venerdì 13 luglio 2012

L'immondo profondo #5: Le nuove Scream Queen


Questa settimana faccio un po' il paraculo e vi propino il classico riempitivo, una bella classifica, anche se più che una classifica sarà un elenco, perché faccio davvero fatica a mettere in ordine di preferenza queste belle e talentuose donzelle. Ebbene si, oggi si parla di donne, di scream queens per l'esattezza. Per tutti quelli che non sanno cosa significa o non ci sono arrivati per intuito, la scream queen è la protagonista o comunque uno dei personaggi principali di un film horror, in poche parole l'urlatrice, la vittima sacrificale che non può far altro che urlare disperata di fronte alla creatura mostruosa di turno. Con il tempo però l'espressione è slittata verso un significato più ampio, ed è passata ad indicare in modo generico il personaggio femminile principale, anche quando il personaggio in questione è più carnefice che vittima.
Pare che il titolo Scream Queen sia stato usato per la prima volta nei confronti di Fay Wray, la protagonista femminile del King Kong del 1933, mentre l'espressione nella sua forma più ampia viene solitamente collegata a Barbara Steele che nel 1960 interpretò la vendicativa strega Asa in La Maschera del Demonio, esordio alla regia di Mario Bava.
L'argomento è stuzzicante, e probabilmente ci tornerò in una delle rubriche successive, magari per dedicare un po' di spazio anche alle scream queen del passato. Per ora accontentatevi di quelle contemporanee, ho scelto attrici abbastanza conosciute, quindi anche i non appassionati di horror dovrebbero trovare qualche volto famigliare.


Angela Bettis
















Di lei vi ho già parlato nella rubrica su Lucky McKee.
Non è proprio un'attrice famosissima ma magari qualcuno di voi se la ricorda in Ragazze Interrotte dove interpretava una paziente anoressica. Nel mondo dell'horror ha partecipato a un paio di schifezze, un remake televisivo di Carrie e ai due film di Lucky McKee di cui parlavo l'altra volta.
Il più rappresentativo dei due è sicuramente May, qui Angela è perennemente al centro della scena e si accolla un ruolo veramente tosto, probabilmente se gestito diversamente sarebbe sfociato nel grottesco involontario, invece lei se la sbriga benissimo, è divertente, adorabile e tremendamente inquietante. Probabilmente il successo del film è quasi tutto merito suo, non avrei mai pensato di commuovermi guardando un horror.
Secondo me è un'attrice che sa rappresentare benissimo la fragilità, ed effettivamente questa è una caratteristica che accomuna un po' tutti i suoi personaggi.


Sara Paxton














Vi ho già parlato anche di lei, quindi sarò breve.
Se come me vi siete macchiati dell'orribile crimine, l'avrete già vista in Superhero – Il più dotato dei supereroi, o in un'altra delle vaccate adolescenziali televisive e non a cui ha partecipato.
Ultimamente si sta dando all'horror, ma anche qui non si può dire che abbia molto criterio. Ha recitato nell'infame remake di L'ultima casa a sinistra e nell'altrettanto infame Shark Night 3D, a noi però interessa il film tra questi due, Innkeepers di Ti West.
Immaginatevi la solita biondina dal volto angelico che compare negli horror scadenti per attirare gli allupati, ecco, ora riducete la sua femminilità ai minimi termini, levatele il make-up, accorciatele i capelli, vestitela da maschiaccio e trasformatela in una nerd impacciatissima e senza ambizioni. Non so di chi sia l'idea ma lei è fenomenale, le serve solo un regista competente alle spalle, quindi spero che per il futuro si dia una regolata.
Una scena memorabile:



Sheri Moon Zombie















Immagino che lei non abbia bisogno di troppe presentazioni.
E' la moglie del musicista/regista Rob Zombie che fortunatamente la piazza in tutti i suoi film, anche i più orridi. E' stata Baby Butterfly nei bellissimi La casa dei 1000 corpi e La Casa del Diavolo e ha interpretato la madre di Michael Myers nei due dimenticabili Halloween.
Al primo impatto potrebbe sembrare la classica sventolona messa lì tanto per gradire, e in un certo senso lo è, ma poi apre la bocca ed inizia a muoversi e non te la dimentichi più. Sexy e divertentissima:



Mary Elizabeth Winstead














E va bene sarò onesto, lei è qui solo per il suo bel visino. Nah non è vero, e comunque non è colpa sua, o si ? Insomma è colpa di chiunque le scelga i ruoli, perché a parte Grindhouse il resto è quasi tutta spazzatura (parlo solo di horror e affini ovviamente).


Melissa George














Uh lei mi piace molto, è un po' freddina e come attrice mi ha sempre lasciato del tutto indifferente, per non dire peggio, ma ultimamente la sto rivalutando parecchio, se non altro per le scelte professionali degli ultimi anni, in particolare per Triangle e A lonely place to die (prendete nota).


Pollyanna McIntosh












Lei è qui solamente per The Woman, un film solo ma un'interpretazione che vale per tre. Una femminilità prorompente e animalesca messa al servizio di un ruolo difficilissimo e interamente basato sulla fisicità. Credo che poche attrici avrebbero accettato una parte del genere, e comunque non so quante sarebbero riuscite ad affrontare la cosa con il giusto distacco. Eppure lei è lì, perfettamente naturale, sporca, nuda, incatenata ad un muro, mentre mangia da una ciotola sotto gli occhi straniti di un'allegra famigliola.

giovedì 12 luglio 2012

The Way Back di Peter Weir


The Way Back è un altro di quei film che si girano tutti i festival in attesa di essere distribuiti, e quando finalmente trovano un distributore, due anni dopo in questo caso, arrivano soltanto in una manciata di sale. Un suicidio commerciale insomma.
Ridendo e scherzando Peter Weir non si vedeva nei cinema dai tempi di Master and Commander, nel lontano 2003. Dopo quasi 9 anni, si rifà vivo con un altro adattamento cinematografico di un libro su cui vale la pena spendere due parole.
The Long Walk esce nel 1956, è la biografia di Sławomir Rawicz un soldato polacco accusato di spionaggio e rinchiuso in un gulag siberiano nel 1940. Secondo il racconto di Rawicz, lui e altri 6 prigionieri, tra cui un misterioso americano soprannominato Mr. Smith, evasero dal campo di lavoro e iniziarono una lunga marcia attraverso la Siberia, il deserto del Gobi e la catena dell'Himalaya per arrivare in Tibet nel 1942. Una passeggiata di 6500 km nei luoghi più inospitali del pianeta, a piedi e senza provviste, per raggiungere l'unico paese non comunista e quindi la libertà. Una storia bellissima ma purtroppo falsa, eh si, perché nel 2006 la BBC raccolse una serie di documenti che contraddicono alcuni punti fondamentali del racconto di Rawicz, a quanto pare infatti il polacco venne graziato da un'amnistia nel 1942 e venne trasportato in Iran, dove firmò personalmente molti dei documenti menzionati sopra. Rawicz scompare nel 2004 e dell'altro uomo sopravvissuto alla fuga non esistono tracce, quindi nessuno ha mai potuto confermare o smentire. Ma, c'è un bel ma, nel maggio del 2009 salta fuori Witold Gliński un veterano della seconda guerra mondiale che dichiara di essere il vero protagonista della lunga marcia, secondo lui Rawicz è in qualche modo venuto a conoscenza della storia e se n'è impossessato. Ovviamente anche la versione di Gliński viene subito messa in discussione e anche in questo caso vengono individuate varie contraddizioni. Molti poi si chiedono come mai Gliński si sia fatto avanti così tardi e solo dopo la morte di Rawicz, e qui la storia si fa ancora una volta misteriosa: Gliński avrebbe mantenuto il segreto per proteggere uno dei suoi compagni di viaggio, un assassino che cambiò identità e si rifugiò in Inghilterra come lui. Qualcuno però ha tirato fuori un'ipotesi ancora più interessante: Rawicz era in realtà l'assassino sotto falso nome, arrivato in Inghilterra si impadronì della storia e minacciò Gliński per non farlo parlare.
Allora perché Weir decide di trarre un film da un romanzo basato su una menzogna ? Probabilmente perché è interessato solo alla storia, infatti cambia nome al protagonista e interviene quanto basta sulla sceneggiatura per allontanarsi il più possibile dalla fonte. Il titolo stesso, The Way Back, serve a prendere le distanze dalla storia di Rawicz e a darle un significato tutto nuovo.
Sulla trama ho già detto abbastanza e c'è poco da aggiungere, Weir si limita a immortalare questo esodo interminabile senza orpelli o scossoni, i protagonisti (tra cui Jim Sturgess, Ed Harris e Colin Farrell) non hanno tempo di lanciarsi in improbabili monologhi sull'orrore delle dittature e sull'importanza della libertà, sono troppo impegnati a spaccare legna e a scavare zolfo nel gelo della Siberia, per cui senza troppi preamboli colgono l'occasione buona e si lanciano in questa impresa folle. E non si tratta di una bella avventura o del solito viaggio da leggersi come metafora di una crescita interiore, è proprio una scarpinata di 4000 miglia dove il freddo uccide, i denti cadono, le labbra si spaccano e i piedi si riempiono di piaghe. Condizioni così ostili che diventa persino impossibile creare un legame con i propri compagni di viaggio, come ci ricorda il personaggio di Saoirse Ronan, sia perché ti mancano le forze, sia perché è sempre vivo il timore che chi ti sta a fianco potrebbe non superare la notte.
Un film difficile, 130 minuti di situazioni quasi sempre drammatiche o sgradevoli, eppure sono due ore che scorrono piuttosto in fretta, sarà per il fascino dell'impresa, o sarà perché non ci si stanca mai di quei paesaggi ostili quanto meravigliosi (non a caso il film è prodotto da National Geographic) inquadrati dalla splendida fotografia di Russell Boyd. Sempre più spesso infatti le piccole figure dei protagonisti si perdono nei campi lunghi delle fittissime foreste siberiane o nella desolante orizzontalità del deserto, le distanze si dilatano e gli uomini si fanno più deboli e insignificanti. Sembra quasi che lo stesso Weir voglia suggerirci ad ogni inquadratura che un viaggio del genere in quelle condizioni è impossibile da compiere, ma in fondo è così affascinante che vorremmo crederci, un pò come alla storia di Rawicz.

La leggenda di Bela Lugosi e Boris Karloff - Parte 2

Dove eravamo rimasti? Ah si, giusto, Dracula di Browning è stato un successo, Bela Lugosi è diventato una Star e la Universal è pronta a sfruttare l'onda con Frankenstein. 
Sulla scritturazione di regista e attore protagonista esistono diverse versioni: in quella ufficiale si legge che inizialmente fuorono scritturati Robert Florey alla regia e Lugosi nel ruolo del mostro. Tuttavia la creatura tratteggiata nello script di Florey era ben diversa da quella ammirata nel film, una macchina da omicidio priva di pathos e umanità. Inoltre i provini del make up su Lugosi furono disastrosi, al punto da indurre la produzione a optare per il siluramento di attore e regista. A dirigere fu chiamato James Whale, che notò Boris Karloff, attore britannico trentenne, in un bar e lo invitò a fare un tentativo; in seguito a un provino con il fantastico make up di Jack Pierce venne scritturato.
Bela Lugosi però, fornisce una versione diversa della storia: <<Fui ingaggiato per il ruolo e feci un provino che piacque alla produzione. Poi lessi lo script e non fu di mio gradimento: sia io che Florey ci chiedevamo come un attore con una voce superba come la mia potesse interpretare un ruolo senza dialoghi. Allora chiesi di essere scartato dal progetto. Lemmle accettò ma a una condizione, ovvero che trovassi io stesso un degno sostituto. Mi misi a spulciare le agenzie e alla fine trovai Boris Karloff e lo raccomandai a Lemmle. Così lui fece i provini e divenne una delle più grandi star del cinema Horror. Il mio rivale a tutti gli effetti.>>
Sta di fatto che il film fu un successo stratosferico di pubblico e di critica: debuttò al Mayfair Theatre il 4 dicembre 1931 e in una settimana incassò 53000 $.
Il critico del New York Post, Mordaunt Hall, lo definì “di gran lunga il migliore nel suo genere” e aggiunse che “nonostante sia prodotto dalle stesse persone, Dracula messo affianco a Frankenstein sembra insulso”.
Il valore aggiunto della pellicola fu, senza voler togliere nulla alla fresca regia di Whale, l'interpretazione di Karloff, basata essenzialmente sulla gestualità del corpo, che stupì tutti. La Universal tenne il massimo riserbo non solo sul look del mostro, per creare la giusta suspance e mantenere intatto il terrore al primo impatto, ma anche sull'attore che lo interpretava, infatti nei titoli di testa nel cast appare un punto interrogativo alla voce “Il Mostro”. 
Addirittura, per suscitare interesse nel film, i produttori misero in giro la voce che ad interpretarlo sarebbe stato Bela Lugosi, per sfruttare l'onda del successo di Dracula: alcuni giornali riportarono erroneamente la notizia e su un famoso manifesto pubblicitario appariva il nome di Lugosi e il mostro con un look completamente diverso da quello definitivo e con degli strani raggi elettrici uscenti dagli occhi.

Il nome di Karloff fu rivelato nei titoli di coda, accompagnato dalla dicitura “A good cast is worth repeating”, vale la pena di ripeterlo, un buon cast.
Nello stesso anno erano nate due stelle, due rivali che si sarebbero incontrati sul set solo due anni dopo, durante le riprese di The Black Cat (1934).
Con un budget di realizzazione di ben 90 mila dollari e 15 giorni di riprese (altri tempi sul serio) il film di Edgar G. Ulmer divenne il maggior incasso dell'anno per la Universal, ma le critiche non furono esaltanti: i produttori infatti, dopo una proiezione di prova, ritennero che il film fosse troppo shockante e chiesero a Ulmer di utilizzare altri 3 giorni e mezzo di riprese (facendo lievitare di 5000 $ il budget) per modificare alcune scene. Il risultato fu disastroso, il film divenne incomprensibile ai più. Tuttavia nessuno poteva negare l'elettricità palpabile e il magnetismo che suscitavano i due attori protagonisti quando duettavano sul set. 
Karloff raccontò un aneddoto interessante sul suo rapporto con Lugosi:<<Bela all'inizio era molto sospettoso sul set. Sospettoso che io adottassi dei trucchi per potergli rubare la scena in qualche modo. Quando più tardi capì che io non stavo cercando di fare nulla di tutto questo, diventammo grandi amici.>>

Bisogna diffidare di chi parla di screzi tra i due: magari non si può dire che fossero i migliori amici, ma che ci fosse un'amicizia e il massimo rispetto reciproco è indubbio ed è evidente dalle dichiarazioni di entrambi: Lugosi ad esempio, nel 1939 rivelò ai giornalisti di quanto fosse contento per la nascita della figlia di Karloff, Sara Jane, e di come uscissero spesso insieme e fantasticassero sul fatto che in futuro sarebbe stato bello se i loro figli si fossero innamorati.
Se non altro si può dire che le carriere dei due artisti furono molto diverse: Karloff riuscì a non fossilizzarsi sul ruolo di Frankenstein e dimostrò uno spiccato acume finanziario, a differenza di Lugosi, per il quale aver accettato quel contratto di 500 $ a settimana per Dracula si dimostrò “fatale”. [Continua]

mercoledì 11 luglio 2012

Filmbuster(d)s - Episodio #5


Una puntata di sequel-prequel-reboot-remake, molti indesiderati, altri meno, ma anche una puntata di grandi aspettative e di trepidanti attese, nonché un acceso dibattito sul film del momento sull'arrampicamuri più famoso del globo terrestre.

Nel 5° episodio di Filmbuster(d)s:

- TRAILERS (The Hobbit, Skyfall, The Dark Knight R)

- Ghostbusters 3 ha nuovi sceneggiatori
- Toro Scatenato 2 non s'ha da fare
- After Earth, il nuovo film di Shyamalan
- Iniziato il viral marketing del remake di Robocop

- FILM IN SALA (The Amazing Spider-Man, Womb)
- Extra ridanciano



Potete ascoltare l'episodio al link diretto al file MP3 (per scaricarlo basta cliccare col destro e poi "Salva link con nome"): Clicca qui

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lunedì 9 luglio 2012

Il bianco e il nero #4: Ingrid e il neorealismo.


"Se pensa di avere bisogno di un'attrice svedese che parla l'inglese molto bene, non ha dimenticato il suo tedesco, si fa capire non troppo in francese e in italiano sa dire solo ti amo, sono pronta a girare un film con lei." Ingrid Bergman a Roberto Rossellini 30 aprile 1948.

Con questa lettera Ingrid si dichiarava a un uomo che non conosceva ma che dopo aver visto Roma città aperta qualche mese prima, avrebbe poi dichiarato "non lo conoscevo ancora (Roberto) eppure già lo amavo. Lo amavo per quel film".
Ma perchè un'attrice al culmine della carriera hollywoodiana, nominata quattro volte all'oscar e vincitrice una volta, lodata, amata e rispettata da tutti nell'ambiente, la preferita di Hitchcock, voleva fare un film in Europa con un "registucolo" neorealista? In questo breve spazio cercherò di fare un piccolo riassunto del perchè e di come andò.

Il famoso fotografo Robert Capa, amante di Ingrid nel periodo 48-49, disse parlando di lei, "non sa nulla di cinema all'infuori di quello di Hollywood degli ultimi sette anni. Io guardo cinema europeo, molto più vero e forte". Fu così che quindi una sera la portò a vedere Roma città aperta di Roberto Rossellini. Per ore, dopo, lo tormentò con domande sul film e il regista, ne andava pazza, doveva essere un genio e Robert concordava. Per mesi poi, lo raccontò e raccomandò a amici e amiche.
Ingrid venne poi a sapere che Selznick era in contatto con Rossellini per fare una versione neorealista di Giovanna D'Arco (il suo ruolo  preferito, ricalcato poi anche in Italia) con Jennifer Jones, amante di Selznick. Ma il regista italiano era inaffidabile e incapace di rimanere fedele a programmi e orari o di scrivere una vera sceneggiatura o addirittura capace di mollare il set a inizio mattinata per andare a pescare o farsi un giro in macchina a tutta velocità. Perciò il progetto naufragò.
Il "colpo di grazia" per la Bergman avvenne un anno più tardi quando in America arrivò Paisà. L'attrice riteneva che mancasse qualcosa nella sua vita e nella sua carriera, voleva cambiare, uscire da Hollywood (ricorda il personaggio che interpreterà in Europa 51). Un ruolo e un film rosselliniano, con quegli attori dilettanti tipici del regista, potevano colmare questa necessità, e magari con la sua celebrità rendere famoso lo sconosciuto Rossellini. Scrive così la lettera di cui sopra, ricevuta l'8 maggio, giorno del compleanno di Roberto. Risponde:
"(dopo aver ricordato la fortunata ricorrenza) che grande emozione [...] E' assolutamente vero, da tempo sognavo di fare un film con lei e d'ora in poi farò in modo che tutto ciò succeda. A breve le manderò una lunga lettera dove le esporrò tutte le mie idee."

In realtà, il furbetto non aveva in mente di lavorare con lei e la conosceva ben poco, ma aveva già in mente di farsi un viaggetto in america, venire corteggiato dai produttori, prendersi un bel po' di grana e fare i suoi film tranquillo e beato. Questo rende l'idea di chi fosse Rossellini, ma ci ritorno.

Si incontrarono per la prima volta a Parigi a metà strada tra Roma e Londra dove lei stava girando Il peccato di Lady Considine (terzo e ultimo film con Hitchcock, il quale aveva un cotta per lei e soffrirà molto per il suo addio). Rossellini, vestito con un abito due volte maggiore la sua misura, tutto stropicciato, parlò animosamente della sua idea, l'amore tra due persone su un isola con un vulcano. Lui non parlava inglese, lei non parlava italiano e un traduttore era essenziale ma Ingrid era già rapita e avrebbe accettato di tutto. Lo lasciò con le mani che tremavano. Ora il suo amore aveva anche un volto e una voce.
Quello che però non sapeva era che Roberto in quel periodo aveva cinque amanti. Una era la celeberrima Anna Magnani, capace di fare incredibili scenate, nonostante lei fosse appunto l'amante e non la moglie. Impose quasi che qualsiasi fosse il progetto in piedi con Selznick, lei dovesse esserci per forza. Le altre erano Marilyn Buferd (miss america e in Italia per La macchina ammazza cattivi), Roswita Shmidt, ballerina di night club, una non nota ungherese di nome Ava e ovviamente la moglie, Marcella de Marchis.
Tornata sul set a Londra arrossì quando Hitch le chiese chi avesse incontrato a Parigi, mentre lui arrossì per la rabbia e la delusione. Lo mollava per un altro, un altro regista, uno che ancora nel dicembre di quell'anno non aveva scritto una sceneggiatura e che ogni giorno cancellava righe o scene intere.

Poi Roberto riuscì a venire in america (il visto gli era spesso negato perchè dichiarato pazzo in giovane età) e si fece conoscere nell'ambiente, dal quale non era per nulla impressionato. Ospite a casa di Ingrid e Petter Lindstrom (suo marito) non passarono molti giorni prima che lui si dichiarò ufficialmente pazzo di lei, e non intendeva artisticamente. Stavano tutto il giorno insieme, si insegnavano a vicenda l'inglese, il francese e l'italiano, andavano a mangiare a Malibu e parlavano del film, Terra di Dio (poi Stromboli). Sebbene iniziasse a capire quanto lui fosse lunatico, non gli dava importanza.
Samuel Goldwyn, possibile produttore dopo il no di Selznick, chiese a Rossellini un copione, una scaletta dei tempi e una sceneggiatura, ma fu proprio Ingrid a dirgli che non le avrebbe mai avute, ma era certa che tutto fosse nella testa di Roberto. Allora Goldwyn volle vedere un suo film. Scelse Germania anno zero, ne uscì frastornato e depresso. Lasciò quindi ma per fortuna Howard Hughes, follemente innamorato di Ingrid, e nuovo capo RKO accettò e diede tutti i soldi necessari.
Venne data la notizia e la Magnani scattò all'attacco annunciando che avrebbe fatto un film con Dieterle, Vulcano, chiaro tentativo di battere sul tempo il progetto dell'ex amante. Intanto Ingrid era arrivata in Italia e tutto lasciava presagire che ci sarebbe rimasta per poco, tre o quattro mesi per le riprese, nessuno poteva pensare che ci sarebbe rimasta per anni.
I fotografi li avevano già sorpresi mano nella mano e ben presto Ingrid scrisse al marito Petter in cui chiedeva, per l'ennesima volta, il divorzio. Scrisse anche Roberto sottolineando che non volevano ferire i suoi sentimenti ma che era successo.
Le riprese iniziarono e furono davvero problematiche dall'inizio. Stromboli era fin troppo un set realistico e si poteva girare e sopravvivere solo grazie al generatore portato dalla troupe. Mancavano viveri e acqua corrente. Ingrid si sentiva come la Karin protagonista, voleva fuggire da lì. Forse stava già cambiando idea, il passaggio dai set americani era stato troppo brusco, ma resistette e sfornò una prestazione meravigliosa e realistica. La aiutava anche l'amore per Roberto, ormai noto a tutti e non più nascosto generando così uno scandalo impensabile.

In america la notizia shockò il pubblico che la considerava una santa immacolata. Giovanna D'Arco suo ultimo film, sprofondava al botteghino e le cose potevano solo peggiorare. Ingrid scoprì di essere incinta proprio mentre il vulcano eruttava costringendo tutti alla fuga dal set-isola. L'incidente riuscì a tenere nascosta la gravidanza (fuori dal matrimonio!) per un po', la notizia avrebbe distrutto l'incasso del film, causando numerosi boicottaggi.
A Hollywood però il processo alla Bergman iniziò e solo lei fu accusata (non Rossellini) e come la sua eroina Giovanna, arsa viva. Prima le scrisse Breen, direttore della MPPC, difensore della purezza morale americana, minacciandola che questo scandalo le avrebbe rovinato la vita, quella della figlia e del marito e la sua carriera. In seguito le migliaia di lettere dei fans che la condannavano.
Se da un lato tutti li giudicavano, in Italia tutti erano dalla loro parte. Venivano sempre salutati con amore e ancora più importante, la moglie di Roberto, Marcella, acconsentì facilmente al divorzio, al contrario di Petter, forte della nuova cittadinanza americana e di avere sempre avuto con sè la figlia, Pia. Intanto la gravidanza continuava e nell'impossibilità di nasconderla, la coppia non si faceva vedere spesso in pubblico.
Purtroppo per loro, la notizia era trapelata e Hughes, pensando comunque di fare pubblicità al film, la diede a Louella Parson, giornalista numero uno di Hollywood. Cary Grant e Hitchcock le mandarono lettere di supporto ma non potevano fermare il Senato americano, poichè la vicenda era un "potente condizionamento al male" o la nazione svedese dal definirla una macchia per la patria.

Fu così che un senatore della Georgia riuscì a far passare una risoluzione che metteva all'indice la proiezione pubblica di un qualsiasi film di Rossellini o con la Bergman, perchè la coppia "faceva apologia dell'amore libero". Gli ambienti religiosi la accusavano di immoralità e addirittura di insozzare la sensibilità altrui o di essere in combutta con il demonio. In Indiana e nell'Ohio il film venne bandito in quanto rappresentazione della decadenza dell'occidente.
Nonostante tutto la National Legion of Decency dichiarò "noi valutiamo i film e non le vite degli attori" e ritenne il film accettabile per la visione. Stromboli uscì quindi e dopo tutto lo scandalo venne ovviamente sonoramente bocciato, ma non per i motivi noti, ma perchè artisticamente debole, senza ritmo e privo d'ispirazione. Uscì in sole 19 città e attirò pubblico solo per i primi giorni.
Ben presto venne tolto, Petter concesse il divorzio ma non tutto finì. I politici entrarono in scena, bisognava fare qualcosa per evitare che situazioni simili, così incresciose, non accadessero più. Ed essendo Ingrid Bergman una straniera rea di aver commesso turpitudini, secondo la legge sull'immigrazione, le doveva essere vietato di mettere piede in america (il suo secondo oscar per Anastasia lo ricevette in sua vece Cary Grant) tutto ciò in un forte clima di avversione per il diverso e il sovversivo (i rossi) che aleggiava sul mondo degli artisti.

Banditi i loro film e loro stessi dal suolo americano, la coppia si sposò finalmente il 24 maggio 1950 in Messico (unico paese che accettasse il divorziò di Ingrid). La cerimonia fu strana. Sull'altare c'erano Javier Alvarez e Arturo Trevino, due uomini, infatti era un matrimonio per procura, in quanto i due non volevano viaggiare e attirare ancora la stampa mondiale.
La vicenda si concluse, più che altro perchè il pubblico dimenticò ben presto. Ingrid e Roberto rimasero sposati fino al 1957 e ebbero tre figli. Insieme fecero diversi film (Europa 51, Viaggio in Italia, Giovanna D'Arco al rogo) patirono la povertà, litigarono, furono amati da tutta l'Italia e infine Roberto la lasciò bruscamente quando in un viaggio in India conobbe la giovane Sonali Dasgupta. Ingrid si risposò una terza volta con il connazionale Lars Shmidt.
Gli americani seppero perdonarla e tornarono a amarla e tornò a fare un film americano solo nel 1974, Assassinio sull'Orient Express, che le valse il terzo oscar.

Nella prossima puntata: La più bella di tutte, Gene Tierney.

domenica 8 luglio 2012

Womb di Benedek Fliegauf

Nelle sale dal 6 luglio (se ne trovate una)
Probabilmente io sarei la persona meno adatta a parlare di questo film, in quanto innamorato di lunga data di Eva Green, però non posso resistere ancora di più perchè me lo sono ritrovato così di colpo, uscito quasi dal nulla e perchè trattasi, Eva o no, di un ottimo e particolare film.
Womb (conosciuto anche come Clone arriva nella desolata estate italiana con un piccolo ritardo di due anni e vincitore a Locarno) è una storia d'amore infarcita di fantascienza o viceversa. Rebecca è una bambina che va a fare le vacanza nella casa sul mare del nonno. Qui incontra Tommy, un coetaneo. Tra i due scocca la scintilla, seppur in età molto precoce, ma ancor prima di conoscersi meglio, Rebecca deve andarsene, addirittura a Tokyo, dove la madre ha trovato lavoro. Dopo 12 anni torna e va a cercare Tommy. Nonostante siano passati tanti anni e non si siano più visti, non sembra essere passato un secondo e l'attrattiva tra i due è ancora forte. Un giorno partono per una manifestazione e durante il tragitto lei chiede se si possono fermare perchè deve andare al bagno. Purtroppo sarà la volta in cui Tommy la lascerà, e definitivamente, travolto e ucciso da un furgone. La manifestazione a cui dovevano andare era contro una compagnia che pratica la clonazione e da qui le viene l'idea. Tommy rivivrà tramite lei. Sarà Rebecca a partorirlo e a crescerlo, spinta dalla voglia di rivederlo e stare con lui ancora e dal senso di colpa. Ma cosa succederà quando lui crescerà e le ricorderà l'uomo di cui era innamorata?
Affascinante, seppur magari in maniera morbosa, questo sci-fi-rom (un genere che apprezzo e già "gustato" nei recenti Non lasciarmi, di cui sembra debitore ma ricordo che è del 2010 Womb o Un amore all'improvviso) dove la seconda componente, la romantica, ha il sopravvento. E' un film di grandi silenzi, di sguardi, di cose non dette. Il regista ungherese Benedek Fliegauf (è un nome vero garantisco) riesce a scrivere una storia originale (non c'è infatti una base letteraria in confronto ai due suddetti) aiutandosi con solo una manciata di dialoghi, tutti molto intensi o ben scritti, come il lungo discorso di Tommy sui fiocchi di neve identici, ricordando vagamente lo stile di Kim Ki-Duk.
Il resto lo fa una fotografia perfetta che immortala un luogo freddo, senza tempo, dove i personaggi, anch'essi privati dello scorrere del tempo, deambulano e si sfiorano, incapaci, anche se non del tutto, di lasciarlo. Ci sono diverse scene che colpiscono indelebilmente lo spettatore e che rendono splendidamente le idee che il regista vuole comunicarci (senza, ripeto, bisogno di parole). Tra queste c'è la sepoltura del cucciolo di dinosauro robot, in cui è impossibile non associarlo a uno dei cloni bistrattati della vicenda (ancora una volta c'è la tematica del clone spaventoso e si crede senza sentimenti) o ancora la scena dell'incontro tra Tommy e la sua vera madre.
Womb è un ottimo lavoro anche dal lato psicologico. Perchè Rebecca fa un gesto simile, sconsigliato dai genitori di Tommy? E soprattuto è interessante vedere la reazione che ha quando Tommy è cresciuto e è un uomo e l'impossibilità di averlo, essendo sua madre, essendo invecchiata e avendo lui una fidanzatina, piuttosto scombussolata dal modo in cui Rebecca tratta il figlio. Proprio la ragazza di Tommy manda rebecca in uno stato di depressione, resasi conto finalmente che quello che ha fatto si è rivelato un problematico errore e che dovrà prima o poi rivelare la verità, per togliersi il peso. Tutto questo porta a un finale forte e che potrà disturbare qualche spettatore, troppo immedesimato nella storia, ma semplicemente perfetto.
In definitiva Womb, come Take shelter, spicca in questo periodo privo di film o di film s-commerciali, e purtroppo non riceverà molte visioni grazie a una distribuzione assente, sbadata, e in ritardo. Menzione finale per i due attori principali, una sempre convincente Eva Green (struccata e coraggiosa nella scelta dei film) e Matt Smith, un clone di Crispin Glover, celebre per la serie Doctor Who.
Siete stufi di cose, uomini ragni o fratelli idioti? Womb è per voi.


Voto 8.

venerdì 6 luglio 2012

L'immondo profondo #4: Ti West


La sua foto su imdb già dice tutto.
La settimana scorsa vi ho parlato di Lucky McKee, un altro giovinastro talentuoso che ha portato una ventata d'aria fresca nel polveroso mondo dell'horror, beh in un'ipotetica classifica dei migliori registi horror, o comunque dei più promettenti, questi due ragazzi si litigherebbero il podio.
Io almeno non saprei chi scegliere, McKee fa un tipo di cinema meno raffinato, punta tutto sulla potenza delle immagini e sulla forte carica emotiva delle storie che mette in scena, invece Ti West nonostante la foto è un tipo molto più serio, il suo è un horror più elegante, di quelli dove le atmosfere vengono costruite e soppesate con cura, e in cui piuttosto che sangue e frattaglie troviamo lunghi e desolanti silenzi. Se dovessi descrivere il suo stile in una parola probabilmente sceglierei laconico, ma è un termine che non gli rende pienamente giustizia, perché dietro questa apparente semplicità c'è una notevole quanto evidente competenza tecnica. West è un po' come i vecchi registi horror dell'epoca d'oro che noi appassionati stiamo sempre a rimpiangere, un vero e proprio autore che scrive, dirige e monta personalmente i suoi film, quando glielo permettono, ma soprattutto qualcuno che finalmente sa cosa farne di questa macchina da presa.
In un'epoca in cui l'horror è una carcassa in decomposizione, in cui le alternative sono gli sbudellamenti degli slasher o la confusione dei POV prodotti in serie, West ritorna alle origini, svuota il genere da tutte le inutili interiora e lo cucina a puntino.
Ti West nasce a Wilmington nel Delaware il 5 ottobre 1980, nel 2001 a soli 21 anni scrive dirige, interpreta e produce il cortometraggio The Wicked, poi nel 2005 e nel 2007 dirige rispettivamente The Roost e Trigger Man, due film che non sono ancora riuscito a vedere, quindi ci ritroviamo magicamente nel 2009, anno in cui West si ritrova tra le mani Cabin Fever 2, mi ci soffermo solo per due ragioni, la prima è che nonostante i problemi produttivi il film anticipa già alcune caratteristiche delle opere successive, tempi particolarmente rilassati e molta cura nel tratteggiare i personaggi, la seconda sono i problemi produttivi stessi, ai produttori non piace la piega che il film sta prendendo, così lo tolgono brutalmente dalle mani di West e lo montano come piace a loro. West giustamente chiede di non essere accreditato come regista, ma non gli viene concesso neppure questo. Conclusione, Cabin Fever 2 è un vero macello, soprattutto l'epilogo, non so esattamente dove abbiano messo mano i produttori ma se dovessi scommettere direi proprio che si tratta del finale. Tutto questo per dire che West prende molto a cuore le sue creazioni, infatti nei due lavori successivi cercherà di sbrigarsela da solo o con l'aiuto di piccoli produttori (tra cui il bellissimo Larry Fessenden).
Ma passiamo alle portate principali:
The House of the Devil del 2009. West ha finalmente le mani libere e gira questa specie di omaggio agli horror demoniaci anni 70/80. Samantha Hughes è una stundentessa universitaria che ha finalmente trovato la casa dei suoi sogni, per pagare la prima rata dell'affitto accetta un lavoro da babysitter in un posto fuori città, solo che invece di un bambino dovrà accudire una donna anziana che non esce mai dalla sua stanza.
Le sorprese cominciano subito, la fotografia ha una grana grossissima (in alta definizione l'effetto è ancora più vistoso) e i titoli di testa catturano subito l'attenzione, una serie di fermi immagine con delle semplici scritte gialle accompagnate da musiche che potrebber benissimo essere state scritte alla fine degli anni '70. Scenografie, costumi, musiche, fotografia, stile registico... è tutto parte di un unico grande omaggio ad un certo cinema horror da parte di un regista che evidentemente lo conosce molto bene. A me per esempio ha ricordato tantissimo Halloween di Carpenter.
L'altra sorpresa è il film stesso, dei 95 minuti complessivi 80 li passiamo ad osservare Samantha che gironzola per questa grande casa deserta, non succede nulla, o meglio nulla di concreto, ma intanto la macchina da presa segue la protagonista con inquadrature sempre più inusuali mentre rumori sospetti e scricchiolii si fanno sempre più frequenti. Praticamente l'intero film è una lunga preparazione a quello che accadrà nel finale, una lunga sequenza in cui la suspence cresce una goccia alla volta in attesa dell'inevitabile. Nelle interviste West cita spesso Shining di Kubrick come riferimento per la sua estetica, ecco, guardando The House of the Devil è difficile non pensare a Shining, e quest'impressione si fa ancora più forte nel film successivo.
The Innkeepers del 2011, forse il mio preferito. Claire (Sara Paxton) lavora nel noiosissimo Yankee Pedlar Inn, un hotel di periferia molto prossimo alla chiusura. Insieme al collega Luke approfitta dell'edificio semideserto per indagare sulle presunte apparizioni del fantasma di Madeline O'Malley, una donna che si è tolta la vita dopo essere stata abbandonata dal marito durante la luna di miele.
Anche questo una piacevole sorpresa, non si tratta infatti della classica ghost story ma di un bellissimo mix di momenti comici e situazioni cariche di tensione. Claire infatti è irreparabilmente goffa e nella maggior parte dei casi finisce per sobbalzare al minimo rumore sospetto, in pratica il classico salto sulla sedia, il modo più semplice e banale di spaventare, ma il regista ci gioca su e mantiene lo spettatore sempre ben consapevole di quello che sta succedendo, così le apparizioni improvvise non lo colgono mai di sorpresa, mentre Claire invece finisce puntualmente con le chiappe a terra, oppure inizia a saltellare per la stanza imprecando e prendendo boccate dall'inalatore per l'asma. Il risultato è esilarante, ma come per il film precedente le cose si fanno serie solo nel finale e qui ancora una volta Ti West riesce a sorprendere.
Vale la pena di spendere due parole su Sara Paxton, la classica biondina slavata che viene da film come Shark Night 3D o Superhero – Il più dotato dei supereroi, insomma un cavallo su cui non punterebbe nessuno, eppure Ti West la prende, le accorcia i cappelli, le toglie il trucco, la copre con maglietta e jeans e la trasforma in un'adorabile svampita, l'antitesi della scream queen, se non è talento questo...

Maledetto, mi sono innamorato di nuovo.
Ti West ha anche collaborato a V/H/S e ABCs of Death, due film a episodi di cui magari vi parlerò in futuro.