martedì 31 dicembre 2013

American Hustle - L'apparenza inganna di David O. Russell

Nelle sale dal 1 gennaio 2014


Si avvicinano gli Oscar, e, come da (recentissima) tradizione, si avvicina anche l'uscita italiana dell'ultimo film di David O. Russell, il regista-sceneggiatore che da tre anni a questa parte sembra lavorare solo in funzione della scintillante cerimonia del fu Kodak Theatre. Dopo le macchine da premio, o da nomination, The Fighter e Il Lato Positivo, è la volta di American Hustle, da noi con il sottotitolo "l'apparenza inganna", un heist movie che incontra una commedia che incontra una love story, condito con un cast di purosangue.
Irving Rosenthal (un irriconoscibile Christian Bale) è un inguaribile truffatore: traffica in opere d'arte false e organizza finti prestiti (ma qui non ho capito il meccanismo della truffa, urgono delucidazioni) tutto per vivere nel lusso e mantenere la moglie Rosalyn (Jennifer Lawrence) che non sopporta ma con cui continua a vivere per non danneggiare il figliastro. La sua ancora di salvezza è l'amante e complice Sidney (Amy Adams, sempre scollatissima), ma i due vengono beccati da Richie (Bradley Cooper), un agente dell'FBI che garantisce loro l'immunità se lo aiuteranno ad incastrare l'amatissimo sindaco Carmine Polito (pronunciato "carmain" e interpretato da Jeremy Renner).

domenica 22 dicembre 2013

I sogni segreti di Walter Mitty di Ben Stiller

In sala dal 19 dicembre.

-Signor Simpson...
-Oh scusate, stavamo parlando di cioccolato.
-Era 10 minuti fa.
I Simpson 3x11

Ben Stiller alla sua quinta regia (Zoolander, Tropic Thunder etc..) ri prende un racconto breve di fine anni '30, scritto dal giornalista del New Yorker James Thurber e gli da un tocco di contemporaneità tra crisi economica e social network. Walter Mitty rivive così per la terza volta al cinema, dopo Sogni proibiti del 1947 e l'italianissimo Sogni mostruosamente proibiti con Villaggio nelle vesti di Paolo Coniglio.
C'è stato un evento tragico nella vita di Walter Mitty. Quando era ancora un adolescente, è scomparso il suo papà e la sua vita ha preso tutta un'altra e inaspettata piega. Via il taglio da moicano che gli aveva fatto proprio il babbo, subito al lavoro per contribuire alle spese in famiglia e addio ai tanti sogni, come quello di viaggiare tutta l'Europa zaino in spalla o diventare un campione di skate. Da quel momento Walter ha iniziato a immaginare le cose piuttosto che farle, vagando con la mente come il Major Tom della canzone di Bowie o incantandosi come dicono i suoi colleghi che lo vedono immobile e con lo sguardo fisso per qualche minuto. Dopo sedici anni come responsabile archivio negativi per la rivista Life, vede la sua carriera a un bivio, e decide di passare all'azione, per davvero, imbarcandosi in un viaggio in lungo e in largo per il globo, alla ricerca di uno scatto scomparso, e in un'avventura più straordinaria di quanto avrebbe mai potuto immaginare.

giovedì 19 dicembre 2013

That 70's Show: #2 Paul Schrader "Travis Bickle sono io"

Mia madre una volta mi prese la mano e me la infilzò con uno spillo "Lo senti questo male, lo senti lo spillo nel pollice? L'inferno è così, solo senza fine". Paul Schrader.

Quando Paul Schrader scrisse Taxi Driver non aveva toccato il fondo, stava direttamente scavando. Non parlava da settimane con anima viva, viveva per strada e girava armato. La sua vita era finita in pezzi e per tirarsi fuori da questa crisi, come personale terapia, iniziò a scrivere. In una settimana creò Travis Bickle, praticamente se stesso, un personaggio solitario, malato, violento ed insieme ritornarono in superficie.
Questo è un riassunto di quei giorni.

25 maggio 1976, Cannes.

mercoledì 18 dicembre 2013

Filmbuster(d)s - Stagione 2 - Episodio 10

Puntata nasalizia!
Blue Jasmine di Woody Allen, Oldboy di Spike Lee e Lo Hobbit: la desolazione di Smaug di peter Jackson. Fatevela bastare fino alla fine dell'anno, perché ci risentiamo nel 2014 per parlare del meglio e del peggio dell'anno appena trascorso.
Buon ascolto e Buon Natale!

[00:00:28] L'angolo del tripudio
[00:25:50] Blue Jasmine
[00:52:00] Oldboy
[01:15:00] Molière in bicicletta e Frozen in breve
[01:17:30] Lo Hobbit: La desolazione di Smaug








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martedì 17 dicembre 2013

Frozen - Il regno di ghiaccio di Chris Buck, Jennifer Lee

Nelle sale dal 19 dicembre.

Che anno misero è stato questo 2013 per l'animazione. Nessun Ghibli (si Miyazaki era a Venezia ma quando arriverà nelle sale italiane?), nessuna piccola perla come Ernest e Celestine, nessun mezzo riuscito come Paranorman. Persino la Pixar ha tenuto un altro anno sobrio con l'uscita del solo Monster University, un prequel. Un anno di cui ci ricorderemo di ben poca roba. Cattivissimo me 2? I Croods? Planes? Turbo? Epic? Tutta robetta o robaccia. E proprio all'ultimo minuto, a provare a salvare la baracca, arriva (aspettando Piovono polpette 2 che pare essere evitabile) Frozen della Disney, un film che avrei saltato se non avessi letto "dai produttori di Rapunzel" che ho adorato (giuro, posso esibire il blu ray 3D addirittura).
Ed ecco un giudizio a freddo (hu una freddura): Frozen non vale Rapunzel e non riesce nella titanica impresa di salvare l'intero anno fiacco.
Ci ritroviamo su una seggiovia con due ragazzi sospesi e dei lupi sotto....no quello era un altro Frozen. Elsa è una bambina speciale, è infatti dotata di un potere magico che le permette di ghiacciare le cose (stacce), roba che nel regno di Arandelle ci fai una fortuna se metti su un impianto sciistico. Purtroppo però in seguito a un incidente con la sorellina

lunedì 16 dicembre 2013

Il bianco e il nero #53: Olivia VS Joan, sorella ti odio

I married first, won the Oscar before Olivia did, and if I die first, she'll undoubtedly be livid because I beat her to it! - Joan Fontaine
Ci doveva essere qualcosa di formidabile nei geni del signor Walter Augustus de Havilland e consorte, Lilian Augusta, e magari nell'aria della Tokyo primi anni dieci del secolo scorso. Due figlie avute in quel periodo, -lontano dalla madre patria Brittania- Joan e Olivia, entrambe molto belle, molto talentuose e longeve (come il babbo, 96, e mamma, 89, dopotutto). Una di loro è venuta a mancare proprio oggi, a pochi metri dal secolo di vita. 
E l'altra probabilmente un po' ne ha gioito. Olivia, dopo una lotta famigliare durata più di 90 anni, ha avuto l'ultima definitiva parola. Hanno litigato per tutta la vita, come il più classico clichè da sorelle, ma se in giovane età al centro del contenzioso c'erano l'affetto materno o le caramelle, in età più matura si passò a un concorrenza sempre più serrata per accaparrarsi i migliori ruoli e contratti di Hollywood, gli amanti più belli e focosi e ovviamente lui, Oscar, la statuetta sognata da tutte le attrici del mondo.

domenica 15 dicembre 2013

Lo Hobbit - La desolazione di Smaug di Peter Jackson

Nelle sale dal 12 dicembre

Ho molto da dire, quindi sarà una recensione in tre parti:

-Un viaggio inaspettato
Ormai un annetto fa, arrivava nelle sale il primo capitolo della trilogia dello Hobbit, ambiziosissimo colossal su cui gravavano l'imponente eredità del Signore degli Anelli e il peso di scelte produttive poco felici. L'accoglienza fu tiepidissima, il film venne maltrattato dalla critica, massacrato dai tolkienianisti più intransigenti e non incontrò il favore del grande pubblico, che vide confermati i dubbi sulla divisione in tre capitoli. E uno dei problemi principali del giocattolone, il "tradimento" insomma, era proprio questo: rimaneva un'operazione senza un perché, un film che non riusciva a giustificare la sua durata (senza contare i tagli) e tantomeno riusciva a giustificare l'idea di una trilogia. 
A non convincere il resto del pubblico era stato il tono più scanzonato rispetto a quello del Signore degli Anelli, tentativo poco apprezzato e poco capito di avvicinarsi il più possibile al romanzo di partenza. E poi c'era il 3D, il chiacchieratissimo 3D a 48fps, un'innovazione tecnologica di cui si può godere a pieno solo nei cinema più moderni, e che di contro, dava all'immagine un aspetto quasi "televisivo". 
Ecco, se non sapessi che Peter Jackson sta girando i tre capitoli consecutivamente, come aveva fatto per l'altra trilogia, penserei che questo secondo film è stato scritto, diretto e montato tenendo conto di tutte le critiche di cui sopra. Perché La desolazione di Smaug, con tutti i suoi difettacci, è un significativo passo avanti rispetto a Un viaggio inaspettato.

venerdì 13 dicembre 2013

That 70's Show: #1 Friedkin e Star Wars

Inauguro oggi una nuova rubrica dedicata ai favolosi anni 70, ovvero il decennio dei primi passi di grandi contemporanei come Spielberg, Coppola, Lucas, Scorsese, Allen, Schrader, dei Guerre Stellari, della trilogia de Il Padrino, della disco music, de L'esorcista, della carica degli italoamericani, De Niro, Pacino, Travolta e di molto altro ancora. Pensate a un'ipotetica lista dei vostri 10 film preferiti, scommetto che ce n'è dentro almeno uno con la data che inizia per 197. 
Spero vi faccia piacere ascoltare qualche racconto strampalato di quell'epoca, qualche retroscena poco conosciuto, qualche approfondimento di saghe che amate alla follia. Un imbecille una volta disse "è tutta roba che si trova già su internet o sui libri". Vero, ma non vale per qualsiasi cosa? Detto questo, Il bianco e il nero non finisce nel dimenticatoio, tornerà.
Inizierò con lo strano rapporto tra uno dei più grandi e discussi registi del decennio e una saga da milioni di dollari.
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15 aprile 1977*.
William Friedkin inserì la chiave nella serratura del suo appartamento e girò stancamente la mano verso destra. Erano circa le cinque e un quarto del pomeriggio ed era sfinito, sporco e affamato. Era la prima volta che rimetteva piede nel suo appartamento a Manhattan dopo mesi e mesi. Varcò la soglia con la poca energia rimasta, come un maratoneta all'ultimo sprint per tagliare il nastro del traguardo. Tutto sembrava in ordine, illuminato dalla luce ancora accesa del tardo pomeriggio newyorkese. Mollò per terra le sue valigie e si levò gli scarponi tutti incastonati di fango messicano, per un attimo si dispiacque di aver insudiciato il luminoso parquet, ma subito dopo, guardando quel fango, gli venne un fremito di rabbia. "Al diavolo!" esclamò al alta voce. Tutto quello che aveva in mente in quel momento era una bella doccia calda di minimo 45 minuti e una pizza ai peperoni da farsi portare dalla pizzeria all'angolo. Nient'altro.
Era appena sceso da un aereo di terz'ordine che lo aveva riportato a casa dall'amena regione di Tuxtepec, nel Messico centrale. Un trabiccolo ante guerra che solo grazie alle preghiere dei locali poteva ancora permettersi di volare. Non c'era altro tuttavia e Hurricane Billy, come la troupe soleva chiamarlo alle sue spalle negli ultimi giorni di riprese, avrebbe sfidato volentieri la morte e le leggi della fisica pur di andarsene.
Il Messico era solamente l'ultimissima tappa di un tour mondiale da vero globetrotter.

giovedì 12 dicembre 2013

Molière in bicicletta di Philippe Le Guay

In anteprima al recente Torino Film Festival.
Nelle sale dal 12 dicembre.

Schiacciati sotto il peso insostenibile di un drago desolato, con la sua montagna di monetine che manco Zio paperone, in questo weekend pre uscite natalizie ci sono tre filmetti, tali per dimensione ma non necessariamente per qualità, provenienti dall'Italia (o dall'Inghilterra?), Still life, dal Messico, Qui e là, e da quella instancabile fabbrica di film che si chiama Francia, Molière in bicicletta per l'appunto. Proprio di quest'ultimo, con questo titolo così accademico e radical chic, vi parlerò oggi. E ora potrei scrivere cose a caso, tanto nessuno leggerà.
Per apprendere al meglio questo film, una discreta conoscenza di Molière e soprattutto della sua opera Il misantropo, sarebbe quasi obbligatoria, in quanto gli aiutini da parte dei distributori italiani si esauriscono nel cambio di titolo (in originale è Alceste ad andare in bici, protagonista del Misantropo) e visto che si tratta in fondo di una sua rilettura e di una sua rappresentazione.
Protagonisti sono due attori. Il primo è Serge, un ex grande attore di teatro e cinema, reclusosi volontariamente dal mondo contemporaneo per vivere in solitudine sull'ile de rè. E' scontroso, cocciuto e saccente. L'altro è Gauthier Valence, il grande Gauthier Valence, attore sulla cresta dell'onda, un po' di cinema ma prevalentemente la tv, con una medical soap dove interpreta il classico medico infallibile sul lavoro ma pieno di difetti nella vita. E' un uomo bellissimo, ricco e famoso, non per forza talentuoso. Gauthier ha in mente un progetto teatrale, ovvero quello di portare in palcoscenico Il misantropo del grande Molière e con chi se non il suo grande amico Serge, con cui divise il set durante un film in Ungheria. Un profondo conoscitore dell'opera e un grande attore, per giunta interessato, almeno questo trapelò da una loro vecchia chiacchierata a interpretare il personaggio secondario, Filinte, lasciando a lui il grande Alceste, uno dei personaggi più difficili della storia del teatro francese.

domenica 8 dicembre 2013

Oldboy di Spike Lee

Nelle sale dal 5 dicembre

Se n'è parlato tanto di questo Oldboy, forse anche troppo, fin da quando era solo una strana voce di corridoio che voleva Steven Spielberg alla regia e Will Smith (!?!?) nel ruolo del protagonista, scelte bizzarre per un progetto che ha destato subito tante perplessità. Poi le voci sono diventate notizie, e intorno al film si è sviluppato il solito fermento che generano sempre le operazioni di questo tipo: c'è chi ha tuonato contro l'ormai proverbiale mancanza di idee, chi ha conservato un cauto ottimismo e poi ci sono i "fan", la piaga del cinema, nella maggior parte dei casi spettatori convinti che il cinema coreano cominci e finisca con Park Chan-wook, e magari ignari del fatto che Oldboy (2003) è a sua volta adattamento di qualcos'altro.
Io mi piazzo nel mezzo, adoro Park Chan-wook tanto quanto Spike Lee, ma cerco di non farne una malattia. Credo anche che, quando si parla di remake, i nomi in ballo contino fino ad un certo punto, perché a disturbarmi è l'idea stessa di remake, anzi, l'idea hollywoodiana di "remake", quella che non si traduce in un "rifare" (e quindi rileggere) ma in un semplice quanto sterile "riproporre", spesso banalizzando. Riproporre lo stesso prodotto (perché di questo si tratta) ad un pubblico diverso, che non guarda oltre i confini del proprio paese e ha una strana intolleranza ai sottotitoli (vale anche per l'Italia, ma noi abbiamo meno soldi e qualche doppiatore in più). Ma quando dietro la macchina da presa c'è un regista indipendente come Spike Lee, sempre impegnato in progetti personalissimi, è difficile tenere a freno la curiosità.

sabato 7 dicembre 2013

Blue Jasmine di Woody Allen

Nelle sale dal 5 dicembre.

"I don't want realism. I want magic! Yes, yes, magic. I try to give that to people. I do misrepresent things. I don't tell truths. I tell what ought to be truth." Blanche Dubois.

Jasmine, nata Janet, è la moglie di un ricco uomo d'affari dell'alta società newyorkese. Quando questi, dopo essere stato smascherato a truffare i suoi investitori e a frodare il fisco, si impicca in galera, la donna è costretta a trasferirsi a San Francisco dalla sorella, Ginger, caratterialmente agli antipodi rispetto a lei. Qui vorrebbe ricominciare una nuova vita, ma mettere da parte gli agi e le sciagure del passato sembra un'impresa ardua.
La prima volta che incontriamo Jasmine è proprio sull'aereo che la sta portando ad ovest, in prima classe. E' uno degli ultimi lussi che inconsciamente si regala. E' una donna di gran classe, ben vestita, che ci sta raccontando, a noi e a una anziana vicina di posto, qualche racconto della sua vita; come ha conosciuto il marito Hal, la loro canzone "Blue Moon", l'abbandono degli studi pur di rimanere con il suo amato. E' l'ultima volta che la vedremmo sotto questa buona luce.
Dalla scena successiva, quando è già sbarcata a San Francisco, (inizia) continua a blaterare, questa volta senza ordine, senza tatto, di argomenti personali a caso, dal sesso, alle pillole che le hanno somministrato i medici, e diventa di colpo insopportabile. L'inizio è anche la scena ponte tra i flashback newyorkesi e il presente californiano.

martedì 3 dicembre 2013

Filmbuster(d)s - Stagione 2 - Episodio 9

Puntata bella gravida! Tanti film dal Torino Film Festival e due opere prime viste al cinema nel weekend.
Drinking Buddies, Frances Ha, The Way Way Back, This is Martin Bonner, The Conspiracy, V/H/S/2, The Lunchbox, Tarr Béla i used to be a filmaker, Only lovers left alive, La mafia uccide solo d'estate, Don Jon.
Buon ascolto!


[00:00:28] L'angolo del tripudio
[00:12:05] La posta del cuore

[00:31:50] Torino Film Festival
[00:37:15] Drinking Buddies
[00:40:10] Frances Ha
[00:48:25] This is Martin Bonner
[00:55:05] C'era una volta un'estate
[01:01:10] The Conspiracy
[01:06:30] V/H/S/2
[01:21:20] The Lunchbox
[01:31:30] Tarr Béla, i used to be a filmaker
[01:38:05] Only lovers left alive
I film in sala:
[01:56:30] La mafia uccide solo d'estate
[02:20:50] Don Jon




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lunedì 2 dicembre 2013

Only lovers left alive di Jim Jarmusch

Presentato a Cannes e in anteprima italiana al Torino Film Festival

Con la consueta calma e una rassicurante puntualità (tra un film e l'altro passano quasi sempre quattro anni) l'indipendentissimo Jim Jarmusch torna dietro la macchina da presa, e per l'ennesima volta ci ricorda perché sentivamo tanto la sua mancanza.
Only lovers left alive -titolo che dice già tutto, come anche i nomi dei personaggi- è la storia di Adam e Eve (Tom Hiddleston e Tilda Swinton). Lui è un musicista dall'animo tormentatissimo, veste di nero, ha una folta chioma corvina e vive rinchiuso nel suo appartamento di Detroit, dove compone una musica funerea che non lascia ascoltare a nessuno (le canzoni in questione sono composte ed eseguite dal gruppo musicale di Jarmusch, di cui Adam è ovviamente un alter ego). Lei sembra il suo esatto opposto, raggiante e biondissima, una figura quasi ieratica che ama perdersi tra la gente e le strade di Tangeri. Non potrebbero essere più distanti, in tutti i sensi, eppure sono marito e moglie, due vampiri che nonostante i secoli si amano ancora alla follia.

domenica 1 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate di Pierfrancesco "Pif" Diliberto

Nelle sale dal 28 novembre.
Premio del pubblico al Torino Film Festival.

Lo vedete quel ragazzo li? Si chiama Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, e fin da piccolo ha avuto un sogno: fare cinema. Dopo la laurea riesce a diventare assistente alla regia di un mostro come Franco Zeffirelli durante la lavorazione di Un tè con Mussolini e successivamente consiglia e assiste Marco Tullio Giordana per il film sulla mafia e sulla sua Sicilia, I cento passi. Nel frattempo si trasferisce stabilmente a Milano dove diventa autore televisivo per Mediaset abbandonando momentaneamente la settima arte. Scrive qualcosa per programmini presto dimenticati ed infine approda a Le Iene, prima, ancora come autore e poi come inviato, per cui finalmente riusciamo a vederlo in faccia e grazie a sketch come Il milanese a Palermo, ottiene fama e la simpatia del pubblico.
Paradossalmente, inizia a fare "La Iena" proprio quando molla la trasmissione e si mette in proprio, realizzando Il Testimone, una serie di semi documentari dove è regista, sceneggiatore, interprete, cameraman, tecnico, etc... ognuno riguardante un particolare tema della società, dall'omosessualità, alle carceri, alla mafia. E' un giornalismo d'inchiesta light, come lo ha definito Aldo Grasso, perfetto per un pubblico giovane. I reportage di Pif sono accurati e precisi, ma non mancano mai di intrattenere ed emozionare. Un metodo perfetto per avvicinare i giovani, il pubblico di MTv che trasmette le puntate, a temi molto importanti non ultimo quello della politica con la campagna Io voto.
Con una fama sempre più crescente, Pif diventa "attore" o dovremmo dire comparsa in due cose (opere non mi viene) molto diverse. Prima è negli attori di sfondo in una puntata di Un posto al sole (a cui dedica una puntata de Il testimone) e poi ricopre un piccolo ruolo in Pazze di me di Brizzi. Questo lo riavvicina al cinema ma soprattutto convince MTv (e altri) ad affidargli un discreto budget per coronare quel sogno: fare un film tutto suo. E sono anni che ce l'aveva già tutto in testa...

Don Jon di Joseph Gordon-Levitt

Nelle sale dal 28 novembre

All'apice della sua carriera di attore, il fidanzatino d'America Joseph Gordon-Levitt si sposta dall'altro lato della macchina da presa per scrivere, dirigere ed interpretate il suo primo film, Don Jon, una rom com in odor di indie che sta mettendo d'accordo praticamente tutti.
Jon Martello, in arte Don Jon, è il tipico ragazzo del New Jersey: origini italo-americane, capelli perennemente impomatati, canottiera bianca e un bolide appariscente quanto rumoroso. La sua esistenza ruota intorno a pochi fondamentali punti fermi: il sesso, consumato meccanicamente una sera dopo l'altra, e la pornografia, in cui Jon cerca disperatamente quella perfezione che non riesce a trovare nella realtà. A rompere il cerchio di quello che è un vero e proprio rito arriva Barbara (Scarlett Johansson), una ragazza da 10, fantastica quanto le attrici dei porno. Con lei Jon costruisce un nuovo rito, ma nella sua vita compare un'altra donna.

sabato 30 novembre 2013

Film del weekend e del TFF: The Lunchbox di Ritesh Batra e C'era una volta un'estate di Nat Faxon, Jim Rash

Weekend di chiusura del Torino film festival e weekend di opere prime con l'esordio alla regia di Pif e Joseph Gordon-Levitt (recensioni in arrivo domani) e quelli di due mattacchioni mandati nientepopodimeno che da Alexander Payne, e di un indiano giramondo con il suo cestino del pranzo.

Nelle sale dal 28 novembre.

"A volte il treno sbagliato porta alla stazione giusta".
Famoso detto scherzoso di Trenitalia.

Ognuno avrà prima o poi nella sua vita, sperimentato l'ingorgo di una grande città italiana nell'ora di punta. Macchine ovunque, stress, ira, ci metti 45 minuti per fare duecento metri, semafori, lavori, impediti al volante. Tutto ciò è nulla se paragonato con il traffico giornaliero in una qualsiasi via del centro di Mumbai in India con i suoi 13 milioni di abitanti. In mezzo a questo infermo si muovono agili e scaltri i portatori di cibo (dabbawalas), che ogni giorno partono dai propri negozi in periferia, salgono su treni, scooter e furgoncini e arrivano nei quartieri finanziari dove consegnano i cestini del pranzo a colletti bianchi troppo indaffarati per prendersi una pausa di 5 minuti. La loro efficienza è talmente impressionante che persino Harward si è messa a studiare questa istituzione capace, letteralmente, di far girare l'intera economia nazionale. Ogni dabbawalas, circa 5000 in tutta la città, porta mediamente 26 pranzi da consegnare negli uffici di un intero palazzo. Come Harward ha constatato, nonostante debbano fare tutto in fretta, ci sia un casino costante attorno a loro e molti non sono neanche alfabetizzati, non sbagliano mai. O quasi.

Tarr Béla, i used to be a filmaker di Jean-Marc Lamoure

Presentato nella sezione TFFDOC

"Pronto ? Jani ? Stammi a sentire, oggi dobbiamo girare la scena della partenza, quindi non bere niente... Come ? E allora smetti subito, hai tempo per smaltire la sbornia."

Ambizioso questo Jean-Marc Lamoure. Giovanissimo, con un paio di regie nel curriculum, si lancia in un'impresa veramente titanica: girare un documentario su uno dei più grandi registi viventi, e, come se non fosse abbastanza, farlo proprio durante le riprese di quello che sarà l'ultimo film della sua carriera. Una bella responsabilità, considerando che il film potrebbe addirittura trasformarsi in una sorta di testamento umano e artistico.
Il regista in questione è l'ungherese Béla Tarr e il film è Il Cavallo di Torino (A torinói ló, 2011). La pellicola, difficilissima da raccontare come ogni opera di Tarr, si apre con una didascalia: il 3 gennaio 1889, uscendo dal numero 6 di Via Carlo Alberto a Torino, Friederich Nietzsche vede un cocchiere che si accanisce con la frusta sul suo cavallo. Impietosito, il filosofo si getta in lacrime al collo dell'animale, poi, dopo aver pronunciato la frase "Mutter, ich bin dumm" precipita nella follia e nel silenzio (così come Tarr smette di fare cinema).

mercoledì 27 novembre 2013

The Conspiracy di Christopher McBride

Presentato al Torino Film festival nella categoria After Hours

Come spesso accade alla maggior parte degli horror indie, The Conspiracy è rimasto per un annetto nel limbo dei film non distribuiti (su imdb è datato 2012), poi, dopo un'uscita in un numero limitato di sale, ce lo siamo ritrovato al Torino Film Festival nella categoria After Hours, dedicata al cinema di genere e a tutte quelle pellicole di difficile catalogazione (sempre in ambito horror indie troviamo V/H/S/2, mentre l'anno scorso era stato presentato il primo capitolo).
Il lungometraggio d'esordio di Christopher MacBride, che alle spalle ha solo un cortometraggio, è l'ennesimo horror a metà tra found-footage e mockumentary, un mix che dopo il successo di Paranormal Activity e compagnia bella continua ad essere riproposto con pochissime variazioni. L'impostazione è omologatissima: una struttura in due atti che vede una prima parte introduttiva più vicina al finto documentario e una conclusione che finisce dalle parti del found footage, il tutto inserito in una cornice che ci mostra cos'è successo dopo.
Gli aspiranti registi Aaron e Jim stanno lavorando ad un documentario sulle cospirazioni e sulle società segrete, o meglio, su tutte quelle persone più o meno sane di mente che cercano di dimostrarne l'esistenza. L'attenzione dei due ragazzi ricade su Terrance, il classico pazzo ignorato da tutti che sproloquia sul Nuovo Ordine Mondiale all'angolo della strada. Mentre Jim perde gradualmente interesse, Aaron sviluppa un vera ossessione per le bizzarre teorie di Terrance, così quando l'uomo scompare nel nulla convince l'amico ad indagare.

martedì 26 novembre 2013

Frankenstein junior, ma non troppo - Lo speciale

Stasera, in molti cinema selezionati (quelli convenzionati con Nexo Digital) verrà proiettata la versione  restaurata e digitalizzata di Frankenstein Junior, il capolavoro della commedia firmata sir Mel Brooks uscita 39 anni fa in America. Wow che periodo gli anni 70.
Si conclude oggi la speciale Frankenstein Junior week iniziata il 19 novembre con il  grande ritorno del musical “mostruosamente divertente” omonimo, interpretato dal cast della Compagnia della Rancia, in scena al Teatro Brancaccio di Roma e in seguito in tutta Italia (controllate le date del tour) e proseguita il 20 novembre con l’uscita di “Frankenstein Junior – On stage Edition”, una nuova Edizione Limitata in Blu-ray e DVD che include anche un inedito speciale tratto dal backstage del musical. Festeggiamo anche noi allora, con un po' di curiosità sul film e i suoi interpreti.
Tirate fuori le vostre gobbe, andate in soffitta, sperate che arrivi il giusto fulmine, indossiamo lo smoking e la tuba e cantiamo in coro Puttin on the ritz!

Avete presente, sempre rimanendo in tema musicale, Walk this way degli Aerosmith? E' stata scritta e composta immediatamente dopo la visione di questo film. Steve Tyler e la sua band erano in pieno periodo lavorativo per il loro nuovo album ed erano giorni che non si prendevano una sosta. Una sera, stanchi e rimasti senza idee e fiato, se ne andarono al cinema per rilassarsi, ed in proiezione c'era proprio Frankenstein Junior. Tyler ebbe l'illuminazione alla frase "camini così - walk this way", quando Igor accompagna il dr. Frankenstein giù dalla scaletta della stazione.  Il giorno dopo nacque una delle canzoni più celebri del gruppo. E pensare che Brooks la voleva togliere...

V/H/S/2 di A.A.V.V.

Presentato al Torino Film Festival nella categoria After Hours

Il 12 luglio, in una manciata di sale in tutti gli Stati Uniti, esce V/H/S/2, seguito dell'omonimo film che insieme ad altri ha recentemente contribuito a rilanciare la moda dell'horror a episodi.
Rispetto al capitolo precedente, ci ritroviamo con un episodio e una ventina di minuti in meno, una buona notizia considerando che i problemi principali di V/H/S erano proprio la durata eccessiva (circa due ore) e la qualità altalenante dei vari episodi.
L'idea è sempre la stessa, raccontare diverse storie dell'orrore attraverso l'espediente dei found footage incisi su delle vecchie videocassette, quindi ritorna anche quel particolare stile visivo che tenta di riprodurre tutti i vari disturbi audio/video di una vecchia vhs (anche se, a voler fare i fiscali, i disturbi che vediamo sono quelli tipici della registrazione digitale).
Ma parliamo un po' degli episodi:

-Tape 49 di Simon Barrett (sceneggiatore che lavora spesso con Adam Wingard)

Come Tape 56 in V/H/S, l'episodio diretto da Barrett funziona da cornice per tutti gli altri.
Una coppia di investigatori privati irrompe in una casa per trovare un ragazzo scomparso nel nulla. Mentre uno dei due esplora l'appartamento in cerca di indizi, la collega trova un computer collegato ad un videoregistratore e un mucchio di vecchie videocassette.
Trattandosi di un semplice contenitore, è probabilmente il capitolo più statico e meno interessante, ma rispetto a Tape 56 ha il vantaggio di essere meno invadente, infatti i vari intermezzi tra un episodio e l'altro rubano solo pochi secondi senza far crollare l'interesse.
E' la classica storia tutta incentrata sui salti sulla sedia, ma è ben costruita e fa il suo lavoro, anche se i risvolti della trama sono piuttosto trash.

lunedì 25 novembre 2013

Drinking Buddies di Joe Swanberg

Speciale Torino Film Festival 31

"Ti rendi conto vero che non potremo mai essere amici".
Harry ti presento Sally.

Get to know: mumblecore.
Che è? Se balla? Se magna? No è un modo ultra ggiovane e mmoderno di fare cinema. Attori non professionisti, pochi soldi e storie di trentenni d'oggi. Non obbligatoriamente, l'importante però è non avere limiti o sovrastrutture incatenanti come una sceneggiatura. Un mumblecore è un semplice abbozzo, una storia appena pronunciata ma non delineata. Il film non lo fa la sceneggiatura ma l'ispirazione che il cast e il regista hanno giorno per giorno. Improvvisazione! Avete già capito no? Rischio fallimento alto.
Eppure ci provano in tanti, tra amici, e i risultato sono più che modesti, ma si, bisogna essere bravi. Improvvisare è davvero difficile, ma se sei nel mood giusto potresti sbarcare il lunario col minimo sforzo. Drinking Buddies fa parte di questo "movimento".
Lavorare in una fabbrica di birra -con assaggi gratuiti e continui- insieme a Olivia Wilde dovrebbe essere il sogno di tutti. Lei è Kate, PR, manager di un birrificio artigianale dove l'ambiente è molto

domenica 24 novembre 2013

This is Martin Bonner di Chad Hartigan, recensione e intervista al regista

Speciale Torino Film Festival 31.
Premio del Pubblico per il miglior film al Sundance 2013

Annamaria Cancellieri, ministro della giustizia, invece di chiamare Salvatore Ligresti e scarcerargli la figlia, avrebbe dovuto rivolgersi a Martin Bonner, un ometto sui 65, australiano, ma finito, prima, nel Maryland dove ha messo su famiglia e dopo aver perso il lavoro, a Reno nel Nevada, ovvero uno degli ameni paesini che circondano Las Vegas. Martin lavorava come business manager per una chiesa ("Anche le chiese hanno dei profitti" eccome) ma dopo aver divorziato è stato cacciato. Dopo 3 anni di ricerca di un nuovo impiego, persino da Starbucks dove non gli hanno neanche risposto, ne ha trovato uno a migliaia di miglia da casa. E' il capo dei volontari di un programma/centro per la rieducazione dei carcerati. Forniscono loro un tutor, gli trovano un lavoro e cercano di farli rigare dritto, magari con un paio di novelle del buon Signore. Un giorno conosce Trevor, appena uscito dopo 12 anni al gabbio per omicidio colposo non volontario mentre era ubriaco alla guida. Sono due uomini soli, lontani da casa e dalle loro famiglie, e scatta immediatamente un'amicizia speciale.

Ambientato nel deserto del Nevada, in un paese tra tanti* (anche se Reno è effettivamente capitale ed è tra i più grandi dello stato), di quelli che costellano le lunghe strade trafficatissime anche di notte,

sabato 23 novembre 2013

Frances Ha di Noah Baumbach

Speciale Torino Film Festival 31.

"I'm not messy, i'm busy"
Frances

"Everyone's a winner baby, that's the truth"
Hot Chocolate

1) Greta. Mentre tutto il mondo impazzisce per l'astro nascente Jennifer Lawrence, premiata con l'Oscar, protagonista di una saga da milioni di dollari etc...etc... c'è una giovane attrice -meno giovane di JLaw- che ne è l'esatto opposto. Non bellissima, troppo alta, cammina come un uomo, sempre più vecchia di quanto realmente è, sembra sempre triste, fa film indie, nessun grande stilista la veste, non compare sulle riviste...si, una giovane Margherita Buy. E' l'emblema dell'alternativo, dell'underground (degli hipsters?). E' Greta Gerwig, 1983, Lo stravagante mondo di Greenberg, Damsels in distress, The house of the devil, Lola versus, ma anche sporadicamente in produzioni più grandi, come l'orripilante ma con un motivo To Rome with love, Amici amanti e..., Arturo. Talento da vendere, grande naturalezza nella recitazione, perfetta per quei ruoli che le troppo belle rifiutano. Se il film fosse più migliore assai (cit.) sarebbe più famosa e più lodata, ma non è il tipo da cercare simili facezie.

martedì 19 novembre 2013

Il passato di Asghar Farhadi

Nelle sale dal 21 novembre.

Che potenza il cinema iraniano. Nato da poco -quello odierno nasce post rivoluzione islamica fine anni 70- ma già capace di produrre talenti invidiati da mezzo mondo. Tutto nacque con i Kiarostami, oggi conosciuto ad ogni latitudine, e i Makhmalbaf o i Naderi, un cinema aderente alla realtà, semi documentari che rispecchiavano la contemporaneità di un paese da sempre martoriato da guerre, dittature, opprimenti dogmi religiosi, e che allo stesso tempo la stravolgevano, giocavano con il rapporto reale-fantastico come solo i grandi artisti sanno fare.
Una generazione che ha permesso ad altri autori di venire fuori, come Mehrjui, Ayyari o addirittura donne, come Tahmineh Milani, o Samira  Makhmalbaf, figlia di Mohsen, e Marjane Satrapi senza dimenticare il pruri premiato e ancora oggi agli arresti, Jafar Panahi. Un cinema che nonostante mille ostacoli, tra cui una censura sempre più abbordabile ma pur sempre presente, riesce a produrre una sessantina di film l'anno -numero ormai stabile da qualche tempo. Pochi film ma percentuale di successo e qualità strabiliante. Sarà l'ambiente di ristrettezze che produce tali menti, chissà -o la (voglia di) fuga. Non ultima di queste è quella di Asghar Farhadi, salito alla ribalta nel 2009 con About Elly, vincitore dell'Orso d'argento di Berlino e ancora di più due anni più tardi quando ha portato a casa l'Oscar (oltre a Golden Globe e Orso d'oro) per miglior film straniero con il meraviglioso Una separazione, primo nella storia. Il passato inizia quasi dove Una separazione finiva.

domenica 17 novembre 2013

Venere in Pelliccia di Roman Polanski

Nelle sale dal 14 novembre

Scorrendo la filmografia di Roman Polanski, si sarebbe tentati di stabilire un nesso tra la sua attuale condizione di esule o "prigioniero" e le ultime storie che ha scelto di raccontare, tutte confinate in uno spazio limitato ma non limitante, che si tratti di un'isola inospitale o delle quattro mura di un appartamento newyorkese. Eppure, andando ancora più indietro, ci si rende conto che questo suo gusto per il claustrofobico si è manifestato anche in tempi non sospetti, basti pensare a film come Repulsion (bellissimo, anche se lui lo ha quasi disconosciuto) e L'inquilino del terzo piano o ancora al più celebre Rosemary's Baby. Ciò nonostante non si può negare che l'interesse del regista sia ormai interamente rivolto al teatro, lo avevamo intuito con Carnage e ora Venere in Pelliccia ha spazzato via ogni dubbio. La fonte è l'omonima pièce teatrale di David Ives (di origini polacche, come Polanski) ispirata a sua volta al celebre romanzo di Leopold von Sacher-Masoch, un esperimento metateatrale che permette a Polanski di eliminare qualsiasi tipo di surrogato per portarci direttamente sul palcoscenico. Non più teatro che contamina il cinema quindi, ma cinema che entra (letteralmente) nel teatro.

venerdì 15 novembre 2013

jOBS di Joshua Michael Stern

In sala dal 14 novembre.
"Twenty years ago we had Johnny Cash, Bob Hope and Steve Jobs. Now we have no Cash, no Hope and no Jobs. Please don't let Kevin Bacon die". 
Bill Murray

Come sarebbe oggi la nostra vita senza Steve Jobs e la Apple? Probabilmente migliore. Staremmo più all'aria aperta, saremmo meno nervosi, leggeremmo di più. O forse no, totalmente l'opposto, o esattamente identica a come è oggi. Di sicuro non leggereste questa opinione. Hey ma tanto poi arrivò Bill Gates, no?
Steve Jobs ha effettivamente cambiato la nostra vita, soprattutto quella di noi giovani (nati anni 80-90). Ha creato per primo il personal computer, per primo ha messo nelle nostre tasche il lettore MP3 e sempre per primo ha portato il cellulare -termine ormai da età della pietra- a un nuovo inimmaginabile livello. Ha fatto di più. Ha creato un culto, una setta, una moda dietro una marca (di computer, la cosa più geek ancora oggi). E' arrivato tardi solo sugli e-book, credo.
Spirito ribelle, genio naturale, stronzo categoria pesi massimi, Jobs è persino riuscito nell'impresa, lui tanto bravo nelle presentazioni convincenti di nuovi prodotti, a preparare tutti alla sua lenta e inesorabile morte, dovuta a un tumore al pancreas e avvenuta il 5 ottobre di due anni fa. Un avviso perfetto da permettere agli sceneggiatori di creare un buon e documentato film sulla sua vita. Peccato che per una volta sia stato battuto sul tempo, da un ragazzino e da un signor regista.

giovedì 14 novembre 2013

The Canyons di Paul Schrader

Fuori concorso alla 70esima Mostra del Cinema di Venezia.
Nelle sale italiane dal 14 novembre.
Questa a fianco è una delle tante belle locandine. Le altre qui.

Finalmente è arrivato il giorno di The Canyons al festival. Che piaccia o meno, il film di Paul Schrader -al lido in veste anche di presidente di giuria della sezione Orizzonti-, è stato per ora il film più atteso di Venezia e quello che più ha fatto parlare, il film scandalo che ogni festival che si rispetti deve avere. E tutto questo nonostante non sia in concorso e, per vie traverse, sia stato già visto da mezzo mondo.
Realizzato con due lire, tirate su tramite il crowdfunding sul sito Kickstarter.com The Canyons è un coacervo di veri e propri personaggi. Paul Schrader è un regista sui generis, uno che ha scritto Taxi Driver di Scorsese mentre viveva in macchina, per strada, perchè cacciato dalla moglie, uno che ha omaggiato il finale di Diario di un ladro di Bresson,  non in un solo film ma in ben due (American Gigolò e Lo spacciatore) ed infine uno che ha diretto alcune scene hot di questa sua ultima fatica, completamente nudo, per mettere a loro agio gli attori. Sceneggiatore è Bret Easton Ellis, romanziere folle facente parte della nuova generazione americana dei cannibali (Palahniuk, Foster Wallace), autore di follie lucide come Le regole dell'attrazione, Glamorama, Luna Park e il suo capolavoro, American Psycho. Attore principale è James Deen, porno attore vero, a soli 27 anni già protagonista di circa 1000 porno con titoli come Milf gangbangs, James Deen Loves Butts, What an Asshole e il classico Official the Hangover Parody. Infine attrice principale è lei, la diva, l'ex bambina prodigio, un'altra delle stelline Disney andata in frantumi con l'arrivo della pubertà, una che ormai non ha più bisogno di presentazioni, Lindsay Lohan, attesissima sul tappeto rosso di Venezia, ma forfaittante a pochissime ore dalla proiezione (Non gli hanno dato abbastanza soldi? Non sta bene? Il brusio continua ancora oggi).
Da un gruppo di soggetti così non poteva che uscire il film più disturbante dell'anno.

domenica 10 novembre 2013

Machete Kills di Robert Rodriguez


Nelle sale dal 7 novembre

La versione di Intrinseco

Premetto subito che a me il primo Machete non era piaciuto per niente, prima di tutto perché mi aveva annoiato a morte, e poi perché sono tendenzialmente contrario all'idea del B-Movie a medio/alto budget. E qui forse è necessaria una precisazione: il progetto Grindhouse per quanto mi riguarda non rientra in questa categoria, perché in quel caso se i soldi c'erano erano mascherati molto bene, e guardando i due film (soprattutto Deathproof) si aveva davvero la sensazione di tornare indietro nel tempo in una sala puzzolente e malfrequentata. E comunque si trattava di un unicum, un esperimento divertente che avrebbe dovuto fermarsi lì (anche se, lo ammetto, la prospettiva di un lungometraggio su Werewolf Women of the SS è molto allettante) e invece no, come al solito bisogna battere il ferro finché è caldo, prima con gli spin-off e poi con i sequel dei sequel.

sabato 9 novembre 2013

Prisoners di Denis Villeneuve

Nelle sale dal 7 novembre

Quando ci si accosta ad un film come Prisoners, lo si fa quasi sempre con quello scetticismo che si manifesta quando un bravo regista non-americano si lascia tentare da una produzione americana, anche perché i risultati sono sempre altalenanti. Questa volta tocca al canadese Denis Villeneuve, regista dello straziante La donna che canta (Incendies, 2010), che però trova nella sceneggiatura di Aaron Guzikowski (quello di Contraband, eh lo so...) un soggetto non troppo lontano dalle sue corde.
Keller Dover (Hugh Jackman) è l'archetipo cinematografico del padre di famiglia americano: autoritario, profondamente religioso ed ossessionato dalla paura, una paura ereditaria che lo spinge a creare un rifugio sicuro nel suo seminterrato e a riempirlo di scorte per affrontare qualsiasi tipo di calamità. E' stato educato per essere pronto a tutto, ma il pomeriggio del giorno del ringraziamento sua figlia e quella del suo vicino attraversano la strada davanti casa e spariscono nel nulla.

venerdì 8 novembre 2013

Outrage Beyond di Takeshi Kitano

In uscita: a noleggio dal 7 novembre, in vendita a fine mese e al cinema mai.

-Dai andiamocene cazzo.
-Cosa hai detto Otomo!?
-Ho detto cazzo.
-Come ti permetti?!
-Non era rivolto a voi, coglione!

DOVE ERAVAMO RIMASTI I: Dopo quindici anni di grandi successi e in alcuni casi di veri e propri capolavori, l'eclettico Maestro giapponese Takeshi Kitano, si andò a scontrare con una profonda crisi creativa. Un'eventualità a cui si va incontro tutti prima o poi, che si sia dei geni o dei semplici scribacchini, è sempre dietro l'angolo. 
Che cosa si fa in questi casi? O ci si ritira dalle scene finché non si torna alla normalità, o si fanno lavoretti facili, compitini, tanto per continuare a fare qualcosa e chissà che la crisi non finisca di colpo. Beat Takeshi non fece nessuna delle due cose. 
Ne parlo con il suo pubblico, usò le telecamere e il grande schermo come fosse uno uno psicologo -quando si ha dato tanto, è giusto pretendere anche solo un piccolo spazio per se stessi- per affrontare il suo stato d'animo e il suo blocco. Creò la trilogia della distruzione (Takeshi's, Glory to the filmmaker, Achille e la tartaruga), in cui si è decostruito, si è fatto a pezzetti e si è ricostruito piano piano. Ha potuto parlare di se, del se regista, del se artista, dell'arte oggi e del ruolo in generale dell'artista. Un'insieme di film strazianti, schietti, in cui Kitano si mostrava senza difese; lui maschera vivente e faccia da gangster sadico. Poi, ritenutosi curato, è ritornato al lavoro, e l'ha fatto ripartendo da quello che l'ha reso famoso, dalla base, dall'isola di salvezza: la Yakuza.
Outrage, un'analisi fredda e calcolata delle logiche interne alle famiglie mafiose giapponesi, uscì nel 2010, a Cannes, fu un piccolo passo verso il vecchio Kitano, forse irrecuperabile. Non destò nessuna reazione degna di nota, ma noi tutti facevamo il tifo per lui. 

DOVE ERAVAMO RIMASTI II: Ovvero la fine di Outrage, ed essendo questo un sequel, chiaramente spoilererò tutto del capitolo precedente. Siete avvisati.

mercoledì 6 novembre 2013

Questione di tempo - About time di Richard Curtis

In anteprima mondiale a Locarno il 16 agosto.
In uscita nelle sale italiane il 7 novembre.

It's about time, era anche ora che Richard Curtis tornasse alla regia e soprattutto a scrivere una nuova commedia per il grande schermo. L'autore di alcune delle più riuscite romance e cult comedy inglesi dell'ultimo decennio, da Love Actually a Notting Hill al Diario di Bridget Jones fino a Mister Bean, torna a 4 anni di distanza dalla sua ultima divertente scorribanda per mari con la sua Radio Rock e lo fa con una storia sui viaggi nel tempo ma ancora di più sulla vita, sulle nostre scelte e sulla famiglia. Fantascienza o racconto generazionale?
Il giorno dopo una delle più brutte serate della sua vita, il giovane e impacciato Tim viene chiamato dal babbo nel suo studio. Deve rivelargli un segreto riguardante tutti i maschi della famiglia: una volta compiuti i 21 anni, cioè proprio il caso di Tim, iniziano a viaggiare nel tempo. Basta poco, un luogo buio, molta concentrazione e stringere i pugni pensando a un luogo del proprio passato, quindi non troppo in là e soprattutto niente futuro. Nonostante Tim pensi sia uno scherzo, ci prova e riesce a ritornare alla sera precedente, migliorandola decisamente. Essendo un ragazzotto per bene, non pensa di usare questo potere per soldi, fama o potere, ma semplicemente per trovare finalmente una ragazza e formare così una famiglia. Una volta trasferitosi a Londra incontra Mary, forse quella giusta.

giovedì 31 ottobre 2013

Blancanieves di Pablo Berger

Nelle sale dal 31 ottobre
(Per ora è presente in pochissime sale, ma stando a quanto dice il distributore nelle prossime settimane il numero dovrebbe aumentare.)

Anche se il regista dichiara di averci pensato già qualche anno prima, guardando Blancanieves la mente torna inevitabilmente a The Artist di Michel Hazanavicius. E una qualche influenza deve esserci sicuramente stata, anche solo la spinta a cavalcare l'onda e a realizzare una vecchia idea conservata nel cassetto. Blancanieves di Pablo Berger, co-produzione belga-franco-spagnola (e chi li ferma gli spagnoli ?), è un libero adattamento dell'omonima favola dei fratelli Grimm, ma soprattutto, è un film muto in bianco e nero.
Durante una delle sue esibizioni, il celeberrimo torero Antonio Villalta si fa distrarre da un fotografo e finisce incornato. Tra gli spettatori c'è sua moglie, che dopo aver assistito alla scena inizia ad avere le doglie. Lui sopravvive ma rimane paralizzato dalla testa in giù, lei muore dando alla luce Carmen. Distrutto dal dolore, Antonio rifiuta di vedere la bambina e qualche mese dopo sposa l'infermiera Encarna (Maribel Verdù, c'è una leggera somiglianza con Berenice Bejo), che per la piccola Carmen si rivelerà una matrigna perfida e spietata.

Before Midnight di Richard Linklater

Nelle sale italiane dal 31 ottobre.

Una delle trilogie più espanse della storia del cinema e una delle più amate, giunge finalmente alla suo conclusione e lo fa nella maniera più degna e forse consona. Abbiamo conosciuto Jesse e Celine 18 anni fa, su un treno per Vienna. Due ventenni in viaggio, uno con una relazione amorosa andata male da dimenticare e l'altra di ritorno a Parigi dopo essere andata a trovare la nonna. Jesse doveva passare la notte a zonzo per la capitale austriaca e convinse Celine a tenergli compagnia. Tra i due scattò immediatamente un notevole feeling e riuscirono ad aprirsi totalmente, conversando di tutto dalla filosofia all'amore fino alla propria famiglia, ai propri problemi più personali. Si re incontrarono per caso nove anni dopo in una libreria parigina, la mitica Shakespeare and Company, e passarono insieme una giornata, riaccendendo quell'amore interrotto nato nel loro primo fortuito incontro. Li avevamo lasciati quindi nella stanza di lei, in un finale aperto e perfetto, forse anche conclusivo per certi versi. Oggi, dopo altri ulteriori nove anni, li ritroviamo in Grecia, in vacanza, ormai quarantenni, con due figlie e una relazione e un legame ormai consolidato capace di andare oltre le imperfezioni altrui, i bisticci e i rimpianti che inevitabilmente si sono creati nel corso di un ventennio. Ancora un giorno con loro, fino alla mezzanotte, l'ultimo...forse.

Già, li avevamo lasciati trentenni, con vite ancora separate, sfioratisi un paio di volte senza mai vedersi dopo quella promessa non mantenuta a Vienna. E' passato quasi un decennio eppure non sembra passato un giorno. Il trio Linklater-Delpy-Hawke torna, cresciuto, a mettersi a nudo e a parlare a una nuova generazione e soprattutto a quella stessa cresciuta con il film.

domenica 27 ottobre 2013

La vita di Adele di Abdellatif Kechiche

Nelle sale dal 24 ottobre
Palma d'Oro al Festival di Cannes 2013

Premiato a Cannes con la Palma d'Oro, che per la prima volta nella storia è stata consegnata anche alle due attrici protagoniste, La Vie d'Adele di Abdelatif Kechiche è la libera trasposizione di Le Bleu est une couleur chaude, graphic novel firmata da Julie Maroh e a sua volta vincitrice di diversi premi. A partire dal titolo, Kechiche sposta tutta l'attenzione (sua e dello spettatore) sulla protagonista della storia, Adele, interpretata guardacaso da Adele Exarchopoulos, una ragazza diciassettenne all'ultimo anno del liceo, ancora disorientata ma allo stesso tempo con le idee chiarissime. Un pomeriggio, proprio mentre raggiunge il luogo del suo primo appuntamento con un ragazzo, intravede una giovane donna con i capelli blu, Emma (Lea Seydoux), ed è subito amore a prima vista. Nonostante le differenze, nell'età e in un'infinità di altre cose, Adele ed Emma sono destinate a stare insieme.

venerdì 25 ottobre 2013

5 cose da fare a New York per essere dei veri cinefili

When you leave New York you ain't going anywhere.”
Jimmy Breslin

A seguito del successo della guida cinematografica per le vie di New York (questa qui) e dopo il mio terzo ritorno da quella che infantilmente continuo a chiamare casa (eh ma un giorno vedrete!), vi propongo ora una nuova guida, molto più short ma equamente cinematografica.
5 cose 5 da fare a New York -odio questo tipo di articoli, come odio il film Alta fedeltà, tutto classifiche e John Cusack...brrr, ma aimè devo soccombere- per meritarsi l'appellativo di veri cinefili incalliti. Sarebbe bello farlo per molte altre città e magari lo farò, ma solo una ha rapito il mio cuore, solo una è sempre nella mia testa e solo in una ho lasciato la mia anima. Casal Pusterlengo. No scherzo, però sono ferrato solo di New York, ma immagino che questo mi darà un buon motivo per viaggiare ancora e ancora, e cambiare destinazione stavolta (se ci riesco).

Dunque, fare il cinefilo in vacanza, non è semplice. Di solito si riesce solo sull'aereo, quando ci si spara più film possibili, catafratti in un sedile in cui starebbe stretto persino quell'essere viscido e corto di Brunetta. Per il resto non c'è proprio il tempo o la volontà. Non si riesce ad andare al cinema, non si torna in albergo per vedersi un film alla tv, non si fanno acquisti di DVD (vuoi per la lingua o per limitazioni territoriali). Ma più che altro non ci si pensa, è vacanza anche per la nostra passione numero uno.

giovedì 24 ottobre 2013

The Act of Killing di Joshua Oppenheimer

Dal 17 ottobre al cinema
In realtà, se non mi hanno informato male, era disponibile solo in un cinema di Roma, e in una versione pesantemente tagliata (115 minuti contro i 159 dell'edizione integrale)
Aggiornamento! Il film verrà messo in programmazione da alcuni cinema di Milano e Bologna, e immagino anche altrove.

Nella notte tra il 30 settembre e il 1 ottobre 1965, sei generali indonesiani vengono assassinati dal Movimento 30 Settembre. L'esercito, guidato dal generale Suharto e appoggiato dal presidente Sukarno, attribuisce tutta la responsabilità al Partito Comunista, dando il via ad una purga che porterà all'eliminazione di oltre cinquecentomila comunisti (nel film si parla di un milione).
Questo sterminio metodico viene affidato ai "gangster" (la parola indonesiana è un calco dell'espressione "free men"), piccoli criminali che in poco tempo si organizzano in gruppi paramilitari perfettamente integrati nello stato e nella società.
Joshua Oppenheimer ha descritto il suo film come un "documentary of the imagination", un ossimoro che si presta perfettamente a descrivere la doppia natura di The Act of Killing, continuamente in bilico tra realtà (quindi documentario) e finzione, tra l'atto di uccidere e la sua messa in scena. E anche se il film è tutt'altro che simmetrico e lineare, è come se fosse composto di due metà.

domenica 20 ottobre 2013

Cose Nostre - Malavita di Luc Besson

Nelle sale dal 17 ottobre.

"Papà riesce a esprimere qualsiasi emozione con la sola parola cazzo. Cazzo! Che può significare 'C'hanno beccato', oppure Cazzo! Che stavolta significa 'Che buona questa pasta'".

Il sempre più prolifico Luc Besson -regista, sceneggiatore e romanziere, attore, produttore, padrone di una grande casa di produzione, forse la più grande d'Europa, montatore, direttore della fotografia, tutto- per l'ennesima volta si diverte a cambiare genere rispetto al suo precedente progetto. Dopo le recenti avventure in CGI con il popolo dei minimei (x2), la spassosa, avventurosa, egizia e chi più ne ha più ne metta, caccia al tesoro di un altra Adele francese, presto finita nel dimenticatoio e la biografia di Sansoucì (quella che inventò la birra) adesso ci prova e ci riprova con l'azione, quella con cui nacque e che scombussolò il cinema francese 80-90, con una black comedy, in cui mano a mano che si procede i cadaveri superano di gran lunga il numero delle risate.
Cose nostre - Malavita, parte da dove Quei bravi ragazzi terminava (non è un titolo messo a caso, verrà citato almeno in due occasioni in maniera plateale e metacinematografica). Fred Blake AKA Giovanni Manzoni è il classico rat, lo spione che per salvare se stesso ha venduto molti membri della sua famiglia mafiosa. Uno di questi, finito al gabbio, se l'è legata al dito e gli ha sguinzagliato contro i

lunedì 14 ottobre 2013

Insidious 2 - Oltre i confini del male di James Wan

Nelle sale dal 10 ottobre

Oren Peli, Jason Blum e James Wan sono inarrestabili. Ogni progetto su cui mettono le mani ultimamente si trasforma in oro (da un punto di vista esclusivamente finanziario), film costati una sciocchezza che in un batter d'occhio si ripagano da soli e in due battiti incassano dieci volte il loro budget. E visto che fessi non sono, i geni del male si lasciano sempre qualche porta aperta, o meglio, qualche inevitabile finale aperto, così, mentre il pubblico si riversa in sala come se non ci fosse un domani, loro possono subito mettersi al lavoro sul primo di tanti sequel. E' stato così per The Conjuring ed ora è lo stesso per Insidious 2, che è costato a malapena cinque milioni e ne ha già incassati più di cento.
La storia riprende da dove l'avevamo lasciata, ma prima un veloce flashback ci porta all'infanzia di Josh (sua madre ha lo splendido viso di Jocelin Donahue, la bravissima protagonista dell'altrettanto splendido The House of the Devil), anche lui come suo figlio era tormentato da uno spirito in cerca di un corpo, ma la giovane sensitiva Elise lo aveva salvato tramite l'ipnosi, reprimendo la sua capacità di comunicare con l'aldilà. Nel presente il Josh adulto (Patrick Wilson) ha risvegliato quel "dono" per salvare suo figlio Dalton, e quell'entità molto poco benevola è tornata a perseguitarlo.

sabato 5 ottobre 2013

Gravity di Alfonso Cuarón

Nelle sale dal 3 ottobre

Stando alle parole del regista e co-sceneggiatore Alfonso Cuarón, Gravity è uno di quei film sognati a lungo e accantonati per le ragioni più disparate. In questo caso il limite era la tecnologia, così l'idea di Alfonso e Jonas Cuaron è rimasta a fermentare per qualche anno, finché James Cameron (che del film sta parlando benissimo) e il suo Avatar (2009) non sono arrivati a smuovere le acque. A distanza di quattro anni, dopo una lunga e meticolosa preparazione, Gravity arriva finalmente nelle sale.
Ad un passo dal record per il numero di ore trascorse nel vuoto, l'astronauta esperto Matt Kowalski (George Clooney) accompagna l'ingegnere biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock) nelle operazioni di aggiornamento del telescopio Hubble; per lui è l'ultima passeggiata nello spazio, per lei la prima. Una missione da manuale che si trasforma in catastrofe non appena uno sciame di detriti distrugge lo shuttle. Matt e Ryan sono gli unici superstiti, abbandonati nel vuoto, nel più desolante silenzio radio, dovranno trovare un modo per tornare a casa.

martedì 1 ottobre 2013

Filmbuster(d)s - Stagione 2 - Episodio 8

Torniamo dal coma dopo un mese di silenzio. Una veloce panoramica sui film passati in sala nelle ultime settimane (The Grandmaster, Mood Indigo, Rush, You're Next) e quattro chiacchiere sulle ultime uscite (The Bling Ring e La Fine del Mondo).
Buon ascolto!


[00:00:28] L'angolo del tripudio
[00:10:45] The Grandmaster di Wong Kar-wai
[00:23:25] Mood Indigo di Michel Gondry
[00:32:30] Rush di Ron Howard
[00:42:30] You're Next di Adam Wingard
I film in sala:
[00:47:45] The Bling Ring di Sofia Coppola
[01:04:20] La Fine del Mondo di Edgar Wright




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domenica 29 settembre 2013

La Fine del Mondo di Edgar Wright

Nelle sale dal 26 settembre

Oh cazzo, Newton Haven! Prendetevi un attimo per guardarla nei suoi colori originali, perché stasera la faremo nera.

Finalmente uno degli eventi cinematografici dell'anno, l'ultima attesissima follia di un regista (e una coppia di attori) che ha messo d'accordo praticamente tutti, dallo spettatore qualunque all'appassionato di cinema più intransigente. E noi italiani cosa facciamo ? Lo piazziamo in appena 65 sale (ma per Wright è già un bel traguardo) ad orari improbabili e per periodi di tempo vergognosamente brevi. Per di più in sale completamente deserte, dopo che abbiamo regalato montagne di soldi a decine di noiosissimi blockbuster. Forse il mondo merita davvero di finire...
Nel 1990, per festeggiare il diploma, Gary "The King" King (Simon Pegg), Andy Knightley (Nick Frost), Peter Page (Eddie Marsan), Steven Prince (Paddy Considine) e Oliver "Omen" Chamberlain (Martin Freeman) hanno tentato l'impresa: il Golden Mile, un leggendario giro di bevute attraverso i 12 pub della cittadina di Newton Haven. Ma i cinque moschettieri (con nomi cavallereschi) cadono uno dopo l'altro senza aver raggiunto l'ultimo, il The World's End. L'adolescenza è scivolata via, gli amici inseparabili hanno preso strade diverse per diventare noiosissimi adulti, tranne Gary, quarantenne immaturo con problemi di droga. Un giorno, durante una seduta di terapia, ha un'illuminazione: l'unico modo per sbloccare la sua vita è rivivere quel glorioso giorno, così trascina i quattro amici a New Haven per completare il Golden Mile, ma la tranquilla cittadina di provincia nasconde un inquietante segreto.

mercoledì 25 settembre 2013

The Bling Ring di Sofia Coppola

Nelle sale dal 26 settembre.

Perchè il Johnny Marco di Somewhere viveva allo Chateau Marmont, l'hotel delle celebrità, piuttosto che comprarsi una bella villona da superstar come tutti gli altri? Perchè sapeva che un gruppo di stronzetti poteva svaligiargli casa.
Spring Breakers atto II. Prendi un giovane attrice, famosa per essere la tipica brava ragazza sul grande schermo e fuori, falle fare la cattiva ragazza, che pippa, fuma, beve e ruba. Fallo in scala minore, senza provocazioni e in modo molto canonico e ottieni The bling ring.
Tra l'ottobre 2008 e l'estate 2009, a Los Angeles, un gruppo di adolescenti di buona famiglia, ha ripetutamente fatto irruzione nelle case dei vip della zona, dove ha saccheggiato borse, vestiti, orologi e gioielli (addirittura persino una Sig Sauer calibro .380) per un valore complessivo di 3 milioni di dollari. Tra le vittime, Paris Hilton, Orlando Bloom, Rachel Bilson and co. Non scassinarono mai, semplicemente riuscivano a trovare una porta aperta o una finestra o incredibilmente, la chiave sotto lo zerbino, ed entravano. Niente allarmi, niente polizia. Pazzesco, io abito in culo al mondo, c'ho due lire eppure metto l'allarme anche quando esco col cane.
La stampa li soprannominò il "bling ring" o "the burglar bunch", furono la gang criminale con più colpi a segno e di maggior fama nella storia recente di Hollywood. Sofia Coppola, dopo aver letto l'articolo "I sospetti indossano Louboutins" di Nancy Jo Sales, decise di farne un film loosely based on -ma neanche tanto-, per raccontare ancora una volta la generazione X o 2K10, vuota, allo sbando e senza un futuro.

martedì 24 settembre 2013

You're Next di Adam Wingard

Nelle sale dal 19 settembre

Ridendo e scherzando You're Next è un film di ben due anni fa. Terminato nel lontano 2011, passato per il Festival di Toronto lo stesso anno e poi infilato in qualche cassetto a prendere polvere per ragioni sconosciute, mentre il regista Adam Wingard e il fedele sceneggiatore Simon Barrett si tenevano impegnati con i due capitoli di V/H/S e The ABCs of Death. Per una volta quindi la colpa non è della perfida distribuzione italiana.
Dopo un rapido prologo che fa molto Scream, ci ritroviamo in macchina con una coppia di mezza età in viaggio verso la casa di campagna. I due si preparano a festeggiare l'anniversario di matrimonio, e per l'occasione sono riusciti a radunare tutti i figli sotto lo stesso tetto.
La convivenza forzata fa riemergere vecchi rancori, e una cena rilassata in famiglia si trasforma rapidamente nell'ennesima lite tra fratelli, ma qualcuno dall'esterno sta osservando...
You're next è l'ennesimo "home invasion", la classica storia di una famiglia qualsiasi assediata nella propria casa da un gruppo di assassini in maschera. Semplice e diretto, qualcosa che abbiamo visto in decine di film, da Cane di paglia alle due versioni di Funny Games, e che qui viene riproposto nella sua forma più spartana, senza variazioni sul tema e soprattutto senza sottotesti politici forti (e ricordando i fastidiosi didascalismi di La notte del giudizio viene da dire: molto meglio così).

domenica 22 settembre 2013

Rush di Ron Howard

Nelle sale dal 19 settembre.

E chi l'avrebbe mai detto? Eppure si, un tempo la formula 1 era uno sport maledettamente interessante ed emozionante. Prima dell'avvento dell'elettronica*, della sicurezza ad ogni costo, del kers, dei simulatori di guida etc... esisteva il mondo delle corse da cartolina, con sorpassi al limite, rischi e spettacolo -tutto quello che oggi i vari spot televisivi, sempre più belli e dinamici, tentano di venderci ma che non troviamo una volta aperta la confezione in super alta definizione. Ci avevano provato spesso in passato i nostri fratelli maggiori e i nostri padri ad assicurarci che la formula 1 era davvero così, ma noi non gli credevamo e solo in rare occasioni ci accorgevamo che forse avevano ragione. Ad esempio quando un record storico del giro, imbattuto da decenni, viene finalmente infranto, o quando un telecronista sottolinea un pilota ha scelto il casco giallo per omaggiare una vecchia gloria o ancora in qualche immagine di repertorio con le scintille che schizzano da ogni parte. Epoche in cui i nomi italiani occupavano ancora un piccolo spazio nel circus, insieme a vocaboli come Tyrrel, Imola, Andretti e Goodyear. Per fortuna che a ricordarci di quel mondo ci pensa Ron Howard.

E' strano ma Hollywood (e le grandi produzioni) non ha mai avuto un certo feeling con la formula 1, classe regina di tutte le categorie di corse. Sport da europei annoiati, penseranno, meglio fare filmacci sulla Nascar (che noiosa non è?) o premiare l'ennesima sceneggiatura di Stallone. E la pensava così anche Peter Morgan quando si mise a scrivere Rush, sul duello Lauda-Hunt, e pensando che mai nessuno l'avrebbe prodotto, nessuno coi soldi, non scrisse neanche una sequenza riguardante le corse o la pista. Sai che palle, fino a quando non è spuntato Ron Howard, suo sodale da un altro duello, l'ottimo Frost VS Nixon , uno che di formula 1 e motori sa giusto quello che gli ha insegnato Fonzie nella sua autorimessa, ma capace di realizzare dell'ottimo cinema d'intrattenimento.

domenica 15 settembre 2013

Mood Indigo di Michel Gondry

Nelle sale dal 12 settembre

La versione di Intrinseco

Subito una doverosa premessa: non ho mai letto L'Écume des jours e finora non avevo avuto nessun tipo di rapporto con le opere letterarie di Boris Vian. Di conseguenza mi astengo da ogni tipo di discorso sulla fedeltà della trasposizione, o su i limiti del cinema in rapporto alla letteratura, e viceversa. L'unica cosa che so, è che il romanzo di Vian è in parte autobiografico, un racconto della vita dell'autore attraversato da quella che Quenau ha definito"la più struggente storia d'amore moderna mai scritta".
Dal canto mio, se dovessi fermarmi al risultato della trasposizione e all'aspetto narrativo del film, parlerei piuttosto di una storiella di una banalità disarmante: lui ama lei, lei ama lui, lei si ammala e la vita diventa grigia e triste. Il tutto condito da una critica sociale stilizzatissima e da una serie di riferimenti vaghi e frammentari che probabilmente possono essere colti facilmente solo da chi ha letto il romanzo (o da chi avrà la (s)fortuna di vedere la versione integrale del film).
E qui casca il proverbiale asino, Michel Gondry ha preso un romanzo che lo ha irrimediabilmente segnato e lo ha buttato su pellicola nel modo più violento possibile, tagliando, sforbiciando (forse perché costretto) e velocizzando fino al parossismo in nome della messa in scena. Mood Indigo è un

sabato 7 settembre 2013

The Grandmaster di Wong Kar-wai

Nelle sale dal 19 settembre.

Wong Kar Wai has turned martial arts into a modern dance, The Grandmaster, arranged with both elegance and fury, left me mesmerized.” 
Martin Scorsese*.

A volte capita. A volte succede che un film di genere, esca dal suo ristretto recinto, sfondi le pareti imposte dalle definizioni da dizionario del cinema, dai pregiudizi degli spettatori e dalle stesse regole del genere cui appartiene, e si elevi a qualcos'altro. A film d'autore, a capolavoro, ad Arte, con la a maiuscola.
Non accade spesso, i generi sono per definizione di un livello più basso, di serie B, ma qualcuno ogni tanto ci riesce. Terrence Malick con il suo La sottile linea rossa, ha posto l'asticella del genere guerra, ad un livello poetico. Kubrick ha rivoluzionato la fantascienza con 2001 Odissea nello spazio. Friedkin (eh mica posso sempre citare Kubrick) e L'esorcista hanno mandato in pensione un'intera epoca dell'horror. Leone ha definitivamente ammazzato il western con (uno spaghetti western e) l'ammazza west per eccellenza, C'era una volta il West, senza citare i suoi altri. Film di genere sicuramente, ma liberatisi dalle catene, scevri da qualsiasi definizione a parte quella di capolavoro. 
Anche le arti marziali hanno avuto il loro Maestro, colui che le ha portate nell'olimpo del grande Cinema, colui che le ha sdoganate e che da filmettini per movie geek da videoteca, le ha portate all'attenzione del grande pubblico. Zhang Yimou ha realizzato tre quadri, tre affreschi, tre sublimi opere d'arte che hanno polverizzato il pregiudizio legato al film di kung fu. E poi è arrivato Wong Kar-wai e The Grandmaster

Happy together (again at last)!