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giovedì 14 febbraio 2013

Noi siamo infinito di Stephen Chbosky

In uscita nelle sale il 14 febbraio.
Questo è il classico film che a scatola apertissima (letta la trama visto il trailer, lette varie info a riguardo, notato le musiche e la frasi) avrei evitato più che volentieri. Siamo dalle parti del: già visto, teen-problems-movie, molta filosofia e canzoni pop. Poi complici buone recensioni e basta, mi sono deciso.
Noi siamo infinito, o per ora meglio conosciuto come The perks of being a wallflower (i vantaggi di essere tapezzeria, letteralmente, ovvero essere nascosti, non notabili dal gruppo, dalla massa) ha come protagonista Charlie, un adolescente molto problematico. Introverso, schivo, con un amico che si è appena tolto la vita sparandosi alla tempia (ma la cosa non viene molto approfondita e ci torno) e con diversi problemi psicologici, è pero molto intelligente e ragazzo modello. Si ritrova però davanti a una missione impossibile; sta per iniziare il liceo, ovvero 1300 giorni e spicci di totale follia, paura e disagio. Per fortuna incontra presto un ripetente impenitente, Patrick, divertententissimo, omosessuale e maltrattato da tutti, e sua sorellastra, Sam, molto carina, uno spirito libero e con un passato da semi zoccola.
Grazie a questi outsiders, e alla cerchia di loro amici di cui fanno parte fan dei vampiri, strafattoni e punkettone-buddhiste, il tempo al liceo passa più facilmente e per la prima volta nella sua vita, Charlie, inizia ad avere degli amici, ad andare alle feste, a provare le droghe, leggere eh, l'alcol, a provare la prima cotta e a divertirsi come un comune teen ager della sua età. Persino le sue malattie scompaiono. Ai lui però, i suoi amici sono tutti all'ultimo anno e lo abbandoneranno presto. Reggerà? Sopratutto anche quando un altro problema del passato riaffiorerà?

The perks of... è un libro di Chboski -no, l'ho scritto giusto, giuro- del 1999 che ottenne ai tempi un grande successo. E' il classico libro che, se letto da un ragazzo nella giusta fase della sua vita e nel giusto mood, può cambiargli la vita o accompagnarlo per un tratto di essa. Adesso Chboski ha deciso di farne un film e a differenza di tanti grandi scrittori e di tanti ottimi libri, è riuscito lui stesso a imporsi con gli studios e a dirigerlo lui, nonostante sia alla sua prima regia.
Primo problema. Il romanzo è in forma epistolare. Lo evinciamo da alcuni passaggi iniziali dove Charlie legge-scrive delle lettere a un amico ipotetico in cui gli fa un quadro della situazione. Questo è il primo grande pregio del film. Lascia una traccia della forma cartacea, ma, ovviamente, siamo al cinema, usa un metodo diverso, senza però far perdere forza e vigore alle sue parole e alle sue immagini nella trasposizione su pellicola. Non male per uno che non è un totale neofita. 
Secondo pregio è quello di creare un ambiente scolastico-adolescenziale molto realistico e credibile. E' vero, c'è il bullo, la stronza, i punk, il secchione, ovvero delle figure straabusate al cinema, ma è anche vero che dopotutto sono quelli gli elementi presenti in ogni scuola del mondo. 
I personaggi che escono, aiutati dalle ottime interpretazioni, salvo una, sono in primo luogo molto reliable, sinceri, e in secondo luogo trascinanti. Sono diversi, da Sam a Patrick a Charlie ma anche Brad e Mary Elizabeth, ma sono tutti ben scritti e ben approfonditi. Il confine tra il solito personaggio da teen movie e tra un buon personaggio da teen movie è molto labile ma quando si sconfina nel secondo, di solito si nota. Come qui. Sembra quindi di essere tornati ai tempi di John Hughes, ma in chiave molto dark. E qui serve approfondire.

I film di Hughes erano così ma molto più felici. Ma erano gli anni 80. Qui siamo negli anni 90, l'epoca della generazione X, della musica grunge di Seattle (echeggia nello sfondo) e del dolore giovanile. Non era tutti yeah! come Molly Ringwald o Andrew McCarthy. E questa è l'unica, seppur sostanziale differenza tra Perks e gli Hughes, tanto che ad un certo punti mi aspettavo di vedere una comparsata della Molly come madre (ma non come quella della Teenager americana).
Altro pregio ancora è quello di trattare temi scottanti come l'omosessualità, durante quell'età, l'abuso, la solitudine, la depressione e un altra cosa che non posso dire, con un certo tatto e una certa leggerezza, se mi si passa il termine. Senza finire nello sdolcinato o il patetico o peggio ancora il predicatorio, riesce a divincolarsela con molta delicatezza e tenerezza senza dimenticarsi una pesante vena di tristezza.
E' un film con personaggi e con un anima molto giovane, molto fresca. Riesce a rapirti coi suoi personaggi e con i suoi racconti, senza ammorbarti o annoiarti. Come una chiacchierata con un amico che può iniziare con lui che ha mille problemi ma che finisce inevitabilmente con tante risate nel mezzo, perchè è così che deve essere la vita.

Vabbè, passo a qualche difettino. Penso che Charlie, che in fin dei conti è si protagonista ma in un film che è anche molto ma molto corale, sia ben caratterizzato. Purtroppo, quando deve cedere il palcoscenico, e diventa quindi quella tappezzeria del titolo, perde un pò di qualità la sua essenza. E così per renderlo un pò più appetibile, cosa di cui non ha bisogno, Charlie deve essere quello che è, quello che ho descritto, ci si gioca un paio di volte la carta dell'ironia causata da biscotti alla marijuana o acidi, che abbassano un pò il livello. Inoltre non mi è piaciuta molto la gestione della scoperta del trauma della sua infanzia, non vado oltre, e dell'amico suicidato. Charlie ha dei problemi e questi sono causati da queste due cose, ma rimangono sullo sfondo e/o quando vengono a galla sono trattati velocemente. Ho detto prima che ho gradito il clima leggero e non ammorbante, ma quando ce vò, ce vò. Sennò sembra che Charlie g'ha ma' di bali, come diciamo dalle mie parti, cioè si lamenta per niente. Eh insomma, l'empatia per Charlie quindi, sia per questi motivi sia per la coralità del film, va a intermittenza.

Concludo con gli attori e tralascio una regia scolastica ma pulita. Grandissima prova di tutti e evidente segnale di una alchimia di gruppo fortissima. C'è divertimento e c'è molto coinvolgimento, anche con lo spettatore. Tutto merito, o quasi, di Ezra Miller (Patrick) semplicemente travolgente. Un tornado che sconquassa tutti ma anche molto bravo nelle sequenze più serie e riflessive. 
Molto bene Logan Lerman (Charlie) anche se quando te lo ricordi in Percy Jackson, ci ripensi... Se la cava meglio all'inizio e tende a scemare ma è notevole comunque. Male, ma non malissimo, Emma Watson e qui mi fulminerete. A me piace tanto ma nelle sue due prove (qui e Marilyn) post HP, non se l'è cavata benissimo. Come Hermione era bravissima, d'altronde c'è cresciuta con quel personaggio, ma altrove, la sua recitazione sembra sempre che abbia appena sentito una battuta di cattivo gusto: rigida, occhi stretti, bocca semi aperta e storta. Qui doveva essere un animo libero ma tende a essere un pò troppo rigidina, anche se nella scena del ballo da salotto da il meglio di se. Ecco se riuscisse a essere sempre così spigliata sarebbe davvero brava.
Bravo Paul Rudd come professore d'inglese à la Detachment (e vince contro Brody seppur con soli 10 minuti di scena), incredibile notare Tom Savini che fa il prof di falegnameria e altra protagonista è la musica, anche se io sono lontano da quel tipo di musica e l'ho notata molto poco (ecco la scena in cui sentono Heroes di Bowie in galleria, dove viene proferito il titolo italiano. Bella, visivamente e concettualmente, poi rende anche l'idea dell'epoca pre internet quando lei dice "che bella canzone ma cos'è?". Si, ma come, Heroes? Dai siete esperti di musica e non la conoscete?).

In definitiva, Noi siamo infinito, è un ottimo film sull'adolscenza, trattata con molto tatto e delicatezza, con un cast fenomenale. Certamente vale una visione quando uscirà in Italia.

sabato 9 febbraio 2013

Warm Bodies di Jonathan Levine


Warm Bodies streaming torrent
Nelle sale dal 7 febbraio.

Il modo peggiore di vendere un prodotto è renderlo oggetto di feroci pregiudizi e diffidenze: a chi si è occupato del marketing della trasposizione cinematografica di Warm Bodies, romanzo scritto da Isaac Marion, deve essere sembrata un'occasione ghiottissima quella di poterla accostare a un'altra famigerata trasposizione di grandissimo successo economico quale la saga di Twilight.
Stesso produttore, la Summit Entertainment, stesso concept di rielaborazione in chiave romantica di un mito del cinema horror, perfino l'approvazione dell'autrice Stephanie Meyer, innamorata del romanzo del collega!
Tuttavia, il rischio di scontentare tutti è altissimo: i detrattori della saga vampiresca e gli aficionados dello zombie movie, bene che vada, decideranno semplicemente di non vederlo, mentre le orde di teenager si ritroveranno per le mani qualcosa che non è esattamente ciò che gli era stato promesso.
Perché il pregio più grande di Warm Bodies è di non essere una copia carbone di Twilight.
La premessa è di quelle che fanno girare la testa (o qualcosa più in basso) ai fondamentalisti dell'ultra codificato genere: R è uno zombie che, sebbene non ricordi il proprio nome, conserva dentro di se un barlume di umanità e qualcosa che somiglia a un sentimento di rimorso nei confronti delle proprie pulsioni cannibalesche. Addirittura riesce a produrre, di tanto in tanto e grazie a enormi sforzi, dei suoni che sembrano parole. Si ciba del cervello delle proprie vittime per accedere ai loro ricordi ed avere una parvenza di vita e per non arrendersi alla propria condizione e diventare come le creature senz'anima affettuosamente ribattezzate Ossuti.
I pochi sopravvissuti all'apocalisse vivono barricati in una città fortificata da cui escono in piccoli gruppi solo per procacciarsi cibo e farmaci. E' durante una di queste pericolose gite che R divora il cervello di un malcapitato, acquisendone ricordi e sentimenti e innamorandosi, di conseguenza, della di lui fidanzata, Julie, al punto da salvarla dall'aggressione del branco e portarla con se. Per Julie che, essendo da sempre convinta dell'esistenza di una cura all'epidemia zombie, mal sopporta gli atteggiamenti da gestapo del padre, capo militare dei sopravvissuti, si presenta l'occasione di dimostrare la fondatezza delle proprie idee, nonché la possibilità di rivalsa nei confronti del genitore.
Cosa rendeva Twilight un film orribile?
I sentimenti strillati, le pose plastiche dei protagonisti, l'atteggiamento irrispettoso nei confronti del mito del Vampiro, la produzione sciatta e poco curata. Ma sopratutto la totale assenza di ironia.
Basterebbe dire che Warm Bodies non è nulla di tutto questo e chiudere la recensione qui, ma scendiamo nel dettaglio.
Innanzitutto, trattasi di pellicola fortemente auto ironica che non ha bisogno di stravolgere le caratteristiche  dello zombie, facendolo sbrilluccicare alla luce del sole, e che piuttosto scherza sui cliché del mostro, va detto non sempre in maniera intelligentissima ma concedendosi di tanto in tanto discese nello slapstick già percorso da altri (Shaun of the Dead). Essere una creatura ciondolante e verdognola non è né figo né degno di ambizione, non conferisce particolari abilità né offre prospettive desiderabili, anzi è piuttosto una condizione malinconica e degradante dal quale il protagonista tenta di sollevarsi tramite il più nobile dei sentimenti. Più Frankenstein che zombie classico, R è una creatura incompresa che anche quando riesce a tenere a freno i propri istinti resta un cadavere dagli occhi vitrei e la bocca sporca del sangue delle proprie vittime; i riferimenti alla tragedia di Romeo e Giulietta sono evidenti, come ogni amore impossibile che si rispetti, e si palesano nei nomi dei protagonisti e in una scena simbolo. 
Sorprende la bontà della produzione, nessun elemento denuncia la ristrettezza di budget (30 milioni di $) a parte alcuni effetti speciali digitali non esattamente riuscitissimi: buonissime la fotografia, la colonna sonora (a base di pezzi dei Guns 'n' Roses, Scorpions, Springsteen e Bob Dylan) e, sopratutto, le scenografie squisitamente desolanti e decadenti; decente la regia di Jonathan Levine, già autore dell'acclamato 50 e 50, che sebbene si conceda qualche ridondanza, non è affatto uno sprovveduto mestierante. Meritano una menzione anche le scelte di casting: se John Malkovich appare leggermente sprecato nella particina del padre padrone, i due giovani protagonisti convincono senza riserve, soprattutto Teresa Palmer. Evidentemente chiamata per la somiglianza con Kirsten Stewart, fortunatamente ne condivide solo l'aspetto e non le risibili doti recitative.
Qualcosa però non funziona, se nel già citato L'alba dei morti dementi l'equilibrio tra i vari registri era pressoché perfetto, in Warm Bodies spesso e volentieri la parodia e la love story tendono ad essere preponderanti nei confronti del dramma e dell'horror (quasi inesistente), conducendo la pellicola verso un finale a tratti accomodante e tutto sommato prevedibile. Sia chiaro, non si scade mai nella frase fatta stile Baci Perugina che contraddistingueva ogni singola battuta della saga vampiresca della Meyer, e considerato il target di riferimento è già tanto, ma resta un briciolo di rammarico per quello che aveva le potenzialità (non del tutto inespresse, brillante il ribaltamento di prospettiva e la scena madre del “sanguinamento”) per essere qualcosa di più di un buona teen rom-comedy.