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lunedì 4 marzo 2013

Filmbuster(d)s - Episodio #24


Nonostante la notte degli Oscar abbia tentato di ucciderci a colpi di noia, con un leggero (solo quasi 3 settimane) ritardo, ecco a voi il ventiquattresimo episodio del podcast di cinema che non vota PDL.

Nel 24° episodio di Filmbuster(d)s:

[00:04:00]Re della terra selvaggia
[00:30:30]Warm Bodies
[00:40:40]A good day to Die Hard
[01:00:40]Zero dark thirty








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domenica 17 febbraio 2013

Die Hard - Un buon giorno per morire di John Moore

Nelle sale dal 14 febbraio

Non ci sono dubbi, per il genere action è tempo di revival a tutti i costi, soprattutto da quando Sylvester Stallone ha avuto la geniale intuizione di riesumare e riunire in un solo film le principali star del cinema d'azione hollywoodiano. E infatti, mentre il secondo capitolo di I Mercenari si apprestava ad arrivare nelle sale, hanno cominciato a fioccare news su tutta una serie di pellicole dedicate singolarmente a questi omoni attempati, un po' come negli spin-off dei cine comics Marvel. Tra quei vecchietti c'era anche Bruce Willis, ma in un certo senso lui non se n'era mai andato, e nemmeno il suo alter ego John McClane, che già nel 2004 era stato protagonista del quarto capitolo di Die Hard, senza dubbio il peggiore della saga, almeno fino a oggi. Proprio in questi giorni infatti è arrivato nelle sale Die Hard – Un buon giorno per morire, quinto capitolo della saga diretto da tale John Moore, che si è fatto le ossa con l'action dirigendo quella chiavica di Max Payne (ma anche i remake di The Omen e Il Volo della fenice), una garanzia insomma.
Dopo una breve sequenza introduttiva ambientata in Russia, il film ci mostra finalmente il nostro grinzoso eroe mentre fa pratica al poligono di tiro. Al suo fianco compare un collega e gli racconta che suo figlio John Jr (Jay Courtney), scomparso da anni, è stato arrestato per omicidio a Mosca. Così in un nanosecondo McClane Senior prepara le valige, saluta la figlia (sempre Mary Elizabeth Winstead, purtroppo in scena per pochissimi minuti) e arriva nella gelida Russia per... boh non è chiaro. Poco importa, perché McClane Junior è in realtà un agente della CIA infiltrato che sta cercando di salvare un pentito al centro di un complotto. Ebbene sì, anche Die Hard cade nel nuovo cliché dello scontro generazionale, quindi largo a decine di battutine sull'età del protagonista e sulla vecchia maniera che però funziona ancora alla grande.
La storia non sta in piedi, ma gli affezionati della saga sono abituati alle situazioni più improbabili, quindi si chiude facilmente un occhio su quello che è semplicemente un pretesto per mettere i protagonisti in condizione di provocare morte e distruzione in quantità. Quello su cui non si può chiudere un occhio è la messa in scena, e qui Die Hard 5 è un autentico disastro, probabilmente a causa di una sceneggiatura scritta in quarantacinque minuti, un'ora a essere generosi.
Nell'arco di due scene McClane decide di partire per Mosca. Non è ben chiaro cosa intenda fare per aiutare il figlio, ma a distrarci da queste domande inutili ci pensano un montaggio velocissimo e uno dei siparietti comici più tristi e stereotipati della storia. In meno di cinque minuti siamo davanti al tribunale e qui comincia la catastrofe: McClane Junior mette in atto il piano per salvare il super testimone, e McClane Senior senza rendersene conto fa di tutto per sabotarlo. Insomma il personaggio è stato trasformato in un vecchio rincoglionito: parla da solo, mette bocca dappertutto, sta lì a fissare gli altri che lavorano e soprattutto insiste a guidare anche se gli hanno tolto la patente perché non ci vede più bene. La conseguenza è un inseguimento di una tristezza sconfortante, dove Bruce Willis deve per forza tirare fuori un commento o una battutina ad ogni inquadratura; forse un modo di riempire i numerosissimi tempi morti, oppure un pessimo tentativo di rievocare l'ironia e le frasi ad effetto dei primi film, fatto sta che sentire in continuazione cose come “Io ci provo!” “Sono in vacanza!” “Questi sono pazzi!” è una vera e propria sofferenza, resa più intensa dal pessimo doppiaggio di Claudio Sorrentino che biascica frasi incomprensibili spesso coperte dal suono degli scontri e delle esplosioni, forse per colpa di un mixaggio audio da denuncia.
Ma in fondo si potrebbe soprassedere anche su queste tante “piccole” cose, dopotutto in un film del genere l'importante è assistere a una sana e liberatoria dose di distruzione, e invece niente, Die Hard 5 non concede nemmeno questo. L'azione vera è propria è concentrata in tre micro sequenze principali, ma nel mezzo c'è il nulla cosmico, la noia, cinque o sei linee di dialogo tra padre e figlio dilatate all'inverosimile con pause e silenzi che uccidono. E poi le frecciatine, una tristezza infinita, l'eterna menata “old school” contro “new school”, oppure gli stereotipatissimi cattivoni russi, che ancora ridacchiano di cowboy e americani arroganti, hanno un bel “CCCP” tatuato sulla schiena ma ci ricordano che “Non siamo più nel 1986, Reagan è morto!”. Ah, la sottile ironia...
Insomma Die Hard 5 è un film che ti porta all'esasperazione, talmente noioso e squallido che quando finalmente arriva al dunque non sei più disposto ad accettare il compromesso, non ti diverti, e allora vedi solo quanto sono profondamente stupide e mal realizzate quelle due o tre scenette d'azione, riprese con mano tremolante e senza un minimo d'ispirazione. E poi ti viene una gran tristezza, perché ti rendi conto che oggi è diventato difficile persino realizzare un action genuinamente divertente.
Die hard 4 era così profondamente brutto che non sembrava possibile fare peggio, e invece eccoci qua, con il peggior capitolo della serie e uno dei peggiori film d'azione degli ultimi anni. Una cosa giusta c'è, il titolo, questo è un buon momento per morire, per la carriera di John Moore e per la saga di Die Hard, ma quell'autocitazione in chiusura puzza tanto di nuovo inizio...

giovedì 7 febbraio 2013

Filmbuster(d)s - Episodio #23

Si fa fatica a stare dietro a così tante uscite settimanali, specie se poi i film si rivelano, come sta succedendo in questo inizio di 2013, così buoni. Ma noi di Filmbuster(d)s siamo sempre qui, a guidarvi nel mare magnum di possibilità affinché scegliate il film giusto per passare una piacevole serata. Poi oh, l'avevate già capito da soli che un film d'azione con Schwarzenegger bolso e invecchiato era da evitare, no?


Nel 23° episodio di Filmbuster(d)s:

[00:02:00]The Last Stand
[00:06:35]The Impossible
[00:25:53]Les Misérables
[01:01:00]Looper








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mercoledì 30 gennaio 2013

Looper di Rian Johnson



In sala dal 31 gennaio.

A dispetto di quanto lasci pensare il gran numero di pellicole sull'argomento, i viaggi del tempo sono una materia difficile da trattare al cinema. Sia che li si affronti con fare scanzonato come in Ritorno al Futuro che con toni più seriosi, come in Terminator, il rischio di incombere in paradossi e incoerenze assortite è sempre altissimo, ma ancor più alto è il rischio di scontentare il saputello in sala con il ditino pronto ad alzarsi alla benché minima sensazione di buchi di sceneggiatura.
Il plot di Looper è molto semplice: nel 2074 verrà scoperto e immediatamente dichiarato fuorilegge il viaggio del tempo; tuttavia, le associazioni criminali troveranno il modo di utilizzarlo per compiere omicidi altrimenti impossibilitati dai moderni strumenti di indagine, mandando indietro di 30 anni la vittima che sarà giustiziata da killer detti Looper, così chiamati perché, dopo un certo numero di omicidi si vedono recapitare il proprio io dal futuro insieme a una cospicua quantità di lingotti d'oro per vivere 30 anni da nababbi. Qualcosa va storto quando Joe lascia scappare il suo doppio invecchiato, intenzionato a uccidere il bambino che da grande diventerà lo spietato boss Rainmaker.
Il regista e sceneggiatore Rian Johnson, già autore del drammatico Brick e del caper movie inedito in italia The Brothers Bloom sapeva che, perché il giocattolo funzionasse a dovere, era fondamentale che almeno un paio di componenti fossero oliati alla perfezione: innanzitutto, le “ristrettezze economiche” imposte dal budget di produzione (30 milioni di dollari) non permettevano lo sfoggio di sfarzosi effetti speciali. Inevitabile dunque la scelta di ambientare quasi per intero il film nel “presente”, un 2044 sporco, distopico, dove il divario tra ricchezza e povertà è netto e c'è giusto qualche elemento, una moto avveniristica o un nuovo grattacielo qua e là, a suggerirci la distanza con i nostri tempi.
In tale contesto, Johnson ha la saggezza di realizzare un film d'azione ben ritmato e coinvolgente che fa il verso alla grande fantascienza, quella intelligente, che sapeva porre quesiti morali sulla realtà umana e che è andata diluendosi nel mare magnum di pellicole tutte identiche che si fregiano, senza criterio né rispetto, dell'appartenenza a un genere così nobile, mettendo in mostra mirabolanti e trasbordanti sequenze in computer grafica totalmente prive di contenuto. L'autore zittisce i sapientoni citati in apertura tramite un suggestivo espediente narrativo, che garantisce la persistenza della sospensione dell'incredulità, e sposta il focus della vicenda su questioni come il libero arbitrio e la possibilità di forgiare il proprio futuro senza condizionamenti o ancora sul fatto che gli intenti più nobili, mossi dai sentimenti più genuini e positivi come l'amore, possano tradursi in reiterate mostruosità.
Semmai vanno denunciate una certa freddezza di Nolaniana memoria, quella mancanza di trasporto e di empatia con cui il tutto viene gestito, e un didascalismo fin troppo evidente, che raggiunge il picco in una sequenza al tavolino di un bar che doveva essere una scena madre e che invece si risolve in uno spiegone lento e prolisso che fa precipitare il ritmo.
Non per colpa dei due attori protagonisti, sia chiaro: l'ottimo casting, altro elemento che doveva funzionare alla perfezione, è frutto della scelta della produzione di non mirare alla somiglianza somatica quanto piuttosto di costruirne una, reclutando due grandi attori e servendosi delle moderne tecniche di trucco prostetico. Joseph Gordon Levitt interpreta il Bruce Willis cinematografico, quello che abbiamo imparato ad amare in anni e anni di onorata carriera, senza scimmiottarlo ma mettendoci anche del proprio e rispolverando la serafica indifferenza caratteristica del personaggio interpretato in Inception. Buonissimi anche gli interpreti dei personaggi di contorno, in primis un trasandato e cattivissimo Jeff Daniels e il piccolo inquietante Pierce Gagnon, già visto nel remake de La Città verrà disturtta all'alba.

Looper è un film divertente e ben orchestrato, per merito di una regia certosina, di una sceneggiatura intelligente, che ha il coraggio di osare e che tratteggia personaggi ambigui e privi di scrupoli, e di un cast in stato di grazia. Una pellicola, basata su un'idea semplice, ben lontana dalla faciloneria della fantascienza odierna, che non lascia spazio allo sfruttamento seriale essendo perfettamente autoconclusiva, ma che soffre di momenti didascalici troppo consistenti per essere trascurabili, e che aveva fortemente bisogno di essere realizzata leggermente più di pancia che di testa. Senza dubbio sentiremo ancora parlare di Rian Johnson, un autore che ha dimostrato ampiamente di avere il talento e la poliedricità necessarie per sfondare.

mercoledì 31 ottobre 2012

Moonrise Kingdom di Wes Anderson

Nelle sale italiane dal 5 dicembre 2012.

Estate 1965, New Penzance, ridente isola del New England senza strade asfaltate, durante una rappresentazione teatrale scoppia l'amore a prima vista tra Sam e Suzy, due ragazzini di 12 anni. Lei è figlia di due avvocati che gestiscono la famiglia come se vigesse un regime militare, Lui è un orfano “parcheggiato” da genitori adottivi poco amorevoli in un campo scout dove non gode di nessuna popolarità a causa dei suoi “strani” atteggiamenti. Decidono allora di scappare insieme, gettando nel caos l'intera comunità della piccola isola e scatenando una “caccia all'uomo” dai risvolti tragicomici.
Wes Anderson torna al cinema live action dopo la felicissima parentesi in animazione a passo-uno, ovvero la più grande burla che potesse tirare all'orda di critici che lo accusavano di essere scaduto nell'autoreferenzialismo dopo soli 3 film, o se preferite di girare sempre lo stesso film senza nessuno slancio creativo: nonostante qualche maligno avesse addirittura ipotizzato che il regista si fosse materializzato sul set sporadicamente durante la lavorazione del film, Fantastic Mr Fox è stato comunque un successo straordinario, un vero e proprio plebiscito di consensi, ma pur sempre “l'ennesimo film di Wes Anderson”.
Sia chiaro, chi scrive adora il cineasta americano e non ha registrato nessuno dei presunti passi falsi denunciati da altri, nemmeno il tanto vituperato Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou o il controverso Il Treno per il Darjeeling (il mio preferito n.d.r.), ma non comprende chi a suo tempo parlò di “freschezza” riguardo la pellicola in questione: stessi douchebag (o personaggi strambi che dir si voglia), stessa famiglia disfunzionale, stessa fotografia dalle tonalità ocra, stesse carrellate, stesse inquadrature plongeè, stessi dialoghi stravaganti, stesse scenografie vintage, stessi tempi narrativi... Bastano pupazzi pelosi al posto di attori in carne ed ossa a rendere un film originale rispetto al resto della filmografia di un autore rigidamente ancorato al suo modus di fare cinema? O semplicemente brucia troppo ammettere che in passato si è esagerato nel definire "bollito" uno dei migliori cineasti del panorama odierno e di conseguenza ci si sente legittimati a usare parole a sproposito?
Bon, tolto qualche sassolino dalla scarpa, veniamo a questo Moonrise Kingdom: presentato in concorso come film d'apertura al 65° festival del cinema di Cannes, la nuova pellicola di Anderson ha riscosso consensi pressochè unanimi bissando il successo della precedente opera.
E' il film che convincerà anche i più ostinati detrattori dell'autore?
Difficile dirlo, apparentemente a un occhio distratto potrebbe sembrare il “solito Anderson”, specie sul piano formale in quanto pieno di tutti quegli elementi poco sopra elencati. Tuttavia è evidente il cambio di cifra stilistica nei momenti di intimità tra i due giovani innamorati. Moonrise Kingdom è una storia di ribellione giovanile e in quanto tale fortemente metaforica: se nei momenti “familiari” regnano le rigide carrellate e la telecamera fissa, dopo la fuga dei piccoli protagonisti lo sguardo del regista si fa più dolce, più libero e meno attento alla composizione, claustrofobico, con primi piani in netta contrapposizione alle inquadrature che sembrano voler sfruttare appieno la scenografia, tipiche di Anderson.
Il vero punto di forza sono Sam e Suzy, anche per merito delle performance dei due giovani attori, rispettivamente Jared Gilman e Kara Hayward: se si tratta di bellissimo cinema dell'infanzia è grazie sopratutto all'alchimia venutasi a creare tra i due adolescenti, alle genuine e un po' goffe effusioni che si scambiano, ai momenti di commovente tenerezza, alle stranezze che li contraddistinguono e che li rendono “diversi” agli occhi degli altri. Sarebbe però ingiusto non citare i personaggi adulti, parlare di douchebag in questo caso diventa un gentile eufemismo: i “grandi” di Moonrise Kingdom sono dei perfetti imbecilli che, illusi di fare del bene, non fanno altro che commettere errori su errori che inevitabilmente si ripercuotono sull'innocente prole; idioti ancorati al loro modo di vedere il mondo che reprimono emozioni e che rimpiangono scelte passate. Ma fortunatamente l'epifania c'è e si traduce in toccanti scene: su tutte il momento in cui i personaggi interpretati da Bruce Willis e Edward Norton prendono coscienza del triste destino che aspetta l'orfano in fuga e il finale squisitamente Nietzschiano.
Il giudizio è pienamente positivo, non sarà il film che farà ricredere chi pensa che il cinema di Wes Anderson sia giunto al capolinea già da parecchio tempo, ma se avete apprezzato Fantastic Mr- Fox un'eventuale bocciatura dovrebbe farvi considerare l'ipotesi di fare pace col cervello.
Se invece amate l'autore, acquistate pure a scatola chiusa.