venerdì 6 luglio 2012

La leggenda di Bela Lugosi e Boris Karloff - Parte 1

Iniziamo da una scena.
Ed Wood, di Tim Burton, anno 1994. Bela Lugosi, interpretato dal premio Oscar Martin Landau, è seduto su una poltrona in attesa del ciak quando un tecnico gli si avvicina chiedendogli un autografo; mentre l'attore verga il foglietto bianco, il tecnico fa l'errore di esprimergli la sua ammirazione per il ruolo di spalla di Boris Karloff ne Il Raggio Invisibile. 
Apriti cielo! Lugosi sbotta mandando all'altro paese il malcapitato, aggiungendo che Karloff non era degno nemmeno di portargli le borse (edulcoriamo) e che il ruolo di Frankenstein non era minimamente paragonabile a quello di Dracula dal punto di vista attoriale. 
Burton, nello spazio di 1 minuto, romanzando (Lugosi rispettava il collega e l'amico Karloff) fa conoscere a una generazione di giovani cinefili una, anzi LA rivalità per eccellenza della storia del cinema, che gettò le basi del genere Horror e che appassionò e stupì le platee di tutto il mondo.

Ma andiamo con ordine: Nell'estate del 1927, dopo aver recitato per anni a Broadway in numerose rappresentazioni, Bela Ferenc Dezso Blasko, in arte Bela Lugosi, viene scritturato per il ruolo di Dracula nell'adattamento di Deane & Balderston del romanzo di Bram Stoker. La rappresentazione sarà un vero successo di pubblico, al punto da essere ripetuta ben 261 volte. 
E' proprio durante una delle repliche che un divertito produttore della Universal Pictures nota la performance di Lugosi e lo propone come attore protagonista nella trasposizione cinematografica dell'opera a un perplesso Carl Lemmle, fondatore dello studio, inizialmente esitante a cimentarsi nell'azzardo di produrre il primo film horror della storia.
Convinto Lemmle, acquistati i diritti dell'opeara di Deane e iniziata la produzione nella primavera del 1930, la leggenda vuole che la prima scelta della Universal per il ruolo di Dracula fosse Lon Chaney, attore feticcio del regista Tod Browning e che il ruolo fosse stato assegnato a Bela Lugosi solo dopo la morte di Chaney per un cancro ai bronchi, avvenuta nell'agosto dello stesso anno. Se è vero che Lugosi inizialmente non rientrave nei piani di Lemmle, sulla veriditcità di questo rumor regna l'incertezza, alimentata da almeno 2 dati di fatto che sembrano smentirla: Lon Chaney era sotto un contratto di esclusività a lungo termine con la Metro-Goldwyn-Mayer dal 1925 e aveva negoziato il lucrativo rinnovo poco prima di morire, mentre Browning fu assunto come regista dalla Universal solo all'ultimo minuto, dopo la morte del regista designato Paul Leni.
In ogni caso, Lugosi sconfisse la concorrenza di una decina di attori di spicco dell'epoca, anche e sopratutto perchè accettò un contratto, tutto sommato poco remunerativo, anche per gli standard dell'epoca, di 500 $ a settimana per un totale di 7 settimane di lavorazione: 3500 $ in totale.
Sono molte le leggende metropolitane che ruotano attorno alla produzione del film: una su tutte quella che voleva che Lugosi non sapesse parlare l'inglese e avesse imparato a memoria foneticamente le battute da recitare. Falso. Sebbene l'accento di Bela tradisse le sue origini straniere, era dal 1919 che recitava in lingua inglese. 
La straordinaria e particolarissima performance di Dracula fu dunque tutta farina del sacco dell'attore Ungherese, che caratterizzò il personaggio con la sua camminata, i suoi sguardi e il suo modo esotico di parlare la lingua anglosassone, ispirando gli attori che vennero dopo di lui e che tentarono di imitarlo, a volte fallendo miseramente, offrendo una versione caricaturale e a tratti comica della fonte originale.
Un'altra leggenda, stavolta vera, parla del fatto che Browning, ancora scosso dalla dipartita di Chaney, disprezzasse la sceneggiatura, ritenuta ridondante e pacchiana, e che spesso lasciasse il set affidando i ciak al direttore della fotografia Karl Freund, vero e proprio regista non accreditato. Di conseguenza il film non sorprese la critica dal punto di vista registico, anzi sono molti a considerare la versione in lingua spagnola del film, che veniva girata di notte negli stessi set da troupe e cast diversi (siamo agli albori del sonoro, il doppiaggio ancora non esisteva...) fosse migliore sotto molti punti di vista. Addirittura, alcuni storici del cinema hanno ipotizzato che il film perfetto ideale sarebbe stato quello spagnolo con Lugosi nel ruolo di Dracula. 
Il film uscì al Roxy Theatre di New York il 12 febbraio 1931 e fu un successo clamoroso: i quotidiani riportarono lo shock del pubblico, alimentato dal discorso finale dal vivo di Edward Van Sloan (Van Helsing nel film) che affermò che <<[...]queste cose ESISTONO.>>. In 48 ore furono staccati ben 50000 biglietti, una scommessa vinta dalla Universal che aveva già avviato la macchina organizzativa per realizzare il secondo grande film horror della storia del cinema americano, Frankenstein... [Continua]

giovedì 5 luglio 2012

Quell'idiota di nostro fratello di Jesse Peretz




Nelle sale italiane dal 4 luglio.
Ned è un simpatico 30enne bonaccione, che coltiva e vende frutta e verdura nella sua fattoria. E' a metà tra un Gesù Cristo ai giorni nostri, sempre pronto a perdonare e trova del buono in tutti, un hippy anacronistico, con mise discutibili e barba incolta, e infine un Jeffrey Lebowski 2.0 ma meno pigro. Non è molto sveglio e gli capita di vendere della marijuana a un poliziotto, in divisa per giunta. Finisce così in galera e una volta uscito scopre che la sua compagna di vita lo ha sfrattato e convive con un altro uomo. Ned però non la prende male, gli dispiace solo che non gli venga ridato il suo cane, Willie Nelson, e cerca un appoggio e una sistemazione tramite la sua famiglia, la madre e le tre sorelle in carriera. La sua natura loquace, sincera e irruente lo porterà a scombussolare le vite delle sue sorelle che se lo rimbalzeranno in continuazione. Ma sarà anche il confronto con la vita disastrata e scapestrata del fratello e soprattutto il suo modo di essere a convincere le tre donne a mettere ordine e a capire che forse l'idiota di turno non è Ned.

Ed è finalmente arrivata anche da noi, a distanza di quasi un anno ma ormai non c'è da stupirsi, questa simpatica commedia indie.La tagline americana diceva "chi non ne ha uno", di fratello idiota? E quanto ce ne si vorrebbe sbarazzare in tal caso. Ma la verità, chiedere alle belle co-protagoniste di questo film è un altra. Liz prima che arrivasse Ned viveva con un uomo che la tradiva e la ignorava. Natalie, viveva una vita sessuale molto dubbiosa, innamorata della fidanzata Cindy, ma attratta da un artista amico. Miranda infine con un lavoro inadatto a lei e un vicino di casa che ama ma a cui non riesce a dichiararsi. A tutte loro serviva solo un pò di ingenuità ma anche molta sincerità. 
Chiaramente questa pellicola non porta nulla di nuovo, siamo di fronte al classico confronto tra la persona diversa, fuori dal giro, stralunata che insegna, seppur, indirettamente alla persona inserita, ordinata e perfetta come si vive al meglio. Però lo fa più che egregiamente e riesce persino a commuovere, oltre che a far sorridere e molto. Siamo di fronte al tipico prodotto Fox Searchlight (anche se qui non c'entra nulla, produzione Weinstein), quel tipo di commedia agrodolce, indie, con un cast di grande bravura.
Ned è interpetato da un sensazionale Paul Rudd (ormai re della commedia americana), esilarante più che mai e contornato da un cast femminile non solo bravo ma anche di bell'aspetto. Le tre sorelle sono Elizabeth Banks (anche lei abbonata al genere), la fidanzatina di tutti i nerd Zooey Deschanel, qui innamorata di Rashida Jones e Emily Mortimer, moglie del sempre divertente Steve Coogan. Senza contare la ex di Ned,  Kathryn Hahn, ancora una volta insieme a Rudd. 
Notevole e spiccatamente indie anche la colonna sonora, country-easy listening, con molti pezzi scelti ad hoc per le sequenza. E sempre in tema musicale, indimenticabile l'incontro tra due icone della musica americana, seppur in versione canina, in coda al film.
In definitiva una gradevole commedia, una feel-good stories, magari non originale ma riuscita che punta più sull'umorismo lieve che su uno smaccato come potrebbe far presupporre la locandina italiana ammicante allo stup(ido)efacente e che risponde alla domanda "ma come fa certa gente idiota a tirare avanti anche in questo periodo?". Semplice, non gli da peso, al contrario di tutti. 
Ned e Willie Nelson insieme
Voto 6,5

The Amazing Spider-Man di Marc Webb


“The untold story begins” recitava lo slogan pubblicitario dell'appena annunciato reboot della saga di Spider-Man; all'epoca faceva senz'altro sorridere (o addirittura irritare) l'irriverenza di Columbia Pictures nel reclamizzare in questi termini un film sulle ben note origini di un personaggio creato 50 anni fa, qualcuno avanzava dubbi sul coinvolgimento di un giovane regista con un film sentimentale all'attivo, altri ipotizzavano una produzione a basso budget messa in piedi in fretta e furia per far si che non scadessero i diritti di sfruttamento del brand.
Sembra inevitabile, vista la relativa vicinanza tra le due pellicole, confrontare questo The Amazing Spider-Man con il primo episodio della celebre trilogia diretta da Sam Raimi, che nel 2002 fu complice dell' X-Men di Bryan Singer nell'inaugurare a Hollywood il fortunato filone supereroistico: volendo liquidare la questione con una frase, Spider-Man era una fiaba, The Amazing Spider-Man è qualcosa di più concreto, più serio e realistico. 
Non leggeteci accezioni negative di sorta, il sottoscritto è un grande fan dei primi dei due film (il terzo preferisco pensare non sia mai esistito) di Raimi, ma è inevitabile rilevare le differenze che denuncino le tendenze delle due pellicole in questione: il film del 2002 era luminoso, con una fotografia ocra e scenari diurni per la maggiore, ma anche nei toni e nella morale tutto sommato strillata; una pellicola popolata da caratteri (interpretati da ottimi caratteristi) che non deragliavano mai dai loro binari, con una colonna sonora onnipresente, con un cattivo dall'armatura di un verde sgargiante e una rappresentazione della vita extra-supereroistica di Peter tutto sommato caricaturale.
Saggiamente, Marc Webb decide, innanzitutto, di dare al proprio film un impatto visivo atitetico all'originale, ambientando la vicenda quasi tutta di notte e giocando su colori freddi, chiaroscuri e coni di luce, quest'ultimi magari in vista delle possibilità prospettiche offerte dalla stereoscopia. Qualcuno ha denunciato la mancanza di una scena madre quale il bacio a testa in giù, tuttavia non mancano soluzioni visive suggestive, messe in piedi (e questo e senz'altro un pregio) senza l'abuso di CGI. Al contrario, le sequenze in soggettiva, ahimè, non funzionano in quanto troppo “plasticose”: Webb dev'essersene accorto dato che ne ha limitato l'utilizzo a un paio di scene, ed è un peccato perché il concetto non era malvagio e perchè potevano essere una delle ragioni di differenziazione rispetto agli altri film di genere. Sorprende, ed è senz'altro uno dei punti di forza di The Amazing Spider-Man, la qualità della scrittura, la plausibilità dei personaggi e delle dinamiche dei rapporti che intrecciano: la famiglia Parker è vera, piena di affetto come di attriti e ben lontana dalla famiglia formato Mulino Bianco; senza dubbio intelligente la scelta di mostrare i genitori di Peter e l'ingombrante figura paterna che offre spunti di discussione e di tensione tra zio e nipote. Ma anche i personaggi minori, un esempio su tutti Flash Thompson, godono di una tridimensionalità inedita, nei limiti del minutaggio concessogli.
Evidente la mano di Webb, già intravista nel suo film d'esordio (500) Giorni Insieme: il suo stile registico conta molto sulle interpretazioni degli attori, fatte più di piccoli gesti ed espressioni facciali che di parole, ed è su questo piano che si gioca la bella storia d'amore tra Peter e Gwen, un personaggio decisamente più profondo della pin-up Mary Jane.
I problemi stanno tutti nelle sequenze d'azione e nel finale, non per le scene in se, tutte di ottima fattura e che rifuggono un pessimo stereotipo frequente dei film action odierni, lo slow motion, quanto piuttosto nella costruzione di una tensione fra i due antagonisti che di fatto non esiste.
In tal senso credo che il modus operandi di Nolan debba essere assunto a dogma quando ci si approccia a un film di genere: il buon Christopher, in barba alla durata quasi sempre al di sopra della media, si prende tutto il tempo per trattaggiare i personaggi principali e per farli scontrare, farli conoscere, esporre le loro motivazioni, creare un ritmo ascendente che culmini in un climax a quel punto inevitabile. Ecco, in The Amazing Spider-Man c'è tanto Peter Parker ma poco Curt Connors/Lizard, sebbene il materiale che riguarda quest'ultimo sia di ottima fattura e, di conseguenza, denunci un potenziale inespresso. Ma è un difetto tutto sommato irrisorio rispetto alla qualità generale del film, nonché comune nella maggior parte dei primi episodi di saghe fumettistiche; resta magari un po' di rammarico per essersi bruciati un villain eccellente.
Quel che importa è che Marc Webb abbia vinto la scommessa, la speranza è che in un sequel possa avere più spazio di manovra; personalmente sono molto curioso di vedere come andrà a finire questa storia: il coinvolgimento del personaggio di Gwen Stacy offre opportunità drammatiche notevoli, il finale è agrodolce,   c'è una "vendetta" ancora da risolvere, insomma, le basi per una nuova saga sono state gettate ed è stato lanciato il guanto della sfida per il trono di miglior comic movie dell'anno.
Scalzati i Vendicatori, l'arrampicamuri attende al varco il cavaliere oscuro. :)

mercoledì 4 luglio 2012

Filmbuster(d)s - Episodio #4


alexdiro ha sbagliato tutti i nomi che riusciva a ricordarsi (quindi pochi), Il Monco ormai è arrivato al limite della sopportazione dei comic movie e Intrinseco ha detto che il remake de La Cosa fa abbastanza pena.
Però Take Shelter è bello e entro fine anno arriverà nelle nostre sale il nuovo film di Terrence Malick e quello di Wes Anderson. C'è ancora speranza.

Nel 4° episodio di Filmbuster(d)s:

- TRAILERS (Total Recall, Dredd 3D, The Man with the Iron Fists)

- Viggo Mortensen nel nuovo film su Dracula
- Edgar Wright e Ant-Man
- Cinè

- FILM IN SALA (La Cosa, Take Shelter)


Potete ascoltare l'episodio al link diretto al file MP3 (per scaricarlo basta cliccare col destro e poi "Salva link con nome"): Clicca qui

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martedì 3 luglio 2012

Il Recensore Tossico #2: Redneck Zombies

Redneck Zombies.
Film difficile, per iniziare. E' della Troma, e non si poteva non iniziare con un film Troma in effetti. Sapete cos'è la Troma, no?
No? Vergogna! E' LA casa di produzione di film trash. Ne ha fatti davvero tanti. Vi basti sapere questo. 
Redneck Zombies, dicevamo. Con Redneck si indicano solitamente gli abitanti di determinati stati degli USA, di quegli abitanti che ti immagini
intenti a bere birra in lattina con addosso solo una salopette e il fido fucile a pallettoni sempre accanto. Gente non particolarmente brillante, già
nel loro stato normale. Figuriamoci da Zombie. E ovviamente a causa di un barile di scorie radioattive tutti gli abitanti di una regione, tutti redneck, diventano zombie.
Ovviamente in zona c'è un gruppo di campeggiatori che rimarrà coinvolto nella cosa. E' una sorta di Un Tranquillo Weekend Di Paura, ma peggio.
Chi sono i nostri eroi? Apprezziamone insieme il magistrale ritratto caratteriale. Abbiamo...no ok, è tutta carne da macello senza distinzioni. Certo, abbiamo quello che beve sempre, quello che è un po' il boss della situazione, il nero isterico che però non è il primo a morire, un paio di ragazze (e pensate, c'è una quasi scena di sesso\stupro tra una di loro e uno zombie ciccione, son soddisfazioni rare), ma complessivamente sono lì solo per farsi ammazzare o far fare due risate. Il film ha vari momenti comici. No, il film ha una forte vena comica. No, il film è un film comico. Fin dall'inizio con la prima didascalia l'intento di voler essere divertente è chiaro, e i personaggi grotteschi ed esagerati ne sono solo la conferma. Non è nemmeno plausibile, non si sforza di esserlo. Il barile con le scorie radioattive viene trasportato su una camionetta senza nemmeno essere assicurato con una  corda. E' fatale che alla prima buca schizzi fuori. Ma che importa. 
Un film comico, dunque. Ovviamente se si parla di film comico con zombie non può che venire in mente L'Alba Dei Morti Dementi. Ma, no. Decisamente no. Non siamo da quelle parti, non è quel tipo di umorismo. E' umorismo becero, un redneck un po' (tanto) checca è deputato alle risate, il nero isterico di cui sopra è deputato alle risate, situazioni sciocche sono deputate alle risate. 
Ci sono Zombie, dicevamo. Quindi, come horror com'è? Tensione e paura ovviamente, e ci mancherebbe, zero. Sarebbe stato strano se ci fossero state. E a splatter come siamo messi? Qui la situazione migliora. Il finale offre molte soddisfazioni sotto questo punto di vista, ci sono un po' di grandi classici del genere come gli occhi cavati dalle orbite con l'ausilio di solamente i pollici, e soprattutto l'immancabile squartamento manuale ad opera di un nutrito gruppo di creature. Il make up è quasi sempre abbastanza scarno però, peccato. In realtà la parte finale è bella. Bisogna dirlo, quando ci vuole ci vuole. Certo ci sono continuamente degli elementi comici sbattuti qui e lì, ma se nel resto del film erano perfetti qui sembrano stonare un po' perchè il climax finale funzionerebbe anche senza. Gli zombie sono davvero tanti e iniziano a inseguire e mangiare\squartare\sgozzare\sviscerare i vari membri del gruppo, e fin qui va bene. Ne rimane viva solamente una, che inizia una lunga fuga fatta di un tema musicale monotono e fastidiosissimo (ma perfetto allo scopo) e di assalti e amene schifezze sanguinolente varie. Non male, magari il regista Pericles Lewnes (che nome, eh? Secondo solo a quelli degli sceneggiatori Zoofeet e P.Floyd Piranha) poteva dire la sua pure in un film effettivamente horror. Magari.
O magari no. Ma insomma qualche idea ce l'aveva!
A conti fatti un film discreto sotto ogni punto di vista, divertente e realizzato non malissimo. Non è mai noioso, soprattutto, nonostante la ripetitività inevitabile di fondo.

Scena Chiave: l'autopsia su uno zombie eseguita da un personaggio sotto l'effetto di acidi.

Voto al film in sè: 4 cassonetti della monnezza

Voto al film in quanto film trash: 7 cassonetti della monnezza. Se non fosse stato per l'ultimissima scena sarebbero stati anche 7 e un quarto.

domenica 1 luglio 2012

Il bianco e il nero #3: La scelta di Rossella O'Hara.


"David, meet your Scarlett O'Hara"

Vivien Leigh, Rossella
Nel 1937 il giovane produttore David O. Selznick in una lettera dettata alla sua segretaria declinava l'acquisto dei diritti del libro di Margareth Mitchell, Via col vento, a poche settimane dalla pubblicazione. Non lo convinceva pienamente e riteneva il costo, 65 mila dollari, davvero eccessivo. In pochi giorni però cambiò idea e riuscì a abbassare il prezzo a 50 mila dollari (che rimaneva comunque un record per l'epoca).
Selznick era il tipo che non perdeva mai, che superava ogni ostacolo, testardo, caparbio, attento e con l'eterna paura del fallimento (suo padre, uno dei fondatori del sistema degli studios finì sul lastrico).
Voleva trasformare Via col vento, che in breve tempo divenne un successo editoriale clamoroso, il film dei film, vincere l'oscar e vincere la scommessa di trasporre su pellicola quelle centinaia di pagine e personaggi.
Suo suocero, Louis B. Mayer, capo della MGM, glielo sconsigliò fin da principio. I film sulla guerra civile non funzionano e poi aveva speso uno sproposito, mentre lui con Il mago di Oz aveva speso pochissimo e era sicuro del successo. David però non gli badava e gli chiese in prestito il suo attore di punta, Clark Gable, per il ruolo del protagonista maschile, Rhett Butler. Mayer ci pensò su, sapendo che Gable non sarebbe stato entusiasta della cosa (anche se l'ultimo "prestito" gli portò un oscar per Accadde una notte).
Intanto Jack Warner, della Warner Bros. promise la coppia Bette Davis, la preferita del pubblico, e Errol Flynn, una pallida copia di Gable, in cambio dei diritti per la produzione. Selznick rifiutò e ottenne Gable dalla MGM. La Warner si vendicò facendo una versione tarocca e prematura di Via col vento, tale La figlia del vento (Jezebel) con Bette Davis e Henry Fonda.
Tutto sembrava sistemato, Gable era quello che il pubblico voleva, se si legge il romanzo, per Rhett Butler si immagina solo lui. Ma Rossella? Iniziò così una travagliata ricerca della durata di quasi due anni a metà tra una infinita e insensata pazzia e una fantastica trovata pubblicitaria, che portò a provinare 1400 aspiranti, di cui 400 arrivarono a leggere delle battute e 240 fecero un vero provino in costume.

Sempre nel 1937, una radio di Los Angeles indisse un sondaggio su chi dovessero essere Rhett e Rossella. Gable stravinse chiaramente, ma per Rossella c'era più gara. Prima era Bette Davis, seconda Katharine Hepburn (in lizza fino alla fine ma che Selznick definì "perfetta, se fosse un film di 8 anni fà"), terza Miriam Hopkins, quarta Margaret Sullavan, quinta Joan Crawford e sesta Barbara Stanwick. Tutte le altre seguivano con ampio distacco, tra cui alcune suggestive scelte: Mae West, Lana Turner, ZaSu Pitts e una certa Vivien Leigh, sconosciuta attrice inglese, con una sola preferenza data da un signore neozelandese.
Selznick aveva già delle sue idee per la testa però: o Tallulah Bankhead, donna del sud, dell'Alabama, e figlia di un senatore, o Miriam Hopkins, ma essendo il ruolo troppo importante, non riesce a decidere e ogni giorno ha un nuovo nome per la testa. In più vuole trasformare la ricerca in un evento epocale. Aiutato dai giornalisti Russell e Birdwell, pubblica un comunicato in cui garantisce che Rossella verrà cercata in tutti gli Stati uniti, tra vere attrici o dilettanti, nelle scuole e nelle fabbriche e che non avrà pace finchè non troverà quella perfetta. In totale arriverà a spendere più di 100 mila dollari solo per i provini.

Una nuova candidata è Paulette Goddard, compagna di Charlie Chaplin. Il leggendario comico gliela raccomanda caldamente e promette che se la sceglierà, gli cederà i diritti di distribuzione del suo prossimo film, "una satira su Hitler".
Come se non bastasse ci si mette la stampa a creare un vespaio. Hedda Hopper dice che il ruolo è già stato assegnato, Rossella è Joan Crawford (di cui si sospetta avesse una relazione con Selznick). Chaplin chiama infuriato ma viene subito tranquillizzato da David che intanto però chiama Margareth Sullavan e Loretta Young. Un altra giornalista, Louella Parson, dà il ruolo per ufficiale a Talullah Bankhead, amica di George Cukor, regista (fino a che non dovrà mollare il progetto), mandando su tutte le furie la Crawford. Anche qui Selznick deve mediare e negare.
Ci si mette anche Gable che candida la compagna Carole Lombard (con cui non è ancora sposato ma in cambio del ruolo di Rhett era riuscito a divorziare dalla moglie e il nuovo matrimonio era vicino), la quale però non è convinta e non le piace Rossella. Cukor riesce tuttavia a far desistere Gable dicendogli che è un film al femminile e che Carole, sarebbe la vera protagonista. Gable non la propone più.

A inizio 1938 la corsa comprende anche Katharine Hepburn che però non accetta di fare provini e Norma Shearer (Selznick "si, ma lei vorrebbe fare Rhett"), due maschiacce.
Arriva il momento della cena di presentazione alla stampa di Gable, nella quale Selznick da il via alla ricerca tra le dilettanti, suddividendo gli Stati uniti in 3 zone: sud, nord-est e ovest. Kay Brown, donna di fiducia, e Cukor iniziano un estenuante tour che li porterà a visitare decine di città ogni giorno e a provinare centinaia di donne, ragazze, madri. Tra il caldo, il freddo, le malattie di stagione, la spossatezza, le risse e gli svenimenti delle Rosselle, si intrufolano anche dei truffatori che si fingono della produzione e in cambio di denaro o sesso promettono un ulteriore provino a Hollywood. Selznick verrà incriminato ma è chiara fin da subito la sua estraneità ai fatti.

Le cose vanno sempre più per le lunghe e l'inizio delle riprese è sempre più vicino. Dopo una nuova proposta (Ingrid Bergman appena arrivata nella scuderia di Selznick ma già promessa per il film Intermezzo) in pole position sembra esserci Paulette Goddard. Ha talento, è perfetta per il ruolo e Chaplin darebbe qualcosa in cambio. La cosa ridicola è che abita di fronte a Selznick, cioè dopo una ricerca su un territorio di migliaia di kilometri, la futura Rossella è a 100 metri da casa sua. Pazzesco.
Viene preparata una nuova cena dove vengono invitate tutte. Crawford, Lombard, Bankhead, Joan Bennett, Jean Arthur, Hopkins. E' una serata piena di elettricità e battutine al veleno, che culminerà con Selznick innaffiato dalla coppia Lombard-Bankhead. Ma il peggio lo subirà Cukor subissato per ore dalle adulazioni delle attrici. Il sornione regista risponde nella stessa maniera a tutte "Fosse per me, sceglierei te, ma sai com'è...Però! ho un progetto pronto per te. Si chiama Women (Donne), parla d'amore e non ci sono uomini". E lo farà, e con molte di loro.
Leigh, Gable, Mitchell, Selznick e moglie.

Siamo a dicembre del 1938 e il film inizia ufficialmente le riprese il 10, ma tutto è in altomare ancora, tanto che Selznick dice al costumista di fare i costumi per Rossella in tre taglie (corto, lungo e medio). E' sull'orlo di una crisi di nervi, la sogna persino di notte ma è una donna senza volto. Ha paura di fallire miseramente e di dover mandare all'aria tutto.
Le ultime quattro in lizza rimangono Crawford, Arthur, Bennett o Goddard, con quest'ultima a un passo dalla firma quando scoppia la bomba: non è sposata con Chaplin, convivono e basta. Il pubblico non lo accetterebbe mai e metterebbe in croce l'eventuale scelta (altri tempi ndr). Nonostante Selznick cerchi in tutti i modi, anche illegali, di superare l'ostacolo, deve infine cedere e scartarla.
Intanto il fratello Myron, agente delle star, sta contrattando per un inglese, un certo Laurence Olivier che il fratello vuole piazzare nel film Rebecca di Hitchcock. Si fa mandare un suo film, Elisabetta d'Inghilterra. Non serve a nulla perchè Olivier è già ormai acquistato ma nota un'attrice (compagna di Olivier), molto brava e che potrebbe essere una Rossella perfetta. La fa venire a Hollywood e la porta di corsa dal fratello.
David è sul set, si sta girando l'incendio di Atlanta (bruciando vecchi set tra cui King Kong, Anime nel deserto). Il film è partito senza una Rossella quando Myron, arrivato in ritardo, batte sulla spalla al fratello e gli dice "Hey, ecco la tua Rossella". E' Vivien Leigh. David la guarda negli occhi e ne rimane abbagliato. La sceglie al volo, la ricerca è finita.

All'edizione degli oscar del 1940, Vivien Leigh sarà premiata per il suo incredibile ritratto di Rossella con una statuetta, la prima di due, e per aver consegnato il ruolo alla storia del cinema, mentre Via col vento ne vincerà otto, compreso miglior film per un Selznick ormai alle prese con altri film e imprese.


Nella prossima puntata: La passionale Ingrid Bergman.

La Cosa di Matthijs van Heijningen Jr.

Premetto che sono un grande fan di Carpenter, è uno dei registi con cui sono cresciuto e con cui è cresciuta la mia passione per l'horror, anche se credo che non sia neccessario essere appassionati di horror per apprezzare un film come La Cosa, e immagino non serva nemmeno spiegare perché, non in questa sede almeno, perché così si affosserebbe ancora di più questo prequel blasfemo e senza Dio! (si signor Mereghetti, ho messo un punto esclamativo)
Quindi, messi da parte rancori personali e filippiche sulla questione remake, passiamo oltre: La Cosa è stato pubblicizzato e venduto fin da subito come prequel, e tutti abbiamo subito capito dove sarebbe andato a parare, ovvero le vicende della base norvegese vista nel film di Carpenter. E qui finisce lo sforzo creativo dietro questa operazione commerciale; fare un remake, perché stringi stringi di remake si tratta, e giustificarlo nel modo più comodo possibile. Una buona idea che da sola non basta, perché in fondo sapere cos'è successo ai norvegesi non ci interessa, lo abbiamo già visto, perché Carpenter con grande eleganza ce lo ha raccontato attraverso le immagini, attraverso quei corpi bruciati immersi nel silenzio dei ghiacci, e dopo scene così non c'è nient'altro da dire.
Allora non rimaneva che scrivere e dirigere un prodotto degno, o magari fare un bell'esercizio di stile, ma senza girarci troppo intorno vi dico subito che La Cosa non ci riesce, ma che ve lo dico a fare ? Molti di voi lo avranno già visto da mesi visto che la data di uscita nelle sale veniva trascinata avanti da un anno.
Per quanto mi riguarda si storce il naso fin da subito, entri in sala, ti metti comodo e ti aspetti subito di vedere un bel branco di norvegesi barbuti e festaioli, e invece no, bisogna subito americanizzare la spedizione perché altrimenti gli spettatori non si immedesimano, serve la scienziata bella e intelligente che mette tutti in riga, perché gli uomini, e soprattutto gli uomini non americani, sono tutti irreparabilmente stupidi. Non chiedevo un film in norvegese con i sottotitoli, però...
Altra stonatura è proprio la primissima scena, un veicolo che macina chilometri sul ghiaccio in cerca di un segnale sconosciuto, suggestivo, di colpo il ghiaccio sotto di lui si spezza e lo fa sprofondare, sotto di lui c'è un astronava colossale tutta luccicante. Eccola qui, l'adrenalina, l'effettone, la soluzione per chi non è in grado di creare e gestire un minimo di atmosfera, eppure a volte basta mostrare il ritrovamento di un filmato a bassa qualità su un gruppo di scienziati che si tengono per mano intorno a una sagoma scura nel ghiaccio, di nuovo immagini che dicono tutto. Invece Matthijs van Heijningen Jr. ti deve sbattere in faccia l'astronave, perché evidentemente per lui questo è l'unico modo per tenere desta l'attenzione dello spettatore.
Cito questa scena in particolare perché tutto il film è così, più che l'originale di Carpenter ricorda l'omonimo videogioco uscito qualche anno fa, uno sparatutto in terza persona piuttosto frenetico.
All'inizio infatti succede l'impensabile, la creatura ci viene mostrata subito, salta fuori dal ghiaccio, divora un uomo e viene arrostita a dovere, molta azione, forse troppa. Poi c'è l'inevitabile autopsia, nella creatura c'è il corpo della vittima ma anche una placca di titanio per uso chirurgico, fuori dal corpo. Insomma la creatura non riesce a replicare materiali non organici, da qui la trovata per il test, chi ha delle otturazioni non può essere un alieno. Una bella idea, forse una delle poche in tutto il film, peccato che metà dei protagonisti abbia problemi dentali.
Purtroppo la fase d'incertezza dura poco, perché la creatura non vede l'ora di mostrarsi e di massacrare tutti. Nel film del 1982 era il membro di una specie letale che tentava di sopravvivere, qui diventa immediatamente un predatore nella concezione umana del termine, un bestione che punta le sue vittime e le carica a testa bassa. Lì la scelta di mostrare la creatura era l'occasione per mostrare quei memorabili effetti speciali, qui invece anche questo aspetto lascia a desiderare. La CG renderà anche le cose più semplici ma senza creatività serve a poco, e infatti gira e rigira La Cosa assume sempre le stesse forme, le solite bocche dalla forma vaginale stracariche di denti da cui spuntano tentacoli e antenne; non si ha per niente la sensazione di osservare un alieno che ha attraversato l'universo divorando e imitando abitanti di galassie lontanissime, quando va bene diventa una pallida copia dell'originale, quando va male sembra semplicemente un mostro prodotto dalla Umbrella Corporation. L'impressione è che abbiano solo cercato di deformare forme che conscevano già invece di provare a crearne di nuove e sconosciute.
E poi, a costo di passare per nostalgico, devo precisare che questa CG per quanto discreta non ha proprio nulla a che vedere con i make-up artigianali di Rob Bottin, manca proprio di concretezza, basta pensare a cosa hanno rappresentato quegli effetti allora e a cosa rappresentano questi oggi, un'impatto decisamente meno significativo.
Manca il mistero, manca la tensione che scaturisce dalla diffidenza reciproca dei personaggi, e, cosa più grave, manca il fascino minaccioso dell'Antartide dove il gelo ti congela i baffi e ti scarica addosso bufere di neve che azzerano la visibilità e nascondono nel buio un assassino senza forma.
E ancor più grave, la colonna sonora è totalmente anonima, non accresce la tensione e non la sottolinea, praticamente potrebbe benissimo non esserci, e la cosa diventa abbastanza deprimente se si pensa a cosa combinava quel geniaccio di Carpenter con le sue musiche o con quelle di Morricone.

P.S. Il collegamento tra il finale di questo prequel e il memorabile inizio dell'originale è una forzatura sfacciatissima, chi ha visto i titoli di coda capirà.

Intrinseco