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domenica 16 febbraio 2014

Monuments Men di George Clooney

In sala dal 13 febbraio.

Versione de Il Monco.
Facciamo ora un salto immaginario in un futuro distopico. La Germania è sul piede di guerra, ritira fuori la palla del liebestraum, crea il quarto reich e invade l'intera Europa e gli Stati Uniti. A parte diventare la nuova super potenza mondiale, vuole anche trafugare tutta l'arte migliore di ogni paese per esporla nei propri musei. Pittura, scultura, musica e anche il cinema. Ecco, l'ultimo film di George Clooney non lo toccherebbero neanche con un bastone. Neppure loro.
George ma che ti è successo? Eri e sei un solido attore, sei diventato anche un produttore dall'ottimo fiuto, sei passato pure dietro la macchina da presa regalandoci ottimi film (e un divertissement personale), scritti quasi tutti da te, e adesso te ne esci con sta roba? 
Monuments Men è insostenibile. E' un coacervo di scelte intollerabili ed errori da mestierante che da Clooney non ci saremmo mai aspettati. Sembra che di questo film non si riesca a salvare nulla, a partire da una sceneggiatura raffazzonata con enormi cambi di ritmo inspiegabili, sottolineati da un montaggio schizofrenico che passa da una scenetta-situazione all'altra in pochi secondi. Molto spesso sembra che neppure i personaggi sappiano bene cosa stanno facendo, e in quei momenti tutti si ferma di colpo, in uno stallo d'imbarazzo.

domenica 1 settembre 2013

Elysium di Neill Blomkamp

Nelle sale dal 29 agosto.

Era il 2009 quando il giovane regista sudafricano Neill Blomkamp si impose all'attenzione di tutti i fans di fantascienza con il suo District 9, prodotto niente meno che da Peter Jackson. Una fantascienza low budget, supportata da una storia paradossalmente molto attuale e controversa. Con quel tipo di finale, si pensò subito a un seguito e le voci di possibili trame, produzioni già avviate o sceneggiature già depositate, si rincorrevano in rete. Fino a quando è spuntato Elysium e con esso la conferma di un progetto totalmente distaccato e nuovo. Tuttavia, il mix di fantascienza e politica, vincente per District 9, rimane al centro del film. Non sarà un seguito ma è un capitolo a parte pienamente in linea con il suo predecessore.
Anno 2154, (hey lo stesso di Avatar) in un mondo sempre più povero e pieno di sabbia, -che da fastidio ben più dell'essere poveri- tutti i ricconi si sono trasferiti su una stazione spaziale enorme a qualche migliaio di kilometri dalla terra, Elysium, dove possono permettersi di vivere secondo i loro standard e dove i poveracci, ovviamente, non hanno il permesso di entrare. Come se Elysium fosse Pantelleria o la costa pugliese, sono molto frequenti i tentativi di sbarco dei migranti, che tentano la fortuna su navicelle di fortuna, dove un biglietto costa cifre folli e la percentuale di arrivare vivi è molto bassa. A frotte compiono il viaggio non tanto per vivere nella bambagia, ma per usufruire dei macchinari sanitari in grado di guarire ogni malattia.
Uno di loro è Max, ex ladro di macchine, teppistello da strapazzo, ora con la testa a posto e operaio presso una fabbrica di robot. Dopo un incidente sul lavoro rimane tutto inzaccherato di radiazioni  rimanendogli circa 5 giorni di vita, nei quali tenterà il tutto per tutto per arrivare su Elysium. Arriva persino a "rapire" un importante uomo d'affari, in combutta con il ministro della difesa nella preparazione di un colpo di stato.

mercoledì 12 giugno 2013

Behind the Candelabra di Steven Soderbergh

Solo sul canale via cavo americano HBO, il 26 maggio.
UPDATE: nelle sale italiane dal 5 dicembre.
In concorso a Cannes 2013.

"Un film troppo gay!". Non è un mio giudizio, ma quello di tutti i produttori americani in qualche modo contattati dal regista Steven Soderbergh. Un'opera dalla gestazione infinita, iniziata addirittura nel 2008 -anzi, a dir la verità a inizio millennio con Philip Kaufman alla regia e Robin Williams come Liberace- e interrotta ufficialmente nel 2010, quando Michael Douglas, il protagonista, iniziò i trattamenti per curare il suo cancro alla gola giunto al quarto stadio. E poi la riluttanza dei boss di Hollywood a portare sul grande schermo un film simile. "Ero stranito. Tutto questo accadeva poco dopo Brockeback Mountain -ricorda Soderbergh- e questo film è molto più divertente di quello. Non capivo, non aveva alcun senso".
Questa è l'America, quella dei matrimoni gay -sulle coste- e quella omofoba più che mai -quella tra le coste. D'altronde una pellicola del genere, non poteva che suscitare scalpore.
E' un partial biopic di una delle icone gay più famose del 20esimo secolo e uno degli showman, pianisti più talentuosi di sempre.  Wladziu Valentino Liberace in scena solo Liberace, per gli amici Lee. Era un artista fuori dal comune, un talento esorbitante e una presenza scenica insuperabile. Vestiva con abiti tutti intarsiati di diamanti, con lunghi strascichi, anche di 5 metri, saliva sul palco con una Rolls Royce bianca tutta ingioiellata e alle dita portava anelli grossi quanto la testa di un bambino. Poi si metteva a suonare, -un piano molto più simile a una gioielleria che a uno strumento, con un grosso candelabro di cristallo sopra- e il divertimento e la magia iniziavano. 
Liberace era omosessuale ma lo aveva sempre negato. Tutto il suo entourage fece di tutto per nascondere i suoi amanti occasionali, le sue scorribande nei negozi porno e le sue vivaci tendenze. Addirittura si inventarono una donna della sua vita, che lui in realtà odiava. Era palesemente gay, anche solo per come vestiva, ma l'America gli credeva "Liberace dice di non essere gay, eh!".
Intorno al 1977 conobbe Scott Thorson, veterinario/addestratore per animali per il cinema, di 23 anni. Da principio divenne una delle sue cotte e uno dei suoi amanti stagionali, in seguito divenne una figura centrale per lui, il vero amore. Fino a quando, circa 7 anni dopo, tutto finì e si lasciarono bruscamente. Nonostante tutto quello che successe, Scott e Lee, rimasero estremamente legati, fino alla morte del pianista, nel 1987 a 68 anni (si, Liberace aveva circa 40 anni in più del suo bambolo).

lunedì 10 settembre 2012

The Bourne Legacy di Tony Gilroy


Nelle sale dal 7 settembre.

Treadstone e Blackbriar. Due operazioni top secret della difesa del governo statunitense che Jason Bourne si diverte a rendere pubbliche durante l'ultimo film della trilogia con protagonista Matt Damon, The Bourne Ultimatum. A farne le spese non sono solo le alte sfere della CIA: Eric Byer (Edward Norton), supervisore delle operazioni clandestine dell'agenzia d'intelligence, scopre infatti su internet un video potenzialmente compromettente dove appaiono insieme i capi ricercatore di Treadstone e di Outcome, un altro programma top secret che prevede l'impiego di agenti dalle capacità intellettive e fisiche incrementate grazie all'assunzione di speciali pillole.
Al fine di non rivelare i risultati scientifici ottenuti da Outcome, Byer decide di eliminare il programma dalla radice, assassinando i ricercatori e gli agenti coinvolti, tra cui Aaron Cross (Jeremy Renner) che, sebbene sia a corto di pillole, non sembra avere alcuna intenzione di soccombere e, anzi, rintraccia uno degli scienziati del progetto, l'unico sopravvissuto, la dottoressa Marta Shearing (Rachel Weisz) al fine di trovare un metodo per rendere permanenti i miglioramenti indotti dal'abuso di farmaci.
Spin-off di una delle saghe action hollywoodiane più remunerative del recente passato, The Bourne Legacy deve fare i conti con un'eredità più pesante di quella meramente economica: si tratta infatti di pellicole che hanno riscosso un successo di pubblico e critica più unico che raro per film di genere; in special modo l'ultimo episodio, diretto da Paul Greengrass, ha totalizzato una percentuale di recensioni positive impressionante (94% su rottentomatoes.com) e ha fatto man bassa di premi oscar tecnici (montaggio, montaggio sonoro e missaggio sonoro) all'80esima cerimonia degli Academy Award.
Per quanto in sede di recensione ritengo debba esser prassi giudicare un film per quello che è, senza farsi condizionare da un paragone con eventuali prequel et similia, penso che durante la visione il confronto sia un meccanismo mentale inevitabile, quindi tanto vale togliersi subito il dente e buttar giù due righe al riguardo.
Come immagino sappiate, Paul Greengrass e Matt Damon hanno detto no a un sequel di The Bourne Ultimatum: consapevoli del fatto che una storia di Jason Bourne senza le due personalità di cui sopra non avrebbe avuto senso di esistere, i produttori Frank Marshall e Patrick Crowley hanno affidato a Tony Gilroy, sceneggiatore della saga originale, il compito di scrivere una sceneggiatura, per la prima volta non tratta da un romanzo di Robert Ludlum, su una storia ambientata nel mondo di Bourne e di dirigerla. Le differenze d'approccio appaiono evidenti, The Bourne Legacy è esattamente la reinterpretazione che ci si aspetterebbe dal regista di Micheal Clayton: innanzitutto ha probabilmente più linee di dialogo di tutti e tre i prequel messi insieme, ma non per questo il ritmo viene meno. Certo, è necessario che vi togliate dalla testa il giro in giostra firmato Greengrass, tutto inseguimenti telecamera a mano e vertiginose evoluzioni da freerunner; Gilroy, consapevole dell'errore che avrebbe commesso scimmiottando il collega, costruisce comunque un thriller teso e avvincente, ben scritto, che si svolge più nelle camere del potere che non sulla strada alle calcagna del ricercato.
In ogni caso, i tratti distintivi della saga non vengono mai meno: tante location varie e suggestive (notevole il “prologo” ad alta quota), diversi momenti di genuina suspence e un attore protagonista, contro le previsioni avverse, con il phisique du role e una notevolissima presenza scenica, credibile quando mena le mani a velocità supersonica quanto nel sottolineare, con una buona performance, la diversa prospettiva sull'invincibilità dei super-agenti offerta dal film.
L'idea della dipendenza da farmaci è infatti decisamente riuscita e legata a doppio filo con il leit motiv della pellicola, ma più in generale della saga, ovvero il controllo psicologico e tecnologico che di fatto violano ogni velleità di privacy.
Tutto ciò che non funziona sta nel quarto d'ora finale, per un paio di motivi: innanzitutto appare evidente che Gilroy non si trovi a suo agio a dirigere lunghe scene d'azione, specie quando gli vengono imposte, e si vede,  il montaggio è confusionario e spesso non si capisce cosa succeda su schermo; la sensazione è che questa sequenza di chiusura sia stata appiccicata in malo modo alla pellicola per fini più commerciali che altro. In secondo luogo, viene introdotto un elemento, un deus ex machina per i villain, che stona con il contesto e che, privo com'è di qualsivoglia caratterizzazione o di una costruzione della tensione ben definita, risulta quasi essere anticlimatico.
Fortunatamente ciò non inficia la qualità complessiva di un notevole film di genere, ingiustamente stroncato da buona parte della critica d'oltreoceano perché diverso dai suoi illustri predecessori.