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domenica 16 febbraio 2014

Monuments Men di George Clooney

In sala dal 13 febbraio.

Versione de Il Monco.
Facciamo ora un salto immaginario in un futuro distopico. La Germania è sul piede di guerra, ritira fuori la palla del liebestraum, crea il quarto reich e invade l'intera Europa e gli Stati Uniti. A parte diventare la nuova super potenza mondiale, vuole anche trafugare tutta l'arte migliore di ogni paese per esporla nei propri musei. Pittura, scultura, musica e anche il cinema. Ecco, l'ultimo film di George Clooney non lo toccherebbero neanche con un bastone. Neppure loro.
George ma che ti è successo? Eri e sei un solido attore, sei diventato anche un produttore dall'ottimo fiuto, sei passato pure dietro la macchina da presa regalandoci ottimi film (e un divertissement personale), scritti quasi tutti da te, e adesso te ne esci con sta roba? 
Monuments Men è insostenibile. E' un coacervo di scelte intollerabili ed errori da mestierante che da Clooney non ci saremmo mai aspettati. Sembra che di questo film non si riesca a salvare nulla, a partire da una sceneggiatura raffazzonata con enormi cambi di ritmo inspiegabili, sottolineati da un montaggio schizofrenico che passa da una scenetta-situazione all'altra in pochi secondi. Molto spesso sembra che neppure i personaggi sappiano bene cosa stanno facendo, e in quei momenti tutti si ferma di colpo, in uno stallo d'imbarazzo.

lunedì 26 agosto 2013

Il bianco e il nero #52: Hedy Lamarr, la diva che inventò il cellulare e il Wi-Fi

"Devo smetterla di sposare uomini che si sentono inferiori a me. La fuori ci sarà un uomo che può essere mio marito senza sentirsi inferiore. Ho bisogno di un uomo inferiore superiore." Hedy tesoro, come si fa? Ma ti sei vista?

Molti di voi per raggiungere questo sito, probabilmente stanno usando una linea Wi-Fi con il proprio smart phone. E quanto è comodo averne una! Ti puoi spostare dove vuoi in casa tua o magari in giro per la tua città e usufruire delle gioie della rete senza per forza avere un collegamento fisso. E chi bisogna ringraziare per una simile scoperta? Un ampolloso professore americano con l'alito puzzolente e la forfora? Uno scienziato tedesco calvo con un braccio meccanico perso dopo uno dei suoi esperimenti? O magari uno studente asiatico di 20 anni tutto matematica e cartoni giapponesi? No nessuno di questi, fu una donna, una donna bellissima, giovane, un artista, un'attrice. Una dea di grande intelligenza, snobbata dal mondo della Scienza e usata ma mai accettata dal mondo del Cinema. Un'incompresa, forse un essere superiore per questo pianeta così insulso. Una che ancora prima di diventare qualcuno era già apparsa totalmente nuda sul grande schermo mentre copulava voracemente con un uomo qualunque. Una ragazza privata dal sorriso a soli vent'anni. Carnagione diafana, capelli ebano, occhi grigio-verdi e un fascino irresistibile. C'è chi la definì la donna più bella mai apparsa su uno schermo. Era Hedy Lamarr.

Hedy nacque Hedwig Kiesler il 9 novembre 1913 a Vienna figlia di una famiglia ebrea abbiente in cui babbo Emil era un businnessman di successo e mamma Gertrud era pianista. Per gran parte della sua infanzia, la vita fu uno spasso e rispecchiava le tappe tipiche delle famiglie alto-borghesi, per cui collegio in Svizzera, insegnanti privati, debutto in società etc... Hedy crebbe leggermente viziata e testarda. Già un bel tipetto.

lunedì 29 luglio 2013

Il bianco e il nero #48: Classic noir: Il Terzo Uomo (1949)

Il terzo uomo
(titolo originale The Third Man)
 nelle sale inglesi il 31 agosto 1949, in Italia il 19 gennaio 1950.

Regista: Carol Reed.
Sceneggiatore: Graham Greene (anche racconto), Carol Reed.
Direttore fotografia: Robert Krasker.
Montaggio: Oswald Hafenrichter.
Compositore: Anton Karas, autore dell'unica canzone.
Produttori: Carol Reed, Alexander Korda, David O. Selznick.
Studio: Carol Reed's Production, London Film Productions.
Interpreti: Joseph Cotten, Alida Valli, Orson Welles, Trevor Howard, Bernard Lee.
Durata: 98 minuti.
Colore: b/n.

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*Trama:

domenica 9 giugno 2013

Il bianco e il nero #41: I sottogeneri del Noir - Il Docu-noir

Ok, fin qui semplice. Riconoscere un film noir sembra un gioco da ragazzi. Abbiamo capito lo stile, le riprese, gli elementi principali e i suoi protagonisti. Quindi quando manca qualcosa delle cose appena elencate non è un noir, o meglio, magari ne può mancare uno o due ma non di più, giusto? Sbagliato. 
E' ben più complicato di quanto sembra. Per esempio, una sorta di documentario, può essere un noir, un classico film di evasione (letteralmente) lo potrete trovare catalogato sotto noir, idem per certi drammi storici o quei film che hanno tutto per essere dei gialli ma che invece non lo sono. Va bene, l'ho detto, non è semplice -e forse neanche importante, anche io non amo molto catalogare e etichettare- ma nelle prossime puntate cercherò di rendere la nebbia meno fitta analizzando i sottogeneri e dedicando alcuni numeri interi a un film particolare per volta, quelli che mai avreste giurato che sono noir.
Oggi tocca al docu-noir, a metà tra un film e un mockumentario.

Una delle caratteristiche del noir è proprio quella di essere terra terra, realistico, di parlare di cose concrete e reali e quindi di parlare del quotidiano, della società in cui viviamo ogni giorno. Certo il lato oscuro, quello che non vediamo, quello che si nasconde nel sottosuolo, che esce la notte e che si nasconde nei vicoli bui. 
Molto spesso dentro queste pellicole c'è una amara quanto sincera analisi sociologica e antropologica, degna di un documentario. Non è un caso che queste pellicole fossero viste malamente dai benpensanti, quelli dei telefoni bianchi, quelli con la paura dei rossi, quelli che guai criticare la pura e florida America.
E siccome questi erano una buona fetta di pubblico, anche le major (e ne abbiam già parlato) preferivano evitare di fare questi film "scomodi" e dall'incasso incerto e potenzialmente nullo.
Intanto in Europa una certa guerra stava finendo e il cinema tornava a respirare oltre che a far uscire i film realizzati sotto i bombardamenti e in gran segreto. Capolavori come Paisà (1946), Ladri di biciclette (1948), Germania anno zero (1948) e Roma città aperta (1945) raccontavano di un Italia distrutta dal conflitto mondiale e della difficile ripresa e ritorno alla vita normale. Girati con pochi soldi, in esterni -ovviamente impensabile girare negli studios- con attori non professionisti e con tecniche nuovissime, improvvisate, furono i primi grandi mattoncini de il neorealismo.
Quando arrivarono in America furono una piacevolissima scoperta. Si possono fare film, bellissimi, con due lire. Non siamo più schiavi di pubblico e produttori. Dopo l'espressionismo tedesco e il realismo poetico francese, il neonato genere americano viene così influenzato da una nuova corrente, il neorealismo italiano.

I noir cominciarono a distaccarsi dai romanzi, hard boiled e non, e iniziarono ad attingere da fatti di cronaca tratti da giornali, riviste e archivi aperti al pubblico. Le scene girate in studio vennero montate con quelle girate in esterni, nelle grandi città americane. In Chiamate Nord 777, ispirato a un articolo del Chicago Time, si narra la storia dle reporter P.J. McNeal (James Stewart), che tenta di difendere una donna delle pulizie il cui figlio è stato ingiustamente arrestato. Ne La città nuda (1948) il narratore riassume il tono documentaristico nella nota frase "Vi sono otto milioni di storie nella città, ed eccone una".

domenica 20 gennaio 2013

A Royal Weekend di Roger Michell

Nelle sale dal 10 gennaio.

Uno dei miei buoni propositi per l'anno nuovo era quello di essere meno indulgente con i film che più prestano il fianco a critiche. Non cercare di salvare (o almeno non affossare un'intera pellicola per una singola scena o una buona prestazione di uno dei personaggi o una musica azzeccata. Tuttavia con A Royal Weekend non c'è stato nessun bisogno di sforzarsi, è stato facile scriverne male.
1939, parte alta dello stato di New York, residenza estiva del presidente degli Stati Uniti d'America Franklin Delano Roosevelt (quello con la polio, citando Juno). Stanno per arrivare in visita i reali inglesi, Re Giorgio VI e consorte, Elizabeth, per discutere di un possibile aiuto in guerra, ormai prossima, degli americani al popolo inglese. A parte questo, FDR è molto annoiato e chiama la cugina Daisy ad allietare le sue giornate. Dopo una veloce sega in un bel campo fiorito -quale romantica e toccante storia d'amore non inizia così?- i due diventano amanti, al diavolo il sangue comune, tanto sono di quinto o sesto grado e lui è il presidente degli Stati Uniti, per dio!
Solitamente questo genere di film è molto gradevole; piccole storie private, sconosciuto, di grandi personalità della storia, di modo da conoscerle meglio, da più vicino. Ecco, solitamente, perchè spesso si incappa anche in un film di questo genere, con poche cose da dire e ancora meno voglia di renderlo più appetibile. O ancora, ci si dimentica d dare un quadro più caratteristico del personaggio storico preso in considerazione e limitarsi a dire le solite banalità che tutit sanno (ogni riferimento a Marilyn è voluto).
A Royal Weekend si conclude con la frase "Dopo la morte di Daisy, a 101 anni e rotti, furono trovate sotto il suo letto diari e lettere che descrivevano il suo rapporto sentimentale on FDR", al che dici: e da tuto quel materiale avete tirato fuori solo questo? Daisy aveva scritto poco perchè pigra o perchè non c'era molto da dire? O forse semplicemente non eravate così convinti di fare una storia intera solo su loro due? Andando più a fondo si può capire come Daisy sia un personaggio davvero debole, anche a volerlo approfondire di più.
In ogni caso, dell'amore tra Daisy e il presidente rimane poco e soprattutto è condito da una fastidiosa e petulante (ammetto potrebbe essere colpa dle doppiaggio italiano) voce fuori campo che ripercorre alcuni eventi significativi. Chi è il vero protagonista del film, o meglio chi sono? I due regnanti inglesi, sia per spazio concesso loro e sia per qualità delle sequenze loro rigaurdanti.
I pezzi più divertenti -ricordiamoci, come fece il trailer, che dovrebbe essere una commedia- riguardano Giorgio VI. Idem vale per le parti dove uno dei personaggi dell'opera viene più approfondito, ed è sempre il re inglese. Infatti una delle scene meglio riuscite è il dialogo notturno tra i due capi di stato in cui il re balbuziente si lascia andare, si scioglie e ne vediamo un interessante ritratto, addirittura alla pari, se non migliore, di quello che si vede ne Il discorso del re. Però adesso basta con film su Bertie-Giorgio VI, siamo al terzo (W.E. di Madonna è l'altro).
Senza dimenticare che fa pesare tutti i suoi 95 minuti, diventando parecchio indigesto, soprattutto se paragonato a molti film di questo periodo che durano tra le due e le tre ore ma che scivolano via facilmente. Insomma caro Michell, non ne hai presa una, hai perso il tocco.
Solo per un motivo il film esce momentaneamente dall'anonimato quando tra mesi -o solo settimane- dopo la visione qualcuno ve lo nominerà: "Ma quel film con Bill Murray?". Ecco, lui è un piccolo raggio di sole in una giornata altrimenti buia (nonostante non assomigli a FDR manco da dietro). Siamo abituati a vedere Murray fare Murray, sempre, ma stavolta no. Si sofrza di fare un ruolo, di non essere il solito cinico, stronzo e svogliato uomo sui 30-40-50. Questa volta è il presidente Roosevelt, sorride, fa battute classiche e non sarcastiche. Oh, mai visto Murray non essere Murray. E poi c'è Laura Linney che detesto. Buonanotte.

lunedì 20 agosto 2012

Il bianco e il nero #10: Audrey, l'antidiva

"Non avrei mai pensato di entrare nel mondo del cinema con una faccia come la mia".

Antidiva per eccellenza, lontana dal glamour, dalla stampa, dagli eventi più in, dalle feste, da Hollywood stessa. Ha sempre preferito l'isolamento e la pace delle sue case in Svizzera, ha preferito la famiglia piuttosto che la carriera, ha preferito dettare la Moda piuttosto che subirne le regole.  Più che diva o antidiva, meglio usare l'aggettivo da lei preferito, divina. 
Non si definiva una celebrità, tanto da scherzarci sopra ("Cosa pensa quando la gente la riconosce per strada?" "Che assomiglio ancora a me stessa") e chiamare il suo amato cagnolino Famous. Non si definiva neanche attrice, ma una ballerinza di danza classica che è finita a recitare.
Quando ha voluto smettere l'ha fatto, quando voleva recitare lo faceva, mai legata da forti contratti ha rifiutato centinaia di ottime sceneggiature per dedicarsi al primo marito Mel o ai figli, Sean e Luca e infine all'Africa e all'UNICEF.
Dotata di una bellezza  e un fisico particolare e di uno stile molto personale, che al contrario delle grandi dive, non doveva nulla agli studios, perchè erede di una certa raffinatezza aristocratica, agli antipodi delle Jayne Mansfield o delle Marilyn, che talvolta intaccavano il loro corredo di simpatia con atteggiamenti provocanti e privi di grazia
Dall'esperienza con la guerra agli esordi a teatro e al cinema, fino allo sbarco a Hollywood, l'Oscar, i ruoli celebri e l'addio prematuro alla scena per dedicarsi ad altro. Cercherò di parlare di tutto e di più e in maniera molto dettagliata, quindi questa volta sarà un vero articolo fiume. Fate delle pause, tornateci, stampatelo, dormiteci assieme, insomma fate quello che volete, se amate come e quanto me Audrey.
(NDR avrei voluto fare un elenco con link agli argomenti ma è impossibile su Blogger)

-L'infanzia e la guerra.
Il 4 maggio del 1929 nasce a Bruxelles una certa Edda Kathleen Ruston-Van Heemstra. Questi i fatti, tuttavia se cercate il certificato di nascita, dirà che è nata a Londra qualche giorno più tardi. Ciò è dovuto al cambiamento voluto dal padre, Joseph Hepburn, un tipo davvero particolare. Nato John Joseph Ruston è un austriaco che preferisce farsi passare per inglese, già sposatosi tre volte, la quarta sarà la mamma di Audrey, per un certo periodo di tempo console inglese in diverse colonie del pacifico prima di essere beccato sistematicamente a fare intrallazzi e raggiri. Nulla è certo su di lui, persino curriculum vitae e titolo di studio sono inventati di sana pianta.
Ma è un bell'uomo, sicuro di sè, affascinante e la baronessa Ella Van Heemstra cade ai suoi piedi in Indonesia nel 1926. I Van Heemstra sono una casata nobiliare belga-olandese molto importante e soprattutto ricca. Ruston vede in lei un bel salvadanaio e un sicuro modo per fuggire dall'Asia dove è ricercato per truffa. Cosa ci trovi lei in lui è difficile da capire, anch'essa divorziata, forse è ammaliata dall'uomo dominatore e macho, una tara genetica che colpirà anche la figlia.
Dunque, la bambina Edda Kathleen Audrey (omologo femminile di Andrè, il nome che le avrebbero dato se fosse stata maschio) si riconosce fin da subito. Occhi sorridenti, figura già slanciata, timida e dall'aspetto molto delicato non ha ereditato ne la baldanza del padre, ne la robustezza del clan Vam Heemstra. Per di più è considerata il frutto della disdicevole unione tra aristocrazia e borghesia e la commistione tra privilegi e privazioni segneranno tutta la sua infanzia.

lunedì 13 agosto 2012

Il bianco e il nero #9: Lady Olivier, Vivien Leigh.

"I don't want realism. I want magic! Yes, yes, magic. I try to give that to people." Blanche Dubois (Vivien Leigh) in Un tram che si chiama desiderio.

Il sopracciglio alzato più famoso della storia del cinema. Vivien Leigh è nata per la recitazione, ha vissuto per essa, l'ha ammalata a morte e vi ha trovato l'amore.
Una carriera breve per certi versi, ma costellata da ruoli memorabili; Cleopatra, Rossella O'Hara, Blanche Dubois, Anna Karenina. Come se sapesse che la sua vita sarebbe stata breve, apprezzava tutto quello che la vita le offriva, vivendo intensamente ogni giorno e ogni ruolo.
Eternamente innamorata di Laurence Olivier ha combattuto con una malattia che l'ha divorata fin dalla giovane età e all'apogeo della sua carriera. Eppure, come vedrete, l'unica cura era la scena, le bastava salire in palcoscenico o trovarsi davanti a una cinepresa per tornare la meravigliosa Viv.

Vivian Mary Hartley nasce il 5 novembre del 1913 nel Darjeeling in India (quando era ancora colonia inglese) da Ernest e Gertrude Hartley. Il padre, ufficiale della cavalleria indiana e ex agente di borsa, viene trasferito in seguito a Bangalore mentre la famiglia rimane a Ootacamund. Come dimostrano i tanti filmini privati, trascorre un infanzia agiata in un paradiso terrestre dove dispone di tutto quello che desidera.
La passione degli Hartley è il teatro l'unica cosa che manca loro della vecchia Inghilterra. Il babbo è un vero e proprio patito e la madre ha creato un piccolo circolo che mette in scena operette e spettacolini. A soli tre anni, ben incoraggiata, viene il turno della piccola Vivian di calcare la scena. L'inizio è di quelli che si fan notare. Invece di cantare Lil Bo Beep annuncia che preferisce recitarla.
L'idillio indiano dura poco per lei, presto viene spedita dalla madre a Londra, perchè "deve crescere con una corretta educazione di stampo inglese". E sia, ma Vivian si troverà a fare questo lungo viaggio in nave completamente sola, in quanto i genitori rimangono e rimarranno in India ancora per 9 anni.
A sei anni si ritrova quindi nel convento del Sacro Cuore di Roherton, dove piange per la mancanza dei genitori a cui era infinitamente legata e piange forse più che altro per l'assenza dei divertimenti, dovuta alla rigidità delle suore. Nasconde il suo dolore, una caratteristica che la accompagnerà per tutta la vita e coltiva la sua principale passione, il teatro.
Nelle recite scolastiche da il meglio di se e risulta molto apprezzata da tutto il pubblico. Una delle sue migliori amiche è la futura grande attrice di teatro Maureen O'Sullivan a cui confessa di voler diventare una grande attrice. Si prende però una piccola pausa quando viene ricongiunta ai genitori con i quali inizia un tour di tutta l'europa. Vivian a 16 anni è una vera poliglotta e parla fluentemente l'italiano, il francese e il tedesco.
A proposito di Germania, conosce un giovinotto locale molto affascinante e di dodici anni più anziano di lei, avvocato. L'amore tra i due è di quelli inossidabili e lei vorrebbe subito sposarsi e quando incontra il rifiuto della madre sbotta "Lasciamelo sposare o nessun'altro lo farà più!". Vivian è già quella bellissima donna che conosciamo, quindi è una minaccia/previsione abbastanza ridicola.
A soli diciannove anni di sposa quindi con Herbert Leigh Holman di cui a breve rimane incinta della futura Suzanne, dopo un parto difficile e prematuro. Leigh non è felice della sua aspirazione artistica ma non la ostacola quando viene accettata dalla Royal Academy of Dramatics Arts.

domenica 29 luglio 2012

Il bianco e il nero #7: Rita Hayworth, la contessa scalza.




"Aspetta aspetta, questa è la parte che mi piace. Qui è quando fa quella cosa coi capelli" Red (Morgan Freeman) in Le ali della libertà mentre proiettano Gilda.

Per anni Rita Hayworth è stata considerata l'emblema della femminilità e della sensualità e per molti lo è ancora. Nei suoi film interpretava spesso ruoli di donne provocanti, eccitanti, con quel corpo agile impegnato in danze pirotecniche. Era il sogno di ogni uomo, era la foto che ogni soldato si portava al fronte (oltre a quella della fidanzata), era la top tra le pin up, la più dotata delle ballerine, la rossa per eccellenza.
Ma Rita non era quella che vedevano su schermo. "Tutti gli uomini vogliono andare a letto con Gilda, ma si svegliano il giorno dopo con me" ironizzava, eppure era la verità. Gilda era una bambola sfrontata e fatale, mentre lei era chiusa, timida, lontana dal glamour e dalla stampa e soprattutto molto insicura. Sembra difficile crederlo ma una volta spente le telecamere si trasformava letteralmente in una sconosciuta.

Margarita Carmen Cansino nasce a Brooklyn (anche lei, giuro non lo faccio apposta) il 17 ottobre 1918, prima di quattro figli di due ballerini, Volga Hayworth, ex Ziegfield Follies, e Eduardo Cansino, di origine spagnola. Mamma la vuole attrice, papà ballerina. All'inizio vince lui e appena riesce a stare in piedi da sola, le insegna i rudimenti della danza. Non ne va pazza ma è talmente legata al babbo che farebbe di tutto per lui. A cinque anni è già a livello professionista e mentre i fratelli vanno a scuola, lei studia danza e lavora con i genitori. Fin da piccola appare come una persona solitaria e timida, con la madre come migliore amica e un padre possessivo che non le concede molte libertà o tempi morti.
Intanto la famiglia si trasferisce a Hollywood nel 1927, pensando di poter avere qualche chance di riuscire a essere scelti come corpo di ballo per qualche film. Il padre apre il suo studio di danza dove insegna a gente del calibro di James Cagney e Jean Harlow, ma la crisi del 29 incombe e perderà tutti i suoi investimenti. Per raggranellare qualche dollaro parte per delle tournèe al confine col Messico e a Tijuana, località turistica molto rinomata per gli americani. La scelta è dovuta a Rita, ora partner del padre nei Dancing Cansino's, che essendo solo 13enne non può esibirsi in locali notturni legalmente.
La grande opportunità per i Cansino spunta a cavallo tra il 1934 e il 35, quando vengono scelti per delle piccole parti nei film Il segno di Robin Hood, In Caliente e La nave di Satana. Il produttore della Fox Winfield Sheenah, nota la giovane ballerina mora, con tratti latini e chiede se può fare dei test, da sola. All'inizio il padre è riluttante, e lei pure, perchè impaurita di dover lavorare da sola, ma infine accetta e i test vanno una meraviglia. La Fox la mette sotto contratto standard per sei mesi quindi, sotto il nome di Rita Cansino.

Purtroppo però gli eventi prendono una piega negativa e nonostante riesca a fare cinque film in quel breve periodo, sono tutti ruoli minori e dopo che la Fox diventa 20th Century Fox e subentra Darryl Zanuck a Sheenah, il contratto non le viene rinnovato e viene scaricata. Credendo in lei e nel suo potenziale sullo schermo, il pubblicitario Edward Judson, la prende sotto la sua ala e la fa comparire spesso in pubblico, in serate mondane e in club per farla notare e farla fotografare. Rita se ne innamora, forse, e lo sposa non appena compie la maggiore età nel 1936. Judson invece la vede come un investimento e la tratta come tale. Questa unione causerà una piccola rottura con sua madre, a cui non piace quell'uomo.
Judson però lavora bene e riesce a concordare un provino con la Columbia dove il boss, Harry Cohn, ne rimane ammaliato e le fa firmare un contratto. Come alla Fox però, nessuno sa dove piazzarla, così o è una semplice ballerina di varia etnia (russa in Paddy O'day, argentina in Under the Pampas Moon e egiziana in Charlie Chan in Egypt) o viene prestata a altri studios (addirittura la 20th Century Fox tornerà a chiedere i suoi servigi) facendo così la fortuna della Paramount che ci guadagna parecchio.
Sotto consiglio di Cohn, passa dalla tipica ragazza ispanica alla pin up americana. Cambia cognome in Hayworth, quello della madre, cambia colore dei capelli, da mora diventa rossa e con l'elettrolisi riesce a alzare l'attaccatura dei capelli, troppo bassa. Si libera del primo marito, quel Judson che la controllava troppo e che dava fastidio a Cohn che lo paga 30 mila dollari per levarsi di torno per sempre e non infangare l'immagine di lei.
Dopo varie pelllicole di serie B per la Columbia, arriva il suo momento in una grande produzione sotto la direzione di Howard Hawks, nel film del 1939, Avventurieri dell'aria, in coppia con Cary Grant e Jean Arthur. Il film è un discreto successo di botteghino e per la prima volta non viene usata semplicemente come ballerina esotica. Le lettere dei fans non si contano, le lodi pure, così Cohn decide di promuoverla a prima stella della Columbia, che fino a quel punto non ne aveva mai avute sotto contratto, ad eccezione di Jean Arthur, in aria però di rescindere il contratto.


Gli anni 40 segnano la sua salita al top di Hollywood grazie a scelte azzeccate, un matrimonio famoso e all'impegno profuso per aiutare i soldati americani impegnati al fronte.
Il primo grande successo è Sangue e arena in coppia con Tyron Power a cui seguono i "danzanti" L'inarrivabile felicità e Non sei mai stata così bella entrambi con Fred Astaire e soprattutto Fascino in coppia con Gene Kelly. La troviamo nel suo ambiente naturale, affiancata ai migliori ballerini della sua generazione. La fama raggiunge le stelle ma è solo l'inizio.
Finisce sulla cover di Life magazine per ben cinque volte e uno scatto per la rivista in cui è sul letto in un risicato neglige (foto a destra) avrà un successo clamoroso. Siamo in piena seconda guerra mondiale e ogni soldato ne ha una copia con se, e sospira, sperando di tornare a casa sano e salvo.
Sul set di Follie a New York si innamora di Victor Mature ma durerà ben poco perchè uno spasimante di grande calibro si erge all'orizzonte e riuscirà a cambiarla radicalmente.
Questi non è altri che Orson Welles, uno dei più grandi maestri del cinema. Dopo averla vista in un film si dichiara rapito e dice "Quella donna sarà mia moglie". Le scrive una lunga lettera d'amore (dove dice "Credo che molti di noi siano soli a questo mondo, ma per scoprirlo, dobbiamo innamorarci in maniera folle") e la conquista facilmente. Nel 1943 si sposano. Orson ha in comune una cosa con Judson e papà Cansino, sarà tremendamente possessivo, sfruttatore e severo con lei.

Sappiamo che sa ballare, ma sa recitare? Nel dopo guerra, grazie anche al nuovo marito, si metterà seriamente alla prova in ruoli tutt'altro che simili a quelli precedenti. Nel '46 gira il suo film icona, Gilda. Rita balla, canta ma soprattutto si destreggia alla grande in ruolo di femme fatale in un noir che deve gran parte del suo successo a lei. La canzone Put the blame on Mame è canticchiata ancora oggi in tutto il mondo.
Nello stesso anno viene diretta dal marito in La signora di Shangai. Harry Cohn che mal sopporta Welles, viene convinto da Rita a produrre il film e a aiutare quindi Orson, caduto in lista nera dopo Quarto potere. Come se non bastasse, Welles distrugge la Rita plasmata con tanta fatica da Cohn e la ricostruisce da zero. Da rossa dai lunghi capelli, tanto buona e positiva nei suoi ruoli, diventa bionda dal taglio corto, cattiva, fredda e manipolatrice. I fans scrivono inferociti, Cohn blocca l'uscita della pellicola per ben due anni e toglie la regia a Welles, ma non può licenziarlo, in quanto lo ha assunto come attore-regista-produttore. Questo spiega il fallimento al botteghino di un grande film che verrà rivalutato col tempo. Cohn è terrorizzato che possa distruggere la carriera a Rita e così impone in seguito la scena dove canta Please don't kiss me. La scena finale del film invece, somiglia ironicamente alla fine della loro unione.
Nonostante la figlia avuta, Rebecca, la relazione sta naufragando e lui la tradisce spesso con altre donne. Dopo soli cinque anni, Rita divorzia per la seconda volta (dichiara "Non sopporto più il suo genio"). Insieme alla morte della madre a cui era molto legata, rappresenta due colpi molto forti che la fanno chiudere ancora di più nel suo guscio.

Ora che la critica ha constatato che è un'attrice a tutto tondo, la vede tornare a vecchi ruoli in film come Gli amori di Carmen, forse nel tentativo di riaccaparrarsi il pubblico. Ma questi è anche l'ultimo prima di una pausa di quattro anni.
Durante una vacanza in Europa incontra il principe Aly Khan a un ballo. I due danzano tutta la sera e scatta la scintilla. Una volta ottenuto anche lui il divorzio, Rita è pronta a risposarsi, a soli cinque mesi dal suo precedente divorzio e soprattuto a mollare la carriera per questa nuova vita. Diventa così la prima principessa di Hollywood e gira il mondo a fianco del consorte. Si mescola tra la gente dal sangue blu, vive in Francia e presenzia agli eventi più in del pianeta.
Non è la sua vita e Aly Khan, modaiolo, playboy, è molto diverso da lei. Regge per un pò, da alla luce un altra figlia, spera che finalmente possa crearsi quella famiglia perfetta da sempre sognata, ma poi non regge più e nonostante i due rimangano grandi amici fino alla morte di lui, sette anni dopo, divorzia ancora una volta. La storia ispirerà il film di Mankiewicz, La contessa scalza, con Ava Gardner.
Torna così a casa, in America, per fare la mamma a tempo pieno, non più interessata alla carriera nel cinema. Siccome però le bollette non si pagano da sole, cede e torna alla Columbia dove Cohn è ancora inviperito per essere stato mollato così bruscamente quattro anni prima. Forse è per questa ragione che i successivi ruoli sono minori e poco rilevanti. Lei si sente profondamente a disagio in questo ritorno, solo quando può ballare sembra tornare la ragazza spensierata di una volta.
Un altro dispiacere è dietro l'angolo e così un altro matrimonio e un ulteriore pausa di quattro anni. Nel 1953 sposa Dick Haymes, uno spiantato cantante da night club con due divorzi alle spalle e migliaia di dollari di alimenti non pagati e addirittura un mandato d'arresto se mette piede in California. Rita pagherà tutti i suoi debiti, anche quelli col fisco e lo sposerà per donargli la cittadinanza americana, perchè, si, aveva anche problemi con l'immigrazione, essendo nato in Argentina. Insomma un uomo, un problema.
Lo segue spesso nelle sue tourneè e in occasione di una di queste lascia a casa le due figlie incustodite tanto che viene accusata di negligenza. E' letteralmente devastata dall'accusa e senza un soldo (non ha un salario da due anni) per le spese legali. Per fortuna in tribunale Welles e Khan testimoniano in suo favore ma lei rimarrà segnata a vita dalla vicenda. Divorzia per la quarta volta dopo che Haymes le sferra un destro in pieno volto in pubblico al Coconut club di Los Angeles.

Al verde e avanti con gli anni, non più l'icona sexy di un tempo, decide di dedicare la sua carriera a ruoli più seri e drammatici e la scelta si rivela più che azzeccata. Con successi come Pal Joey a fianco di Frank Sinatra e Tavole separate (in un ruolo simile alla sua vita in quel momento) con Burt Lancaster, la sua carriera riceve un nuovo slancio e con esso un nuovo marito, James Hill, produttore, il quale si rivelerà un violento. Anche questa volta dura poco, tre anni appena di continue baruffe.
All'alba degli anni sessanta, Rita tenta la svolta teatrale con un provino per Broadway ma incomincia a manifestarsi una malattia sconosciuta che unita alla forte assunzione di alcolici la porterà prima a perdere la memoria a breve termine e poi quella a lungo. Non riesce a così a ottenere nessuna parte a Broadway, in quanto non ricorda le battute e sembra confusa sul palcoscenico.
La memoria peggiora sempre più (addirittura, racconta un amica, una sera invitò lei ed altri amici di lunga data a una cena, una volta presentati alla porta, Rita li accolse con un coltello da cucina, chiedendo chi fossero e che se volevano autografi li avrebbe colpiti. Il giorno dopo chiamò l'amica chiedendo perchè non fossero venuti) ed è costretta a lasciare la recitazione, non prima di fare un ultimo tentativo con la TV dove le preparaono dei cartonici o dei copioni nascosti appositamente in modo da aiutarla. Il continuo cambio di umore, l'ubriachezza molesta e la morte nel giro di una settimana dei suoi due fratelli fanno il resto.
Negli ultimi anni di vita, ormai ritirata, gira il mondo ed è proprio in occasione di un volo di ritorno dall'Inghilterra, nel 1977, che da in escandescenze sull'aereo All'arrivo a New York viene immortalata da mille scatti in uno stato pietoso. Ora la sua malattia, poi diagnosticata in alzheimer, è nota a tutti.
Nonostante ciò non chiederà mai aiuto a nessuno e passerà gli ultimi mesi della sua vita a letto, immobile, incapace di parlare, spesso con gli occhi chiusi e con i ricordi di una vita ormai sfumati. Il simbolo del movimento, della danza e della sinuosità, è ormai un involucro raggrinzito. Si spegne nel 1987 a New York all'età di 68 anni.

Donna fragile e allo stesso tempo molto forte, capace di vincere le battaglie per i propri figli ma incapace di trovare l'uomo giusto e quindi quella stabilità e quella famiglia che le serviva. Da semplice ballerina latina, divenne icona e attrice drammatica stimata. Della sua vita disse "Non ho avuto tutto dalla vita, ho avuto troppo [...] Tutto quello che desideravo era quello che desiderano tutti, di essere amata". E si può dire, che anche se indirettamente, milioni di persone l'hanno amata e l'amano tutt'ora.

Dopo la rossa, la bruna e la bionda dei noir, ora tocca alla donna dagli occhi viola: Elizabeth Taylor.