa di prestabilito, dettato dalla moda. Ci dovrebbe essere qualcosa che ci portiamo dentro da sempre, è per questo che le mie idee sono così difficili da realizzare." 
- Hayao Miyazaki -





Gli inizi

Sebbene molti considerino Nausicaa della valle del vento il film d'esordio dello studio, in effetti la sua gestazione e la sua uscita nelle sale precedono almeno di un anno la fondazione e, anzi, fu proprio grazie al successo del film, tratto dal manga seriale pubblicato dalla rivista Animage, che il creatore Hayao Miyazaki e l'amico e collega Isao Takahata, in collaborazione con il gruppo editoriale Tokuma Shoten, trovarono i fondi necessari a mettere in piedi un'azienda dove avrebbero potuto muoversi nell'assoluta libertà creativa. Come molti sanno, Ghibli è il nome libico (la pronuncia corretta è gibli, in italiano Scirocco) del vento che soffia nel deserto del Sahara: fu così che vennero ribattezzati i Caproni ca.309, gli aerei da ricognizione italiani che sorvolavano la zona durante la Seconda guerra mondiale. Miyazaki, appassionato di aviazione, decise di battezzare così il proprio studio perché avrebbe simboleggiato alla perfezione l'ideale di portare qualcosa di nuovo e entusiasmante nel panorama dell'animazione giapponese. In parole povere, avrebbe soffiato un nuovo vento. E nuovo vento, effettivamente, soffiò: in Giappone si producevano sopratutto serie televisive o lungometraggi tratti da esse dal budget ridotto, che lasciavano agli autori spazi di manovra praticamente inesistenti. Studio Ghibli divenne non solo la casa di Miyazaki e Takahata, ma un rifugio sicuro anche per altri registi, magari meno conosciuti (sopratutto a causa di una distribuzione nei paesi occidentali meno capillare), come Yoshifumi Kondo (I sospiri del mio cuore), Tomomi Mochizuki, Hiroyuki Morita e i più recenti Goro Miyazaki (figlio di Hayao) e Hiromasa Yonebayashi, regista di Arrietty. Della “famiglia” fa anche parte il compositore Joe Hisahishi, autore delle colonne sonore della maggior parte delle opere dello studio nonché di moltissime pellicole del regista giapponese Takeshi Kitano. Il primo film dello Studio Ghibli, prodotto per un anno a partire da giugno del 1985 e uscito nelle sale giapponesi il 2 agosto 1986, fu Laputa - Castello nel cielo (Tenku no shiro Ryaputa) distribuito nelle sale italiane ben 26 anni dopo e per un solo giorno, il 25 aprile 2012, con il titolo Il Castello nel cielo.

Laputa-il-Castello-nel-Cielo-8137 Scritto e diretto da Hayao Miyazaki, il soggetto fu ispirato da una lettura giovanile del maestro, ovvero I Viaggi di Gulliver di Johnatan Swift, dove si raccontava di una città del cielo, Laputa appunto: Sheeta, una misteriosa ragazzina, è in possesso di una strana pietra che la salva da una caduta facendola fluttuare tra le braccia di Pazu, un giovane orfano che la aiuterà a fuggire dai suoi aguzzini, interessati a impossessarsi della pietra proprio per raggiungere il castello del cielo di Laputa, al fine di depredarne i leggendari tesori. Si possono già riscontrare i tratti distintivi del cinema di Miyazaki, sia dal punto di vista formale che contenutistico, fra tutti la cura per i dettagli maniacale e le influenze da culture occidentali. Le divise dei militari fanno il verso a quelle dell'esercito tedesco della prima guerra mondiale, mentre il villaggio è ispirato a un borgo del Galles che Hayao San visitò nel 1984 durante lo sciopero dei minatori: tornato a casa si dichiarò “Pieno d'ammirazione per quegli uomini che lottavano per il proprio lavoro e per la famiglia” e ammise l'intenzione di “riflettere la forza di tali comunità” nel suo prossimo film. Sul piano tematico, i macro argomenti, che tutti conoscono e che in futuro ricorreranno nella filmografia dell'autore, sono l'antimilitarismo e l'ecologismo; inoltre, è già possibile rilevare delle costanti dello stile narrativo di Miyazaki: la giovane protagonista femminile, l'amicizia con un coetaneo dell'altro sesso, l'avventura e il lavoro intesi come processo di crescita e maturazione nonché di emancipazione dal mondo dei bambini, le adorabili canaglie che finiscono per aiutare i protagonisti, l'avversione per la sete di potere umana. Sebbene il tratto e i fondali siano meno elaborati e dettagliati dei lavori più recenti, Il Castello nel cielo resta un meraviglioso esempio di animazione fantasy, immaginifico e potente, pieno di dolcezza e buoni sentimenti senza essere mai stucchevole; una pellicola che tutti dovrebbero recuperare e un ideale punto di partenza per i neofiti. In madrepatria fu un successo di pubblico, scongiurando le paure e i dubbi di Miyazaki stesso sulla sopravvivenza della propria azienda, e sopratutto di critica: ricevette infatti innumerevoli premi tra i quali il Noburo Ofuji Award ai Mainichi Film Award e il premio della rivista Animage come miglior anime dell'anno. Due anni dopo, nel 1988, Studio Ghibli si apprestava a distribuire due film che avrebbero dimostrato come la libertà di espressione e la molteplicità di stili e idee fossero dogmi incrollabili della politica aziendale.

anime-my-neighbor-totoro2
Difficile pensare che Il Mio vicino Totoro di Miyazaki e Una Tomba per le lucciole di Isao Takahata, usciti lo stesso giorno (il 16 aprile 1988) nelle sale giapponesi, fossero entrambi prodotti della stessa factory; e invece le due pellicole furono addirittura concepite come due mediometraggi da distribuire nelle sale insieme, in una Double Feature simile all'operazione Grindhouse di Tarantino e Rodriguez. Quando infatti Miyazaki propose il soggetto di Totoro alla Tokuma Shoten, i piani alti dell'azienda risposero con un secco no; piuttosto, il direttore di Animage, Hideo Ogata propose un film luminoso ed esaltante che parlasse della vitalità dei bambini giapponesi nel dopoguerra. Nell'attesa che si trovasse un soggetto adatto all'idea di Ogata, Toshio Suzuki, produttore che nel 1991 entrerà nello Studio Ghibli, lesse un racconto semi-autobiografico di Akiyuki Nosaka intitolato Una Tomba per le lucciole, basato sulle esperienze vissute durante la Seconda guerra mondiale, e ne propose la produzione alla Tokuma che rispose di nuovo con un no. Tuttavia la casa editrice del racconto, la Shinchosha, si dimostrò interessata a trarne una pellicola d'animazione. Fu così che nacque l'idea di accompagnare al mediometraggio da 60 minuti tratto da un bestseller (il racconto vendette ben un milione e trecentomila copie) quello della stessa durata basato sul misconosciuto soggetto di Totoro. Tuttavia durante la lavorazione i film si "ingigantirono" e nacquero i due lungometraggi indipendenti che oggi tutti conosciamo. Il Mio vicino Totoro è una pellicola bucolica, minimale e spensierata in cui due piccole sorelline, Mei e Satsuki, si trasferiscono insieme al padre in una città di campagna vicina all'ospedale dove è ricoverata la madre gravemente malata. Le lunghe giornate diventano così l'occasione per scoprire la natura circostante e fare la conoscenza con una serie di strane e simpatiche creature tra le quali il Totoro, uno spirito buono che assomiglia a un incrocio tra un orso, una talpa e un procione (e che diventerà il simbolo dello studio) e il Gattobus, un autobus con il muso di gatto e dodici zampe al posto delle ruote. Il film è in parte autobiografico, infatti quando Miyazaki era bambino fu costretto a trasferirsi insieme ai fratelli per stare più vicini alla madre, malata di tubercolosi spinale; le protagoniste del film sono ragazzine perché, secondo l'autore, sarebbe stato troppo duro scrivere e dirigere una pellicola del genere con personaggi maschili che gli avrebbero inevitabilmente fatto riaffiorare ricordi dolorosi. Inizialmente la protagonista doveva essere la sola Mei, nome giapponese per indicare il mese di maggio, ma poi la produzione decise di inserire una sorellina più piccola e di chiamarla Satsuki, che è il nome in giapponese arcaico dello stesso mese.

download
Una tomba per le lucciole, scritto e diretto da Takahata, è invece uno dei film d'animazione più crudi, realistici e disincantati della storia del cinema. Denuncia tutta la sua spietata durezza sin dall'incipit dell'opera: a raccontare la sua storia è il fantasma di un adolescente morto di inedia per strada a Kobe il 21 settembre del 1945, fra l'indifferenza dei passanti. Tramite un flashback, Seita ci racconta di essere rimasto orfano, insieme alla sua sorellina Setsuko, durante il bombardamento aereo di Kobe nel giugno dello stesso anno e di aver dovuto sopravvivere senza l'aiuto di nessuno per mesi, fino all'epilogo che già conosciamo. Un film tremendo, che strapperebbe fiumi di lacrime a chiunque, ma anche un film che denuncia la mentalità retrograda e autolesionista della società giapponese bellica, nonché gli orrori di una guerra che non risparmia nessuno, nemmeno chi come i bambini andrebbe salvaguardato. All'uscita nelle sale il 16 aprile 1988, molte scene ancora non erano pronte e furono montate in bianco e nero; Takahata sostenne che fosse un effetto voluto, tuttavia i lavori furono terminati il 30 aprile e la versione definitiva vide luce solo successivamente in VHS. Altra piccola curiosità: i contorni dei personaggi sono colorati in marrone che, a differenza del tradizionale nero, rendono le figure più morbide e realistiche. I genitori dei bambini in lacrime, terrorizzati dalla crudeltà delle immagini di Una Tomba per le lucciole, non mancarono di protestare nei confronti di una scelta tanto infelice; ironico che senza questo film, la favola di Totoro non sarebbe mai potuta esistere. E' una delle geniali "contraddizioni" di uno dei migliori studio d'animazione della storia del cinema. [Continua...]

Articolo originariamente pubblicato sul sito www.themovieshelter.com

mercoledì 2 gennaio 2013

Frankenweenie di Tim Burton


Nelle sale dal 17 gennaio.
Vincent è un ragazzino intelligente e introverso che passa le giornate in compagnia del suo cagnolino Sparky fino a quando, durante una partita di baseball a cui partecipa solo per compiacere il padre, la povera bestiola viene travolta e uccisa da una macchina mentre cerca di riportare al padroncino la palla andata fuori campo. Durante una lezione del professor Rzykruski sul sistema nervoso e l'elettricità a Vincent viene un'idea per riportare in vita il suo animaletto, ma la giornata della scienza è alle porte e l'esperimento del protagonista fa gola ai compagni di classe che, mossi dal solo desiderio di primeggiare, iniziano a giocare pericolosamente con la vita e la morte.
Chi legge questo blog e ascolta il podcast con regolarità sa cosa penso delle opere recenti di Tim Burton: dopo Big Fish, ultima pellicola davvero notevole e summa del suo cinema, il regista di Burbank si è perso nell'autoreferenzialità, naufragando in un mare di mediocrità fatto di film tutti uguali a loro stessi; se i primi tre (La fabbrica di cioccolato – La sposa cadavere – Sweeney Todd) restano nonostante tutto pellicole godibili, gli ultimi due (Alice in Wonderland e Dark Shadows) sembravano i chiodi di una bara che Burton stesso si era costruito, lasciando da parte ciò che rendeva grande il suo cinema e focalizzandosi su un'estetica ormai stucchevole e sull'abusata e facilona figura del freak personificata nell'ossessivo sodalizio con Johnny Depp.
Vi confesso che, in questo panorama, l'idea di tornare su un corto girato in passato, ampliarlo e renderlo una pellicola da un'ora e mezza sembrava abbastanza peregrina, l'ennesimo tentativo di sfruttare commercialmente la gallina dalle uova d'oro.
E invece no, Frankenweenie non solo funziona, è un ottimo film, degno della compagnia delle migliori opere di Burton.
Ciò che subito appare evidente è un ritorno a un'estetica più semplice, quasi minimale, che si manifesta in un anticonvenzionale bianco e nero scevro di tutti i fronzoli che appesantivano lo stile visivo dell'autore in tempi recenti: New Holland è il villaggio di edward Mani di forbice (altra felice rilettura del mito di Frankenstein) fatto di case prefabbricate tutte identiche, prati perfetti e cittadini ossessionati dall'apparenza; Burton gioca sapientemente con luci ed ombre e con architetture gotiche facendo il verso ai Monster movie della Universal degli anni 30 e, di riflesso, al cinema espressionista tedesco.
Quel che però colpisce di più è, senza ombra alcuna di dubbio, la qualità della narrazione: non c'è una singola sbavatura, nessun personaggio o elemento di troppo, nonostante si tratti di un lavoro di aggiunta su uno script elementare, nessun virtuosismo di macchina da presa esagerato e fine a se stesso; una regia solida, concreta, che bada al sodo lavorando, paradossalmente, per sottrazione senza concedersi mai un calo di ritmo. Se proprio dovessi cercare il pelo nell'uovo direi che il climax nel finale si risolve in maniera leggermente melensa e prevedibile, ma tenendo conto che si tratta di un film d'animazione che deve sempre avere un occhio di riguardo per lo spettatore adolescente/pre-adolescente si tratta tutto sommato di un “difetto” trascurabile. Si parlava dei personaggi: deliziosa la galleria di freak della classe di Victor e i relativi animaletti, vivi o meno, che sottolineano ed esasperano i tratti psicologici dei loro padroncini, o che giocano con le etnie di questi (si veda, ad esempio, la tartaruga-godzilla del bimbo asiatico); tutti i personaggi godono di una buona caratterizzazione tranne i genitori di Victor, piuttosto abbozzati, anomalia nel cinema di padri e figli di Burton dove le figure paterne hanno sempre avuto un'importanza centrale.
Frankenweenie è un quasi-suicidio commercialmente parlando (un cartone animato a passo uno in bianco e nero che parla di animali morti riportati in vita, targato Disney) ma è anche e sopratutto un gioiellino di concretezza e semplicità, pieno di citazioni al cinema horror targato Universal già citato; una storia incredibilmente delicata e genuina che tocca le giuste corde emotive al momento giusto: più o meno tutti sappiamo cosa vuol dire avere avuto un amico a 4 zampe ed aver sofferto per la sua dipartita, o almeno possiamo immaginare cosa significherebbe perderlo. Sembrerà un concetto banale quanto vacuo, ma quel che più conta è che il regista di Burbank sia finalmente tornato a fare cinema con il cuore, quello che mancava nelle sue opere più recenti, fatte più di testa che di pancia.
E forse lui è il primo ad esserne cosciente, lo scambio di battute fra Victor e il professore Rzykruski  (doppiato da Martin Landau) sull'amore per i propri esperimenti e sulla riuscita di questi in rapporto alla passione con cui si affrontano appare perfettamente calzante.
Burton non era morto, se n'era solo andato per un paio di film, gioite fratelli.

sabato 10 novembre 2012

La collina dei papaveri di Goro Miyazaki

Nelle sale italiane solo il 6 novembre.
Anni 60, un piccolo paesino marittimo nei pressi di Yokohama. Umi 'Mer' Matsuzaki è una ragazzina di 16 anni che gestisce quasi da sola un bed and breakfast ricavato dalla sua grande casa. Il padre, marinaio, è morto in mare durante la guerra di Korea, mentre la madre, professoressa universitaria, raramente è a casa. Perciò le tre ospiti, i fratelli e la nonna dipendono da lei. Ovviamente va anche a scuola, dove è una alunna modello. Insomma è perfetta, se ci mettete poi che è pure carina e come tutti i suoi familiari e amici parla seguendo le regole dell'accademia della crusca (spero sia un doppiaggio italiano un pò troppo zelante). Un giorno a scuola incontra Shun Kazama di un anno più vecchio di lei. Shun contribuisce al giornalino locale e arriva ogni giorno a scuola via nave, su un peschereccio del babbo. Entrambi sono tanto perfettini che ovviamente scatta la scintilla. Più si conoscono però e più scoprono una certa cosa del passato che potrebbe scongiurare per sempre un rapporto amoroso tra i due. E qui mi fermo perchè non voglio dire altro, anche se siamo solo a metà film.
A cinque anni da I racconti di Terramare (forse ingiustamente o eccessivamente criticato) il talentuoso figlio d'arte Goro Miyazaki ci riprova questa volta con la trasposizione del manga omonimo scritto da Tetsurō Sayama e disegnato da Chizuru Takahashi e questa volta il risultato dovrebbe soddisfare se non tutti, quasi tutti soprattutto quelli che non devono per forza fare un paragone con i lavori del padre.
Inutile perdere tempo nel ribadire ancora una volta quanto l'animazione dello studio Ghibli abbia raggiunto vette inimmaginabili fino, anche solo, dieci anni fà. Inutile solo perchè è ripetitivo, ma è obbligatorio per ogni pellicola che sfornano. La dovizia dei particolari, la cura e i movimenti così fluidi e spontanei fanno si che queste opere di animazioni siano una gioia totale per gli occhi. E fa ancor più piacere vedere che il Giappone, la patria del hi-tech e dei videogames, lavori ancora con carta e penna.
La collina dei papaveri è una storia fuori dal tempo, altro tratto distintivo dello studio. Questi piccoli paesini, questi personaggi con i loro amori, sono come ambientati in una sfera, in una palla di vetro dove tutto è perfetto. Eppure qeusta volta abbiamo una chiara collocazione temporale, correlata da tanti piccoli riferimenti alla storia giapponese di metà secolo. Insomma, lontana dai mondi fiabeschi di Hayao, ma comunque immersa in un'atmosfera magica identica.
A proposito di atmosfera e anni 60, è impossibile vedere il film e non avere la sensazione di stare guardando un classico romanticone anni 50-60 di Hollywood. Un lavoro sopraffino è stato fatto per ricreare non solo visivamente quell'epoca ma restituirla davvero come una realtà virtuale. Le musiche (c'è chi si lamenta dell'assenza di Hisahishi, ma il lavoro scolto qui è formidabile seppur privo del suo tocco), i giri in bici, le camminate con l'ombrello sotto la pioggia, le feste in famiglia, le frasi spezzate. Esagererò ma è uno dei Ghibli con l'atmosfera migliore, ma forse sono condizionato dal mio amore per quel determinato periodo.
Passato che è tema centrale della storia e rappresentato dallo scontro di alcuni alunni, tutti membri del Quartier Latin, sulla demolizione o no della loro antiquata sede, una parte fatta di progressisti, futuristi e rottamatori, e l'altra tradizionlista, classica che vorrebbe preservarlo. Non si sta parlando solo di una sede di un club studentesco ovviamente, ma dello stesso passato di una nazione uscita da due guerre, che ha perso tante vite (anche questo è un tema centralissimo del racconto), ora pronta a rialzarsi, anzi ormai in piedi (olimpiadi in zona nel 1964) ma che non vuole e non deve comunque dimenticare.
Insomma tutto bene? Si anche se il naso si storce comunque, nonostante atmosfera, bellezza visiva etc... quando la storia prenda la solita piega positiva e felice e mi riferisco proprio al finale sia dei nostri due protagonisti che del Quartier Latin. Soprattutto per alcune incongruenze con il racconto fin lì. Difficile spiegarsi meglio senza dire troppo, dirò semplicemente che la famiglia di Shun non la conta giusta, ecco.
In definitiva un ottimo lavoro, un film d'animazione che accontenta tutti. Come il precedente Terramare, ma stavolta per altri motivi, non è adattissimo a un pubblico molto piccolo, in quanto c'è davvero poco di cui ridere (il filosofo e basta) e c'è molta sostanza. Però piacerà ai nostalgici, agli innamorati, a chi era rimasto deluso in passato e tanti altri. Dopo Hiromasa Yonebayash con Arriety, la Ghibli può dire di avere due eredi sulla rampa di lancio per sostituire il maestro Miyazaki quando vorrà riritarsi.

Se siete stati abbastanza fortunati sarete riusciti a vederlo, un film distribuito per un solo giorno e in un centinaio di sale appena. Siamo abituati noi fans della Ghibli a questo trattamento, ma per una volta non siamo di fronte a una pellicola ri distribuita nelle sale a distanza di anni e in prossimità dell'uscita del Blu Ray/DVD ma di un titolo presentato un anno appena fa al festival di Roma e che in patria ha sbancato i botteghini. Perchè si continui a fare questa distribuzione ridicola è un mistero, dato che stiamo parlando di un film con sicuro seguito, ma d'altra parte meglio un giorno e magari un giro in macchina fino alla città più vicina che non vederlo affatto. E in ogni caso c'è la pirateria, inutile poi lamentarsi.