giovedì 28 febbraio 2013

Non aprite quella porta 3D di John Luessenhop

Nelle sale dal 28 febbraio
Come recitano trailer e pubblicità varie, oggi torna nelle sale uno dei franchise horror più noti e amati di tutti i tempi. E qui si può riflettere un attimo sulla scelta di parole. Intanto, perché franchise e non saga ? Probabilmente perché quella di Non aprite quella porta non si può considerare tale, e qui urge un ripasso: nel 1974 esce il primo Texas Chainsaw Massacre diretto da Tobe Hooper, horror a bassissimo budget che per la prima volta ci porta tra i freak del profondissimo sud. Nel 1986 Hooper ne dirige un seguito, ma il tono comico-grottesco non convince il pubblico e il film floppa. Il materiale però è troppo buono e ancora troppo poco sfruttato, così nel 1990 esce un terzo capitolo che si può considerare a tutti gli effetti un tentativo di remake (o reboot, insomma i produttori di oggi non si sono inventati niente), seguito a ruota da un quarto film nel 1995. Poi nel 2003 è la volta di un remake ufficiale diretto da Marcus Nispel e co-prodotto da Hooper, che fa conoscere la saga ai giovinastri e rivitalizza il franchise, dando vita anche ad un prequel uscito nel 2006.
L'altra cosa interessante è proprio l'uso della parola franchise, perché ormai non usano nemmeno più i giri di parole, non ci vendono l'episodio di una saga cinematografica, non ci vendono un film, ci vendono un marchio, e noi naturalmente ce lo compriamo (mi ci metto anche io). E questo marchio ce lo siamo anche beccati in anticipo sui tempi, perché a quanto pare l'uscita italiana di Non aprite quella porta 3D (in originale Texas Chainsaw 3D, ma sulla questione del titolo ci torno dopo) è stata anticipata dalla metà di giugno a oggi dopo le “insistenze dei fan”. Ma quali fan ? E di cosa ? Perché un fan dell'originale dovrebbe volere l'ennesimo seguito di un film così profondamente radicato alla sua “epoca” ? E poi il Texas Chainsaw Massacre dei giorni nostri è già uscito, si intitola Killer Joe ed è molto più terrificante di questa fesseria.

domenica 24 febbraio 2013

Gangster Squad di Ruben Fleisher

Nelle sale dal 21 febbraio.
Ognuno di noi ha un'epoca storica preferita e connessa ad essa quella sensazione di essere fuori posto, essere nati troppo tardi o per alcuni troppo presto. C'è chi vorrebbe tornare ai tempi del medioevo e sgaloppare per lande infinite magari per finire a combattere le crociate, c'è chi vorrebbe rivivere la rivoluzione francese e tagliare qualche testa reale (mi associo, soprattutto in questa domenica elettorale), c'è chi vorrebbe vivere negli anni 20, magari nella New York degli immigrati, per vederla crescere e espandersi. Ognuno ha la sua, ma nessuno può raggiungerla. In soccorso, aspettando il viaggio nel tempo, arrivano il cinema e i videogiochi. Ecco io vado pazzo per gli anni '40-'50, come ben si capiva dalla rubrica Bianco e Nero, più nello specifico in America, non obbligatoriamente a Hollywood ma quasi.
Una nazione non toccata direttamente dalla guerra ma con una grande fetta di popolazione di ritorno dal fronte europeo, un periodo storico sempre più florido che mette nelle mani del paese delle stelle e delle striscie lo scettro di dominatori del mondo. Io adoro tutto di quel decennio/ventennio. Le macchine, inguidabili, enormi, ma dannatamente di classe, le pubblicità, ancora così in voga da essere imitate per il loro gusto retro, il cinema e i suoi grandi divi, l'idea della metropoli e della provincia, con le loro architetture, lo sfarzo e il grezzo. Il vero sogno americano al suo meglio.  
Quindi quando ho visto il trailer di Gangster Squad tempo fa, sono quasi entrato in coma orgasmico. Los Angeles 1949, la città è in mano a Mickey Cohen, un ebreo ex pugile dal volto segnato, violento e avido. Il suo obbiettivo è eliminare qualsiasi tipo di concorrenza. Ad ovest di Chicago bisogna fare i conti con lui. Per combattere il suo smodato potere viene istiuito un gruppo di poliziotti, in incognito e quindi senza nessun contatto con la sede centrale o con i colleghi, con un compito molto semplice: non arrestate Cohen, ma ridurlo sul lastrico, tagliargli le gambe sabotando ogni sua operazione in modo tale da sbatterlo fuori dalla città. Il tutto condito da una femme fatale e un sano umorismo, a volte da risata sguaiata addirittura. Ed ispirato da una storia vera.

sabato 23 febbraio 2013

Anna Karenina di Joe Wright

Nelle sale dal 21 febbraio

A quanto pare Hollywood sta riscoprendo i classici della letteratura. Certo non mi azzarderei a parlare di tendenza, ma è un dato di fatto che tra i candidati agli Oscar 2013 compaiano gli adattamenti di due dei più grandi romanzi dell'800, Les Miserables e questo Anna Karenina, due film molto più simili di quanto si potrebbe immaginare.
Proprio come I Miserabili, Anna Karenina è stato portato sugli schermi cinematografici e televisivi un incredibile numero di volte (circa venti), roba da far invidia ai reboot hollywoodiani dei film sui supereroi Marvel, sono così tanti che Greta Garbo ha potuto interpretare Anna per due volte, in un film muto del 1927 e in uno sonoro del 1935. Questa volta ci prova Joe Wright (anche lui inglese, come Tom Hooper) regista di Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione e Hanna, ormai esperto di film in costume ed eroine femminili.
La storia è abbastanza nota, ma non si sa mai: l'esuberantissimo “Stiva” Oblonsky (Matthew MacFayden) ha appena tradito sua moglie Dolly (Kelly MacDonald, una professionista del pianto), e per arginare i danni invita a Mosca sua sorella Anna (Keyra Knightley) in modo che interceda presso la sposa disperata. Appena scesa dal treno Anna si imbatte nel giovane ufficiale di cavalleria Aleksej Vronsky e tra i due è subito amore, ma lei è già sposata con l'ufficiale governativo Karenin, e lui è a un passo dal chiedere la mano di Kitty (Alicia Vikander). I due cederanno alla passione sfidando le convenzioni della Russia di fine '800, ma il prezzo da pagare sarà alto.
Joe Wright e lo sceneggiatore Tom Holland (premio Oscar per Shakespeare in Love) da questo punto di vista non ci riservano sorprese e si limitano a ricalcare fedelmente la trama del romanzo, senza stratagemmi narrativi particolari o aggiunte sostanziose, ma anzi, riassumono il più possibile e tagliano brutalmente intere parti della storia non proprio trascurabili. La conseguenza più vistosa è che la storia d'amore tra Levin (Domhnall Gleeson, figlio di Brendan Gleeson) e Kitty, che nel romanzo funzionava da contraltare a quella tra Anna e Vronsky, diventa un elemento del tutto marginale, relegato a un paio di scenette e chiuso in fretta e furia nel finale.
E così la questione “fedeltà al romanzo” è liquidata, dopotutto stiamo parlando di classici della letteratura portati sullo schermo decine e decine di volte. L'unico motivo sensato per riesumarli è tentare di proporre qualcosa di nuovo, Tom Hooper con il suo Les Miserablés aveva portato il teatro e il musical nel cinema, Joe Wright invece porta il cinema nel teatro, letteralmente.

Oscar 2013 - I pronostici dei Filmbuster(d)s



Ormai siamo agli sgoccioli, domani è la grande notte. In attesa della puntatona live dedicata agli Oscar, potete dare un'occhiata ai nostri pronostici e alle nostre preferenze, e magari già che ci siete potete anche commentare segnalandoci i vostri favoriti.

Miglior film

Amour - Margaret Menegoz, Stefan Arndt, Veit Heiduschka e Michael Katz
Argo - Grant Heslov, Ben Affleck e George Clooney
Re della terra selvaggia - Dan Janvey, Josh Penn e Michael Gottwald
Django Unchained - Stacey Sher, Reginald Hudlin e Pilar Savone
Les Misérables -Tim Bevan, Eric Fellner, Debra Hayward e Cameron MackintoshVita di Pi - Gil Netter, Ang Lee e David Womark
Lincoln - Steven Spielberg e Kathleen Kennedy
Il lato positivo - Donna Gigliotti, Bruce Cohen e Jonathan Gordon
Zero Dark Thirty - Mark Boal, Kathryn Bigelow e Megan Ellison

Intrinseco: Qui è dura scegliere, ma di una cosa sono sicuro, l'intruso è Vita di Pi, una robetta accondiscendente che si meriterebbe giusto qualche candidatura per i premi tecnici. E la cosa mi turba ancora di più se penso che manca un colosso come The Master.
I miei preferiti sono Django Unchained, Les Miserables, Zero Dark Thirty e Amour, ma quest'ultima mi sembra più una candidatura simbolica, non credo possa vincere sia qui che tra gli stranieri. Escluderei anche Hooper e Bigelow perché hanno vinto di recente, e Tarantino che non deve vincere per tradizione.
Restano il favoritissimo Argo e uno Spielberg che vorrebbe vincere facile. Anche se far vincere il paraculissimo Re delle terre selvagge sarebbe un colpaccio...
Chi vorrei vincesse: Zero Dark Thirty
Chi vincerà: Argo

Il Monco (che aveva capito poche righe):  E' forse il primo anno in cui arrivo alla notte degli Oscar con tutti i film in concorso visionati. Se dovessi decidere io, Amour non avrebb rivali. Due se non tre spanne sopra tutti. Siccome deciderà l'Academy, dico vincerà Argo con minimo margine su Lincoln e Zero Dark Thirty. Purtroppo il miglior film non è in gara, Moonrise Kingdom
Chi vorrei vincesse: Amour
Chi vincerà: Argo

venerdì 22 febbraio 2013

La mia mamma suona il rock di Massimo Ceccherini

In sala dal 14 febbraio, ma in pratica in nessuna sala.
A nove anni dalla sua ultima fatica, La mia vita a stelle strisce, come regista e dopo tante comparsate in film di infimo livello o peggio (Operazione vacanze di Fragasso, Matrimonio a Parigi, Amici miei come tutto ebbe inizio), Ceccherini è tornato. no non iniziate a spernacchiare e a fischiare, il clown fiorentino, il lucignolo dalle mani coi calli è tornato molto in forma e è pronto a stupire tutti quanti.
Cristiano e Franco sono una coppia di stilisti omosessuali molto inquartati. Sono a un passo dal firmare un oneroso contratto con una super modella quando tutto va in pezzi. Cristiano, nonostante viva un vita felice e agiata con il suo compagno, sente un enorme mancanza: un figlio. Consapevole di non poterlo avere da Franco e impossibilitato dall'adottarlo a causa di grandi potenze come la chiesa cattolica e il governo italiano, finisce per deprimersi e avere un blocco creativo. Franco le prova tutte: l'animaletto esotico, un camaleonte rarissimo; il bambino africano adottato a distanza; il classico cagnolino batuffoloso. Niente, sono tutti placebo che non placano l'istinto materno dell'uomo. La crisi arriva a un punto tale che i due si mollano e Cristiano finisce per smettere di vivere, semplicemente sopravvive. Deambula per casa, dorme la maggior parte del giorno e vaga senza meta la notte. Proprio durante uno di questi viaggi incontra Massimo, il leader alcolista quarantenne di un gruppo rock-punk (i cui membri lo odiano), totalmente ubriaco. Scambiato per un barbone, lo porta a casa sua e lo tratta come il suo bambino appena nato. Lo culla, lo allatta, gli fa fare i bisognini. Massimo, rinchiuso in questa gabbia d'orata e intrisa di follia, tenta spesso la fuga.
Lasciate perdere i pregiudizi, lasciate perdere che è un film del Cecche, lasciate perdere tutto. Non è una trama interessantissima? Non è un dramma contemporaneo/sociale intriso, zuppo di Almodovar? Ceccherini tra una bestemmia e l'altra e tra una ciocca e l'altra (immortalata da un telefonino) riesce a tirare fuori (perchè è attore, regista e sceneggiatore) una delle idee più accattivanti degli ultimi anni. 
C'è una bella e accuminata critica al bigottismo italiano, uno stato controllato dal retrogrado vaticano, che non permette alle coppie gay di adottare un bambino; c'è una lucida analisi della follia umana sotto le spoglie del gigantesco Antonio Fiorillo, inquietante quanto credibile come malato mentale; e c'è infine la prigionia di un innocento che instaura un rapporto di amore odio con il suo genitore/carnefice, un tema che negli ultimi anni va per la maggiore soprattutto nel genere horror (Chained su tutti della Lynch).
Per certi versi La mia mamma suona il rock è il più interessante film di Ceccherini, senza dubbio, è il miglior pure sul lato dei contenuti. Peccato che sia invece, paradossalmente, il peggiore della sua filmografia se andiamo ad analizzarlo dal lato formale.
Strizza l'occhio al grande regista spagnolo, ammicca a Franju e finisce con una grande, veramente, sequenza d'addio al cento per cento burtoniana. Il trenino, il girotondo finale dei diversi sulla giostra, con tutto il paese e il Paese che li guarda schifati. Ma sono felici, soddisfatti e relizzati. Ognuno ha quello che vuole, i cattivi sono sconfitti e nessuno può farci nulla. Un ultimo fotogramma dal sapore di rivalsa, per tutti!

Tutta quella suggestiva sceneggiatura viene affossata da una regia scailba ricca di tempi morti, un umorismo bieco e che latita a partite, dei dialoghi di pessima fattura e soprattutto dei filtri fotografici da sottoprodotto televisivo che lo fanno apparire più come un corto da YouTube che un film per il grande schermo. 
Una produzione alle spalle più ricca e più severa in alcune scelte di Ceccherini (penso che la seconda parte sia più cafona, quasi in maniera imperdonabile, persino per un suo film) probabilmente avrebbero salvato ed elevato un film con ottime premesse. Invece in questo modo, il risultato finale è un brutto film, molto semplicemente, ma che riesce a entrare a pieno diritto nell'universo privatissimo dello strakult italiano. 
Anche sul lato attori ci si potrebbe lamentare, ma non mi sento in grado di dire nulla sul Cecche (sempre vestito da neonato, scene kultissime), il Monni (in un imperdibile parroco avvezzo al footinghe) e il Paci (in un piccolo ruolo come capo dei vigili urbani, la cui sorella è invaghita di Ceccherini) perchè loro sono dei personaggi e non attori. Stupido da Cristina Dal Basso, tanto scema da chiederci se ci fa o ci è. Memorabile il mitico pedinatore assunto da Paci (non so il nome, me possino) e le sue barzellette vecchie e che non fanno ridere, poi dette con quella voce suadente. Di Fiorillo ho già detto, inquietante e imponente. Vanno ricordati infine Lallo Circosta (anche nudo) abituè di Stracult e una Valeria Marini in comparsata.
Purtroppo il Cecche butta in trivialità una delle idee più originale dell'ultimo cinema italiano, rendendo un film ceccheriano veramente ceccheriniano quando invece, per una volta, non serviva il suo tocco. Chissà che un giorno qualche grande regista non lo ripulisca e lo riproponga in chiave più "seria". Occasione sprecata, ma da vedere, perchè merita più che una bocciatura a priori.

domenica 17 febbraio 2013

Die Hard - Un buon giorno per morire di John Moore

Nelle sale dal 14 febbraio

Non ci sono dubbi, per il genere action è tempo di revival a tutti i costi, soprattutto da quando Sylvester Stallone ha avuto la geniale intuizione di riesumare e riunire in un solo film le principali star del cinema d'azione hollywoodiano. E infatti, mentre il secondo capitolo di I Mercenari si apprestava ad arrivare nelle sale, hanno cominciato a fioccare news su tutta una serie di pellicole dedicate singolarmente a questi omoni attempati, un po' come negli spin-off dei cine comics Marvel. Tra quei vecchietti c'era anche Bruce Willis, ma in un certo senso lui non se n'era mai andato, e nemmeno il suo alter ego John McClane, che già nel 2004 era stato protagonista del quarto capitolo di Die Hard, senza dubbio il peggiore della saga, almeno fino a oggi. Proprio in questi giorni infatti è arrivato nelle sale Die Hard – Un buon giorno per morire, quinto capitolo della saga diretto da tale John Moore, che si è fatto le ossa con l'action dirigendo quella chiavica di Max Payne (ma anche i remake di The Omen e Il Volo della fenice), una garanzia insomma.
Dopo una breve sequenza introduttiva ambientata in Russia, il film ci mostra finalmente il nostro grinzoso eroe mentre fa pratica al poligono di tiro. Al suo fianco compare un collega e gli racconta che suo figlio John Jr (Jay Courtney), scomparso da anni, è stato arrestato per omicidio a Mosca. Così in un nanosecondo McClane Senior prepara le valige, saluta la figlia (sempre Mary Elizabeth Winstead, purtroppo in scena per pochissimi minuti) e arriva nella gelida Russia per... boh non è chiaro. Poco importa, perché McClane Junior è in realtà un agente della CIA infiltrato che sta cercando di salvare un pentito al centro di un complotto. Ebbene sì, anche Die Hard cade nel nuovo cliché dello scontro generazionale, quindi largo a decine di battutine sull'età del protagonista e sulla vecchia maniera che però funziona ancora alla grande.
La storia non sta in piedi, ma gli affezionati della saga sono abituati alle situazioni più improbabili, quindi si chiude facilmente un occhio su quello che è semplicemente un pretesto per mettere i protagonisti in condizione di provocare morte e distruzione in quantità. Quello su cui non si può chiudere un occhio è la messa in scena, e qui Die Hard 5 è un autentico disastro, probabilmente a causa di una sceneggiatura scritta in quarantacinque minuti, un'ora a essere generosi.
Nell'arco di due scene McClane decide di partire per Mosca. Non è ben chiaro cosa intenda fare per aiutare il figlio, ma a distrarci da queste domande inutili ci pensano un montaggio velocissimo e uno dei siparietti comici più tristi e stereotipati della storia. In meno di cinque minuti siamo davanti al tribunale e qui comincia la catastrofe: McClane Junior mette in atto il piano per salvare il super testimone, e McClane Senior senza rendersene conto fa di tutto per sabotarlo. Insomma il personaggio è stato trasformato in un vecchio rincoglionito: parla da solo, mette bocca dappertutto, sta lì a fissare gli altri che lavorano e soprattutto insiste a guidare anche se gli hanno tolto la patente perché non ci vede più bene. La conseguenza è un inseguimento di una tristezza sconfortante, dove Bruce Willis deve per forza tirare fuori un commento o una battutina ad ogni inquadratura; forse un modo di riempire i numerosissimi tempi morti, oppure un pessimo tentativo di rievocare l'ironia e le frasi ad effetto dei primi film, fatto sta che sentire in continuazione cose come “Io ci provo!” “Sono in vacanza!” “Questi sono pazzi!” è una vera e propria sofferenza, resa più intensa dal pessimo doppiaggio di Claudio Sorrentino che biascica frasi incomprensibili spesso coperte dal suono degli scontri e delle esplosioni, forse per colpa di un mixaggio audio da denuncia.
Ma in fondo si potrebbe soprassedere anche su queste tante “piccole” cose, dopotutto in un film del genere l'importante è assistere a una sana e liberatoria dose di distruzione, e invece niente, Die Hard 5 non concede nemmeno questo. L'azione vera è propria è concentrata in tre micro sequenze principali, ma nel mezzo c'è il nulla cosmico, la noia, cinque o sei linee di dialogo tra padre e figlio dilatate all'inverosimile con pause e silenzi che uccidono. E poi le frecciatine, una tristezza infinita, l'eterna menata “old school” contro “new school”, oppure gli stereotipatissimi cattivoni russi, che ancora ridacchiano di cowboy e americani arroganti, hanno un bel “CCCP” tatuato sulla schiena ma ci ricordano che “Non siamo più nel 1986, Reagan è morto!”. Ah, la sottile ironia...
Insomma Die Hard 5 è un film che ti porta all'esasperazione, talmente noioso e squallido che quando finalmente arriva al dunque non sei più disposto ad accettare il compromesso, non ti diverti, e allora vedi solo quanto sono profondamente stupide e mal realizzate quelle due o tre scenette d'azione, riprese con mano tremolante e senza un minimo d'ispirazione. E poi ti viene una gran tristezza, perché ti rendi conto che oggi è diventato difficile persino realizzare un action genuinamente divertente.
Die hard 4 era così profondamente brutto che non sembrava possibile fare peggio, e invece eccoci qua, con il peggior capitolo della serie e uno dei peggiori film d'azione degli ultimi anni. Una cosa giusta c'è, il titolo, questo è un buon momento per morire, per la carriera di John Moore e per la saga di Die Hard, ma quell'autocitazione in chiusura puzza tanto di nuovo inizio...

sabato 16 febbraio 2013

Kon-Tiki di Joachim Rønning, Espen Sandberg

Speciale Oscar 2013.

Candidato agli Oscar 2013 nella categoria Miglior film straniero. In uscita in Italia: probabilmente direttamente per l'home video, non c'è ancora una data.
Kon Tiki ci riprova. Era il lontano 1950 quando  Thor Heyerdahl portava a casa il primo (seguito solo da un secondo nel 2007 per un corto animato) premio Oscar nella storia della Norvegia per il miglior documentario. Una vera e propria impresa ma nulla in confronto a ciò che il documentario raccontava. Ovvero la spedizione di Heyerdahl stesso, insieme a un equipaggio di amici e colleghi, dal Perù alla Polinesia. Niente di che direte no? Ma soprattutto che senso ha un tale viaggio? Tutto iniziò nel 1946 quando il nostro Thor, in viaggio/ricerca con la moglie in Polinesia, si rese conto di qualche incongruenza nella flora locale.
Perchè un giorno si trovò in mano un'ananas, frutto tipicamente dell'america del sud. In principio non gli diede peso ma dopo una chiacchierata con un capo tribu, il dubbio e la curiosità aumentarono. L'indigeno gli raccontò che secondo le credenze del suo popolo, l'antico dio del sole Kon (in lingua Inca), arrivò nella Polinesia da est, e non da ovest, ovvero dall'India, come si è sempre creduto. Ma a est non c'è niente per migliaia di kilometri, fino a che non si arriva in sudamerica, dopo aver percorso un intero oceano contro corrente. Se tanto mi da tanto...  Heyerdahl  iniziò a unire i pezzi e teorizzò che l'originaria popolazione della Polinesia provenisse dal Perù.
Propose il suo trattato sull'argomento a diverse riviste e musei americani ma nessuno era particolarmente interessato. Era una teoria strampalata e surreale. Ma il nostro antropologo ne era convinto e l'unico modo per convincere anche gli altri era fare lui stesso quello che migliaia di anni prima fecero altri. Si recò in Perù quindi e costruì una zattera enorme, seguendo scrupolosamente le regole che avrebbero usato gli antichi seguaci del dio Kon per costruire un'imbarcazione. Solo legna, qualche filo e una tela a fungere da vela. L'unico apparecchio "hi-tech" sarebbe stato una radio di bordo per tenere collegato l'equipaggio con la terra ferma e i pochi finanziatori. Il 28 aprile 1947 partì da Callao alla volta dei numerosi atolli e arcipelaghi del sud Asia. Un impresa folle e scriteriata con una percentuale di fallimento e morte altissima.
Altro che un viaggio "spirituale" a bordo di una bagnarola con una tigre come sola compagnia, questa è la vera vita! Eh si è l'anno delle zattere e dell'acqua (The Impossible conferma) ma al contrario dei loro protagonisti difficilmente li vederemo trionfare tra una settimana.
Un film del genere si scrive da solo. Ha tutto quello che serve per trasformarsi in un successone: la storia vera, l'epicità, paesaggi da mozzare il fiato e molto rischio per tenere lo spettatore sempre rigido sulla seggiolina. Stranamente nessun americano ha mai pensato di mettere mano sopra a questa storia orgogliosamente norvegese (già portata in tv negli anni 70).
E direi per fortuna perchè, benchè ogni tanto il duo di registi cada in trappola dei classici cliches di genere, il risultato finale è un ottimo film di intrattenimento senza troppe esagerazioni e senza quei classici personaggi costruiti a tavolino con frasi fatti, gesta eroiche e qualche cromosoma in meno quando più conta.
Come detto ogni tanto casca nel già fastidiosamente visto, come se fosse obbligatorio mettere le classiche scenette, a mò di punti cardine per lo spettatore medio che sennò non riconosce il genere del film. L'action ha le sue, l'horror idem, l'avventuroso esotico anche. Dopotutto anche il background famigliare di Thor è stantio (seppur sincero) eppure è gestito e amalgamato in maniera più corretta e sopportabile.
Il ritmo è per l'intera durata sostenuto anche durante gli interminabili giorni di nulla a bordo del Kon Tiki. Senza inventarsi escamotage poco credibili, la regia tiene attento e interessato lo spettatore. Il resto lo fa il bellissimo, seppur misero, paesaggio oceanico. Persino quando entrano in campo i famelici quanto prevedibili squali o quando la zattera incontra la barriera corallina, non ci si lascia andare ad un eccessiva spettacolarizzazione ma si rimane fedeli a una semplice narrazione dei fatti.
La Norvegia va quindi ad inserirsi tra quelle innumerevoli nazioni, capaci di fare una pellicola del genere e di mettere in piedi un comparto video, tra fotografia e computer grafica, di notevole effetto, grazie anche a un budget di 15-16 milioni di dollari, al contrario di noi italiani incapaci di fare qualcosa di diverso o di andare a pescare nella nostra Storia vicende come questa. Viene il dubbio (già espresso durante la recensione di The Impossible) che noi non abbiamo mai fatto nulla di interessante. Facciamo il film sui marò! In ogni caso, occhio che dopo la Svezia degli ultimi anni, sta uscendo forte in vasca 4 anche la Norvegia con degli ottimi film come Headhunters per fare un esempio.

Il cast, in almeno un paio di casi, farà felice il pubblico femminile che potrà godere dei pettorali scuoltorei e abbronzati di alcuni "marinai". E segnatevi il nome di Pål Sverre Valheim Hagen, non solo perchè è difficile da ricordare, ma anche perchè è il Ryan Gosoling norvegese. I due sono due gocce d'acqua. Nessuno dei due è un discreto attore ma tengono la scena discretamente. Non spegnete o abbandonate la sala prima della fine però, perchè passeranno su schermo le mini biografie dei protagonisti post Kon Tiki, tutta gente larger than life, come direbbero gli americani.
Come Heyerdahl seguì con il suo Kon Tiki, la tratta originale, anche Joachim Rønning e Espen Sandberg (Bandidas, il loro film più celebre) tentano di seguire le orme di Heyerdahl agli Oscar e di portarsi a casa una bella statuetta dorata. Purtroppo per quanto buono sia il loro film, quest'anno se la dovrà vedere con quel colosso insormontabile di Amour (candidato anche all'Oscar principale) di Michael Haneke. Detto questo Kon Tiki è un'appassionante lavoro con alle spalle una storia troppo bella e incredibile per non colpire. Non è un film che merita particolare elogi o riconoscimenti ma intrattiene, e a volte, questo basta e avanza.