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martedì 21 aprile 2015

Citizenfour di Laura Poitras

Al cinema dal 16 aprile
Vincitore Oscar 2015 per il Miglior Documentario

Trama: La regista Poitras viene contatta da un misterioso personaggio che si nasconde dietro il nome Citizenfour. Si tratta di Edward Snowden, un tecnico della NSA pronto a rivelare in che modo il governo americano viola ogni giorno la privacy di milioni di cittadini, senza alcun motivo. Il documentario segue i giorni in cui le rivelazioni di Snowden diventano di dominio pubblico.

Citizenfour è il terzo capitolo di una trilogia sull'America post 11 settembre a firma di Laura Poitras (gli altri due sono My country my country (2006) sulla guerra in Iraq e The Oath (2010) sulla prigione di Guantanamo), regista impegnata e che proprio a causa di queste pellicole scomode, si è trasferita a Berlino in pianta stabile. Sarà proprio su consiglio di Snowden, ancora whistleblower (non esiste una traduzione fedele in italiano, in quanto il termine vago spia, è denigrante) anonimo nascosto dietro mail criptate, che deciderà di lasciare il suo paese natale.
Citizenfour ha la sfortuna di uscire tardi, ovvero quando tutto il polverone legato a Snowden, non che sia esaurito e dimenticato, ma si è sicuramente attenuato. Purtroppo la memoria media è sempre molto labile su cose fatte volutamente passare nel dimenticatoio dopo poco tempo. Eppure la sua forza e i suoi molti pregi sono ancora vividi rendendolo un documentario dall'importanza enorme.

venerdì 10 aprile 2015

Into The Woods di Rob Marshall

Al cinema dal 2 aprile

Trama: Per eliminare una maledizione che grava sulla sua famiglia, un fornaio e la moglie dovranno imbarcarsi in un'avventura nel bosco alla ricerca di una mucca bianco latte, una scarpetta dorata, una chioma giallo grano e un cappuccio rosso. 

C'è una strana atmosfera di deja-vu che avvolge il nuovo film di Rob Marshall, Into The Woods, ma più che di "già visto", si ha la netta impressione di aver già ascoltato le melodie che compongono la sua struttura musical. Non è una sensazione gradevole, almeno per chi scrive, quella in cui le orecchie si incamminano non per una selva mai battuta prima, ma famigliare alquanto.
Compositore del musical omonimo originale è quel Stephen Sondheim che debuttò a teatro, fornendo le parole a un classicone come West Side Story. Sondheim ha poi continuato con le proprie gambe e creato interamente opere come A Little Night Music, Sunday in the Park with George e soprattutto Sweeney Todd. Ah bingo! Ecco cosa mi ricordava tutto il tempo, il film di Tim Burton.

domenica 27 aprile 2014

The Search for Weng Weng di Andrew Leavold

Speciale Far East Film Festival 16.

Andrew Leavold è un pazzo, e chiunque lo conosce ve lo può confermare. Andrew è un movie geek australiano, un patito di cinema all'ultimo stadio, uno che se incontrasse Tarantino ne verrebbe fuori una discussione interessantissima che durerebbe anni (e hanno in comune anche il medesimo backgound da videonoleggio). E' talmente esperto di cinema che avendo visto tutto quello vale la pena vedere e che è conosciuto a tutti, si è dato ai b-movies di più infimo livello. Si è così imbattuto in un paio di film filippini strani quanto spettacolari; uno era The Impossible Kid e l'altro For Y'ur Height Only. Il secondo è addirittura una parodia dei film di James Bond. Protagonista di entrambi è Weng Weng un attore adulto alto 90 cm -guai chiamarlo nano. I film sono davvero spassosissimi, con il nostro piccolo agente segreto 00 alle prese con super criminali, sparatorie, esplosioni e naturalmente tante focose amanti.
Leavold, che ricordiamo, è pazzo, si è innamorato talmente di Weng Weng che ha deciso di partire alla volta delle Filippine per trovarlo o per lo meno per coprire qualcosa su di lui, come il vero nome, cos'altro avesse fatto etc... Tranquilli se non avete idea di chi sia sto Weng Weng, neanche nella sua patria d'origine se lo ricordano più in tanti. Leavold alla fine ci ha messo 7 anni, ma ha scoperto tutto quello che era possibile scoprire e ne ha tirato fuori questo bellissimo documentario su uno dei più grandi eroi sconosciuti dell'exploitation.

domenica 13 aprile 2014

The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson

In sala dal 10 aprile.
Orso d'Argento al Festival di Berlino 2014.

Il mondo ha bisogno di Wes Anderson, ed in questo periodo di crisi e negatività ancora di più. Abbiamo bisogno del suo cinema, delle sua carrellate, dei suoi rallenty, dei movimenti di macchina precisi e "rotanti" e delle sue inquadrature sempre geometricamente perfette e simmetriche; abbiamo bisogno delle sue musiche, dei suoi capitoli, della cura per particolari forse insignificanti e dei suoi colori pastello; abbiamo bisogno delle sue storie strampalate, dei suoi personaggi eccentrici e delle sue storie d'amore tra fumetto e feuilleton. Abbiamo infine bisogno di perderci per un paio d'ore nel suo mondo, che esso sia un grande hotel una volta lussuoso e rinomato e oggi in declino, la tana di una volpe, un treno che viaggia per l'India, un isolotto al largo del New England, una casa borghese a Manhattan, un liceo dell'East Coast o infine un sottomarino in mezzo all'atlantico. Set ricostruiti a puntino frutto dell'immaginario fantastico di Anderson, a metà tra quadri o illustrazioni tecniche, un videogioco a scorrimento e una casa di bambole dove si può aprire la facciata e scivolare tra un piano e l'altro con immensa facilità, spiando queste piccole formichine all'opera nelle loro stanze, tutte indaffarate e mai ferme.
Dopo aver visto un suo film, rimane come un aura attorno ai nostri occhi e alla nostra visione del quotidiano, tutto sembra un film di Wes e ci muoviamo al rallenty, con una canzone indie pop come sottofondo.
Per questo che il suo ritorno con The Grand Budapest Hotel è un sollievo per l'anima e una vera gioia. C'è chi dice che Anderson si limita a fare e rifare lo stesso film utilizzando i suoi amichetti. Si potrebbe rispondere che decine di talentuosi e celeberrimi registi fanno e hanno fatto la stessa cosa, quindi non capisco dove sia il problema, ma una risposta migliore sarebbe, va benissimo così!

lunedì 14 ottobre 2013

Insidious 2 - Oltre i confini del male di James Wan

Nelle sale dal 10 ottobre

Oren Peli, Jason Blum e James Wan sono inarrestabili. Ogni progetto su cui mettono le mani ultimamente si trasforma in oro (da un punto di vista esclusivamente finanziario), film costati una sciocchezza che in un batter d'occhio si ripagano da soli e in due battiti incassano dieci volte il loro budget. E visto che fessi non sono, i geni del male si lasciano sempre qualche porta aperta, o meglio, qualche inevitabile finale aperto, così, mentre il pubblico si riversa in sala come se non ci fosse un domani, loro possono subito mettersi al lavoro sul primo di tanti sequel. E' stato così per The Conjuring ed ora è lo stesso per Insidious 2, che è costato a malapena cinque milioni e ne ha già incassati più di cento.
La storia riprende da dove l'avevamo lasciata, ma prima un veloce flashback ci porta all'infanzia di Josh (sua madre ha lo splendido viso di Jocelin Donahue, la bravissima protagonista dell'altrettanto splendido The House of the Devil), anche lui come suo figlio era tormentato da uno spirito in cerca di un corpo, ma la giovane sensitiva Elise lo aveva salvato tramite l'ipnosi, reprimendo la sua capacità di comunicare con l'aldilà. Nel presente il Josh adulto (Patrick Wilson) ha risvegliato quel "dono" per salvare suo figlio Dalton, e quell'entità molto poco benevola è tornata a perseguitarlo.

sabato 5 ottobre 2013

Gravity di Alfonso Cuarón

Nelle sale dal 3 ottobre

Stando alle parole del regista e co-sceneggiatore Alfonso Cuarón, Gravity è uno di quei film sognati a lungo e accantonati per le ragioni più disparate. In questo caso il limite era la tecnologia, così l'idea di Alfonso e Jonas Cuaron è rimasta a fermentare per qualche anno, finché James Cameron (che del film sta parlando benissimo) e il suo Avatar (2009) non sono arrivati a smuovere le acque. A distanza di quattro anni, dopo una lunga e meticolosa preparazione, Gravity arriva finalmente nelle sale.
Ad un passo dal record per il numero di ore trascorse nel vuoto, l'astronauta esperto Matt Kowalski (George Clooney) accompagna l'ingegnere biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock) nelle operazioni di aggiornamento del telescopio Hubble; per lui è l'ultima passeggiata nello spazio, per lei la prima. Una missione da manuale che si trasforma in catastrofe non appena uno sciame di detriti distrugge lo shuttle. Matt e Ryan sono gli unici superstiti, abbandonati nel vuoto, nel più desolante silenzio radio, dovranno trovare un modo per tornare a casa.

lunedì 15 luglio 2013

Pacific Rim di Guillermo Del Toro

Nelle sale dal 11 luglio.

"Robbott robbott ti ammazzo di bott".
Nel 1974 la Toho, come nuovo rivale per il suo quattordicesimo sequel della saga di Godzilla, se ne uscì con un robot gigante comandato dalla polizia anti mostri, la G Force; il super robot era  Mechagodzilla. L'esperimento funzionò e Mecha ritornò in un paio di episodi compreso Godzilla Vs Mechagodzilla 2 dell'epoca Heisei (ps: è nell'aria anche un 3). Questi non è che una delle tante fonti (Tengen toppa Gurren Lagann., Evangelion e la lista potrebbe non finire mai) a cui attinge Del Toro insieme al suo sceneggiatore Travis Beacham, per il suo Pacific Rim.
2020, da circa sette anni la terra è in lotta contro mostri alieni alti decine e decine di metri, comunemente chiamati con il termine giapponese, kaiju. Spuntano fuori non dal cielo, ma da una faglia tettonica creatasi sul fondo dell'oceano pacifico. Le loro apparizioni, prima sporadiche, si intensificano sempre più, tanto che tutti i popoli si uniscono per escogitare un modo per fermarli. Ne creano due: una enorme muraglia che tenga fuori i mostri, facilmente trapassabile e dai lavori infiniti; dei robot alti quanto i mostri, comandati da super soldati addestrati e connessi tra loro neurologicamente. I robot, o meglio, i jaeger, cacciatore in tedesco, se la cavano più che bene, fino a quando non arrivano dei nuovi kaiju, di livello avanzato, più pericolosi e possenti di prima. Tra la muraglia che non regge, i mostri che spuntano sempre più rapidamente e il fondo stanziato per i jaeger bloccato, pare evidente che bisogna fermare i kaiju in un altro modo e definitivo. Ma come?

domenica 14 luglio 2013

To the Wonder di Terrence Malick

Dopo la tiepida accoglienza al Festival del Cinema di Venezia, arriva finalmente nelle sale l'ultima fatica di quel geniaccio di Terrence Malick, che, abbandonati i suoi tradizionali tempi biblici, riesce a completare questo To the Wonder un solo anno dopo il colossale Tree of Life.
L'americano Neil (Ben Affleck, in un ruolo inizialmente assegnato a Christian Bale) conosce la francese Marina (Olga Kurylenko), i sue si conoscono e si amano nelle strade di Parigi e sulle spiagge di Mont Saint Michel. Quando lui torna in America, lei lo segue insieme a sua figlia nel "nuovo mondo", ma il loro amore appassisce e scivola via come le maree dei luoghi in cui è nato.
To the Wonder è la logica continuazione di un ciclo ideale iniziato qualche anno fa con The New World, un ciclo che coincide anche con lo sviluppo da parte di Malick di una certa idea di cinema, completamente libera dalle convenzioni narrative tradizionali. I suoi sono film che lavorano per sottrazioni e accumulazioni: ad ellissi narrative sempre più ampie e frequenti si accostano sequenze in cui la macchina da presa lascia parlare le immagini in tutti i loro infiniti dettagli, ad una quasi totale soppressione dei dialoghi sopperisce un uso intensissimo del soliloquio, quasi un flusso di coscienza dallo stile molto letterario che ci apre una finestra sulla mente dei personaggi, continuamente tormentati da dilemmi che poi affliggono anche il regista stesso.
Quello che differenzia To the Wonder da Tree of Life è il vistoso cambio di scala, laddove il secondo metteva continuamente a confronto l'infinitamente piccolo della provincia americana con l'infinitamente grande dell'armonia universale, il primo si concentra sull'aspetto più terreno ed infinitesimale, la piccola storia di un innamoramento che è anche un piccolo spaccato autobiografico.

sabato 13 luglio 2013

Sharknado di Anthony C. Ferrante

Mandato in onda sul canale americano SyFy l'11 luglio.
Speciale sugli Shark Movies.
Intervista allo sceneggiatore di Sharknado, Thunder Levin.

In America è un istant cult, Damon Lindeloff non smette di twittare a riguardo da ore e ha già prenotato il sequel (scherza chiaramente), sui social network è argomento top con picchi raggiunti impressionanti, Mia Farrow ha commentato durante la visione e ha postato una sua foto mentre lo guardava, la sera in cui è andato in onda ha oscurato la premiere di Pacific Rim, è il fenomeno del momento, il film dell'anno estate, è Sharknado.
Non che serva parlare della trama, ma dato che siamo qua. Los Angeles, giorni nostri, le assolate giornate tipiche della cittadina californiana sono messe in serio pericolo da un grosso temporale che si appropinqua dall'oceano pacifico. Ben presto guadagna potenza e si abbatte con violenza contro la costa. 
Non è più un temporale ma sono tre tornado (o trombe marine). La città è nel panico. Si ma non per l'acqua, il vento e la distruzione causata, bensì perchè i tornado hanno prelevato di peso gli squali più cattivi e feroci della zona e li stanno spargendo come sale su tutta la città. Non sembra esserci via di scampo, fino a quando, un manipolo di coraggiosi, capitanato da Tara Reid e lo Steve di Beverly Hills 90210, prendono in mano la situazione. 

martedì 4 giugno 2013

Tutti pazzi per Rose di Régis Roinsard

Nelle sale dal 30 maggio.




TITOLO ORIGINALE: Populaire.
SCENEGGIATURA: Régis Roinsard, Daniel Presley, Romain Compingt.
ATTORI: Romain Duris, Déborah François, Bérénice Bejo.
DISTRIBUZIONE: BIM.
PAESE: Francia 2012.
DURATA: 111 Min.


OGGETTO: Tutti pazzi per Rose è un film delizioso.

ALL'ATTENZIONE DI: amanti del buon cinema.




Trama: Primavera 1958. Rose Pamphyle, 21 anni, vive con il padre, un burbero vedovo che gestisce una drogheria in un piccolo villaggio della Normandia. Deve sposare il figlio del meccanico e le si prospetta un futuro da casalinga docile e applicata. Ma Rose non vuole questa vita. Parte per Lisieux, dove Louis Échard, 36 anni, carismatico proprietario di una compagnia di assicurazioni è alla ricerca di una segretaria. Il colloquio è un fiasco. Ma Rose ha un dono: lei batte a macchina a un velocità impressionante. La ragazza risveglia l'ambizioso atleta che dorme in Louis... Se vuole il lavoro, lei dovrà partecipare ad una gara di velocità di battitura. Non importano i sacrifici che dovrà affrontare per arrivare in cima. Louis s'improvvisa suo allenatore e decide che farà di lei la più veloce battitrice del paese se non del mondo! E l'amore per questo sport non necessariamente si concilia con l'amore stesso...

Commento: No no, non fatevi fregare dal titolaccio italiano, dalla locandina, dal trailer o dal vostro intuito. Non è un film romantico. Certo l'amore c'è ed è centrale, ma è un altro genere. Eh si, è un film sportivo. Ne ha tutti, e dico tutti, gli elementi. L'atleta (Rose) che deve vincere per mantenere/tenere/ottenere qualcosa (il lavoro), gli allenamenti estenuanti con un montaggio musicale, l'ex atleta ora allenatore che le insegna tutti i trucchi del mestiere, i primi fallimenti, la super campionessa stronza, gli scontri e i litigi tra allievo e maestro, un atleta con uno stile particolare (il dito singolo fulmineo) da ammaestrare e tanto tanto tifo da parte dello spettatore.
Impossibile rimanere comodi in poltrona, quando Rose affronta gli avversari di maggiore calibro, ci si alza sulla poltrona in piedi e si applaude, si urla, si fa la ola. 

domenica 26 maggio 2013

La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino

Nelle sale dal 21 maggio e in concorso al 66esimo festival di Cannes.

Cara nonna Isotta,
ti scrivo questa lettera per raccontarti di quel mio viaggetto a Roma che ho fatto recentemente. Nella capitale c'ero stato molte altre volte, ma una volta in più non guasta mai, vero? Sono andato perchè tentato da questa offertona della Sorrentino Line, una compagnia di bus molto quotata anche all'estero che proponeva il pacchetto "La Grande Bellezza", comprendente un tour di due ore e mezza (ma che poi si sa, sono sempre di più) della città, con soste organizzate nei punti più famosi e in quelli più nascosti. Per 8-9 euro, dipende da chi fai il biglietto, e senza l'extra 3D che tanti ti piazzano dappertutto, mi sembrava un'occasione irrinunciabile.
Che poi, la Sorrentino, l'avevo già presa per un tour in America, un viaggione da New York allo Utah tipo, pure bello eh, perchè i paesaggi erano proprio da cartolina e la guida, era tanto simpatica, con quella faccetta un pò così, ma che alla fine del viaggio dicevi "Embè, ma tutto qui?". Insomma non è che ti lasciasse tanto dentro oltre quei bei scorci.
Siamo partiti di mattina e con me c'erano anche tanti romani che volevano provare l'ebrezza di vedere la città da turisti. Proprio loro sono sbottati quando sulla fiancata del pullman pronto a partire abbiamo intravisto una grossa scritta, diverse frasi tratte da Viaggio al termine della notte di Cèline. "Annamo bene, annamo, mò vuoi vedè che parlano di nuovo tutti i personaggi per aforismi come quel Divo", hanno commentato.
Prima tappa al gianicolo con tanto di colpo di cannone. Vedessi quanti giapponesi c'erano, tutti con la macchinetta, come te li immagineresti. Poi c'hanno portato a sta mega festa che più che un party pareva uno spot della Martini. In pratica a sta festa c'era tappezzato da tutte le parti -che dopo un pò dà pure fastidio- decadenza, persone vuote, dissolutezza, cafonaggine, barocco. Qui c'hanno presentato la nostra guida, Gep Gambardella, uno giornalista ex scrittore. La festa è sua, per i 65 anni. Gep c'ha la classica faccia da schiaffi, e anche di gomma, ma nonostante sia una faccia che si fa vedere un pò troppo e che non azzecca proprio sempre tutte le volte che decide di mostrarsi, è così bravo e simpatico che alla fine te lo fai piacere.
Gep si è presentato attaccando sin da subito con queste frasi, con questa filosofia spiccia, gigante tra i suoi invitati al compleanno. Cita grandi autori europei, Celine, Flaubert, Dostoevskij -"Hu come la Poline de Il giocatore!"- e le persone gli muoiono attorno come mosche, stecchite dalla sua magniloquenza.
Quando Gep partiva con le sue tiritere, rovinava tutto il gusto della nostra gita. Apriva queste enormi parentesi con cardinali, spogliarelliste, Isabelle Ferrari, artisti del cavolo, e noi che volevamo vedere Roma o per lo meno seguire il percorso organizzato -ma poi c'era?- dovevamo starci (stacce rmn.) e subire un altro pippotto. 
Sorrentino, presente, appariva ogni tanto, a ridestare il gruppo, facendoci scoprire punti inaccessibili di Roma, irrintracciabili, e a cospargere tutto di mistero, di surreale, anche quando non c'era alcuna necessità. Tutto bello da vedere, il bus volava sui tetti di Roma, poi andava anche sull'acqua del Tevere, ma sembravano più esercizi di guida, di stile, al punto da risultare inutili. 

Passavamo poi da una festa all'altra dove c'era sempre la stessa gente, le stesse facce, lo stesso vuoto e gli stessi problemi. Tutti infelici, tutti alla ricerca non tanto della bellezza ma della normalità, senza sempre dover apparire come qualcosa che non si è, e magari ogni tanto stare a casa a guardare la tv, piuttosto che andare d qua e di la a fare presenza. Io però alla terza festa di fila m'ero già rotto le scatole e sinceramente dei problemi dei ricchi cafoni me ne facevo anche a meno.
Perchè, abbiamo capito che vuoi renderli macchiette, delle maschere, esagerare i difetti, ma sembrava di assistere a un tour parodia, con attori da teatro sperimentale e dialoghi al limite della commedia dell'assurdo -"Oggi nel jazz va la scena etiope". E quando compare Dario Cantarelli, sei sicuro che sia una presa in giro. Tanto più che la cafona del gruppo, Romina, è la vera coscienza, l'unica a capire e condannare -co' 3 G.
Il viaggio proseguiva a strattoni nonna, sempre, non ci fermavamo mai troppo in un posto, saltavamo subito in un altro e lasciavamo persone e personaggi che dopotutto poco avevano da dire. Tutto questo sali e scendi dal bus, e inchioda, e parti, l'ho trovato insopportabile. Anche perchè quando Sorrentino voleva fermarsi a un angolo, tendeva a sottolineare didascalicamente alcuni concetti sui monumenti o sui personaggi, in maniera sufficientemente tediosa da far sbuffare tutti quanti.

martedì 21 maggio 2013

Qualcuno da amare - Like someone in love di Abbas Kiarostami

In sala dal 24 aprile. Eh che ritardo!
1999. Abbas Kiarostami è in vacanza a Tokyo. Una sera mentre sta tornando in albergo in taxi, a colpire la sua attenzione guardando fuori dal finestrino,  non sono le mille insegne luminose della capitale nipponica, ne i localetti pieni di vita, ma una giovane ragazza, seduta sul ciglio della strada, su un marciapiede. Indossa un tradizionale abito da sposa. E' rapito da quella immagine ma il taxi continua la sua corsa e vede la sposa piano piano scemare in lontananza dentro lo specchietto retrovisore. 
Anni dopo Kiarostami tornerà a Tokyo per la premiere di alcuni suoi film e ogni volta tenterà di ritrovare quella ragazza, ritornando in quella strada. Ovviamente non la vedrà mai più. Da quel dì gli è rimasto un vuoto dentro, il senso di un incontro avvenuto ma mai proseguito o completato. Da qui, diciamo, nasce l'idea del suo nuovo film.
Diciamo, perchè dietro c'è in realtà un bell'assegnone con tanti yen e tanti zero. Secondo film di fila in trasferta per l'esiliato regista iraniano (prima era in Toscana per Copia conforme) per la prima volta in estremo oriente. La trama si riassume in due righe. Akiko è una giovane ragazza che si prosituisce per guadagnare qualche soldo. Una sera deve andare a casa di Watanabe, un simpatico vecchietto, con cui alla fine non combina niente. Nasce però tra i due un rapporto di amicizia e di reciproco aiuto nel nascondere e nel perpetrare alcune bugie. Come quella di nascondere a Noriaki, il fidanzato di Akiko, il vero lavoro della ragazza. Quando però la verità viene a galla, le cose volgono al peggio.

Kiarostami vende un film di maniera, ma privo di contenuto al suo fedele pubblico, che platealmente abbocca e ringrazia. Allo spettatore senza paraocchi, o senza un debito di eterna gratitudine verso il regista per i precedenti ottimi lavori, però Qualcuno da amare si rivela in tutta la sua pochezza.
Registicamente è senza dubbio interessante, dato che i 100 minuti e rotti del film di esauriscono in circa 6 macrosequenze dense di dialoghi, dove i movimenti della macchina da presa sono limitati al minimo come il dinamismo dei personaggi o l'evolversi della trama o gli ambienti. Mattone? Niente affatto, il tempo vola e in men che non si dica siamo già alla parte finale (che è stata scritta dal regista per prima. Il film si sarebbe dovuto chiamare The end). Un immersione totale nelle vicende dei protagonisti, nelle loro chiacchiere senza contenuto, talvolta, che fa perdere totalmente il senso del tempo e dello spazio. Ma c'è chi ha spento Somewhere, molto simile, dopo 10 minuti, quindi parlo a titolo personale.

giovedì 9 maggio 2013

Confessions di Tetsuya Nakashima

Nelle sale dal 9 maggio.
Ecco, quando ho letto questa cosa ho pensato a un errore o a un caso di omonimia. Ma io sto film l'ho vista da almeno due anni e mi ricordo che già ai tempi era uscito in Giappone da un pò, il tempo canonico per permettere di mettere online una versione pirata ma di buona qualità. Com'è possibile che quel Confessions, successo di pubblico e critica, messo da moltissimi nella top 10 del 2010 o 2011 esca adesso in Italia? Misteri della distribuzione, al solito. Dopo Hunger (trainato però da Shame) e gli occasionali Ghibli che ritornano in sala per sole 24 ore, come gli sconti sui siti di elettronica, ecco un altro esempio di film vecchio, già visto da tutti quelli che erano interessati, particolare ma lodato, che viene gettato in pasto al sozzo e becero pubblico italiano medio con una distribuzione a macchia di giaguaro stinto. Quanti andranno a vederlo? Per fortuna che la settimana della festa del cinema darà forse una mano e darà una mano a perpetrare questa politica insensata. Fine polemica.
Dunque si, io Nakashima lo conoscevo già (pfff io e Tetsuya? Così eh, così!) grazie alla mia perversione per le attricette giapponesi. Tutto nacque -si la faccio a mò di confessione così mi lego anche al film, che scrivere così fa tanto blogger di successo, dicono- quando buttai un occhio un pò vergognoso su Kamikaze girls con Kyoko Fukada (luv <3). Sembrava una vaccata, ragazzine-lolite con costumi rococò (no bè quello mi fa impazzire. I vestiti proprio), stile videoclipparo e fumettaro, umorismo infantile e spiccatamente nipponico. Non potevo partire con le peggiori aspettative. E invece fu subito amore, con successiva corsa a comprare il DVD e cercare più info possibili su questo geniale e folle regista.  
Appresi con gioia che non era al suo primo film, anzi era uno navigato e potevo quindi godermi subito le altre sue pellicole più famose, Memories of Matsuko, il suo cult, e appunto Confessions, nuovo di pacca. Lodato dal mondo intero per il suo stile a metà tra un manga e uno spot pubblicitario, Nakashima nasce proprio dal secondo campo e per molto tempo è rimasto famoso solo per le sue accattivanti  pubblicità-e qui dovrei mettere un link a una di esse ma non le trovo. Amen.
Si ma parlaci di Confessions che già è vetusto se poi la meni ancora un pò.
Da oggi (3 anni fa NDR) la cattiveria ha un nome, Confessions. Raramente ne ho vista tanta tutta concentrata in una sola pellicola. Deprimente, senza via di scampo, sconsolante, cattivo, spietato. Una virata decisamente dark per il definito Jeunet dagli occhi a mandorla, qui molto più Haneke like. Catalogabile sotto revenge movie, è un dramma-thriller psicologico che lascia atterrito e schiacciato qualsiasi spettatore, incapace di trovare una singola, minima, dose di bontà o di felicità per 108 minuti circa.

Un'insegnante sta facendo lezione come tutti i giorni e come tutti i giorni la classe non se la fila. Allora inizia a parlare della sua vita privata, dell'ex compagno malato di AIDS, con cui ha avuto una figlia anni prima. I due si sono lasciati proprio perchè lui non voleva rischiare di infettare la piccola, nata sana. Racconta di come la bambina, pochi giorni prima, sia stata trovata morta in piscina, affogata. La polizia ha detto che è stato un incidente, ma lei, grazie a qualche indizio trovato e qualche particolare (e soprattutto a una confessione) ha scoperto che è stato un omicidio, commesso da due dei suoi alunni. Come vendetta, dato che la legge minorile giapponese li tutela e dopo una piccola inutile punizione li reintegra nella società, dice di aver inserito del sangue sieropositivo nel cartone di latte dei due, che si sono appena slurpati con gioia. E questo è solo l'inizio, "solo" i primi 30 minuti. 
Potrebbe benissimo essere la fine di un agghiacciante thriller e invece è la partenza. Una serie di confessioni, una dietro l'altra, di persone coinvolte si susseguono. Ognuna portatrice di un pezzetto di verità. Centrali sono i due killers e il modo in cui reagiscono, in maniera diametralmente opposta, alla vendetta dell'insegnante. Ma è solo una iniziale fase per la via alla redenzione.

mercoledì 8 maggio 2013

L'uomo con i pugni di ferro di RZA

Nelle sale dal 9 maggio.
La scritta "Consigliato/prodotto da Quentin Tarantino", un ex wrestler e un pò di azione vi bastano per correre al cinema? Allora non potete perdervi questa pellicola. Ancora di più perchè...rullo di tamburi! E' la festa del cinema! E tutto costa solo 3 euro. Una festa organizzata dai distributori italiani e non sorprende quindi il fatto che in questa settimana, dal 9-16 non ci sia granchè da vedere. Polemica a parte, -in fondo non è che non ci sia nulla, ma nulla di trascendentale di certo. Roba che merita al massimo 3 euro, si- il nostro consiglio è quello di esagerare. Andate, guardate di tutto, anche le peggio cose, fatevi due risate e festeggiate. Non penso la rifaranno più.
L'uomo con i pugni di ferro segna il debutto alla regia di RZA, produttore musicale, rapper (membro del Wu Tang Clan), attivista della scena statunitense (?) e legato a doppio filo all'amico Quentin. RZA ci prova e mette tutto se stesso, figurando come attore, produttore, sceneggiatore, regista e compositore in un progetto che gronda salsa di soia da tutti i pori, come la sua stessa carriera (Wu Tang omaggio ai film di arti marziali made in Hong Kong, anche se c'è una bella discussione sui tanti significati dell'acronimo, l'album di debutto, 36 chambers, chiaro riferimento a un cultone del genere, e poi le colonne sonore di Ghost Dog, Kill Bill vol 1 e 2).
Siamo nella Cina feudale, Thaddeus è un fabbro di colore giunto nel paesino di Jungle Village dopo aver ottenuto la libertà dal suo padrone in America. Il giovinotto è innamorato della bella Lady Silk, una prostituta all'interno del grande locale gestito da Madama Blossom. Insieme progettano di lasciare il paese e le loro umilianti professioni per ricominciare da zero altrove. Fino a quando una cassa piena d'oro porta nella loro zona diversi gruppi di guerrieri, mercenari, un signorotto inglese con un coltellone gigante e l'esercito dell'impero. Le loro vite e l'esistenza dello stesso villaggio sono in pericolo, si preannuncia uno scontro epocale fatto di lame, corpi muscolosi d'orati, super poteri, arti marziali e ovviamente pugni di ferro.
Aspetta. Un nero liberato dalla schiavitù, l'amore per una donna, un uomo straniero, europeo, che gli da una mano e dai modi eleganti ma al contempo brutali come un macellaio. Inoltre un epoca antica, in oriente e con una mitragliatrice che sta per arrivare. Sembra Django (uscito dopo, facciamolo notare). E sembra anche un mix di molta filmografia di Tarantino. E' importante? No.

domenica 5 maggio 2013

Effetti collaterali di Steven Soderbergh

In sala dal 1 maggio.
Gli effetti collaterali di Effetti collaterali  possono essere il mal di testa o una generale difficoltà nella digestione anche nota come "dispepsia", effetti che sono stati riscontrati su un 10% degli uomini che hanno visto il film: sono dovuti al processo di vasodilatazione e hanno una durata compresa nell'arco di poche ore. In particolare, potranno presentarsi la prima volta che si vede il film, per poi scemare con il ripetuto uso dello stesso. No scherzo, questi sono gli effetti collaterali del Cialis. Si il farmaco che fa rizzare il pisello. No, il film di Soderbergh non fa rizzare il pisello. Almeno, non obbligatoriamente, non a tutti. No ecco basta, lo sanno tutti a cosa serve il Cialis smettetela di fare battute. Non l'ho mai preso!
Guardate alla vostra destra, poi alla vostra sinistra, ora in basso e ora in alto. Durante questo breve lasso di tempo Steven Soderbergh ha fatto un nuovo film. Ma come fa? Dove trova i soldi? E le idee? E il tempo? Negli ultimi due anni ce lo siamo ritrovato al cinema ogni weekend quasi, complice anche una distribuzione italiana talvolta in ritardo. Prima è arrivato Contagion , poi è spuntato fuori Knockout - La resa dei conti, poi il film che fa scappare i maschi e richiama gli arrusi Magic Mike, oggi esce Effetti collaterali, nel mezzo ci ha piazzato due progetti rimasti su suolo americano, oltre a qualche produzione o qualche collaborazione, come Side by side e tra meno dei due settimane lo ritroviamo a Cannes con il biopic su Liberace, Behind the candelabra.
Avendoli visti quasi tutti e avendo visto anche i precedenti lavori del regista, mi è balzato subito in mente un paragone, quello con Claude Chabrol. Tanti film, troppi, molti buoni, molti non buonissimi, nessun capolavoro (magari Chabrol uno si o quasi) ma neanche nessuna cagata pazzesca. Il classico regista che non riesci mai a lodare con tutto se stesso ma non riesci neanche a stroncarlo quando incappa in un brutto tiro. Tutti lo aspettiamo al varco da mo, e con la bilogia sul Che, sembrava finalmente essere arrivata la sua fioritura come autore (ma si, potrebbe già esserlo, essendo un termine così vago), ma i successivi lavori lo hanno rimesso nel limbo dei buoni con asterisco. Effetti collaterali mantiene la linea del buono ma.
Emily (Rooney Mara) è una ragazza depressa. Il marito (Channing Tatum al terzo film di fila con Soderbergh) sta scontando gli ultimi giorni in galera per insider trading, il motivo per cui hanno perso tutto; la villa al mare, la barca, le macchine, i soldi. Quando esce e tornano a essere una coppia, la felicità della donna non cambia. Dopo aver tentato il suicidio viene mandata da uno psicologo (Jude Law) che le prescrive diversi farmaci tra cui uno nuovo in prova. Tra gli effetti collaterali c'è il sonnambulismo e un giorno, immersa in questo stato, accoltella a morte il marito. Al processo viene dichiarata incapace di intendere e di volere eppure lo psicologo, eroso dal senso di colpa per averle prescritto lui quel farmaco, inizia a indagare e scopre che qualcosa nell'intera vicenda non va.

domenica 21 aprile 2013

Nella casa di Francois Ozon

Nelle sale dal 19 aprile.
Te possino Ozon.  Ormai bell'e che 11 anni fa, questo giovane regista, più che altro di corti, ed ex modello si affermò sulla scena francese e internazionale con un giallo-musical che racchiudeva tutto il meglio delle attrici francesi tra gli anni 80 e i 2000. 8 donne e un mistero lanciò nell'olimpo Ozon, fulgido esempio del suo stile registico, della sua classe e della sua bravura nella scelta dei colori, della fotografia, delle coreografie ma soprattutto nel modo di raccontare, di travolgere lo spettatore e non lasciarlo più. L'anno successivo si confermò con un opera più canonica ma non per questo meno affascinante come Swimming pool -che ha molto in comune con Nella casa-, dove riuscì nell'impresa di trattare un tema già visto e rivisto ma con tocco personale, elevandolo dal mucchio. Sono seguiti poi altri corti e il successo di critica, ma non di pubblico, Ricky e il divertente Potiche, finito a Venezia. Inutile dire che ogni volta che Ozon ritorna al cinema è quasi un evento, soprattutto per me che lo seguo costantemente.
Nella casa non è un remake horror, ok? Quello è La casa e esce tra qualche settimana. 
Germain è il professore di letteratura del liceo Flaubert. Ogni giorno è costretto a leggere terrificanti temi scritti dai suoi alunni sedicenni in cui raccontano, sgrammaticamente, le loro insulse giornate tra cellulari e pizza. Un giorno però gli capita sott'occhio un interessante racconto di Claude Garcia, il ragazzo dell'ultimo banco. Nel temino racconta di come sia finalmente riuscito a entrare nella casa di una famiglia, quella del suo compagno Rafà, che da tempo stava spiando morbosamente. Il principale motivo del suo interesse è la madre, Esther. La osserva, si inebria del suo odore, la studia. Il racconto si tronca di colpo con un Continua... Germain è rapito e affascinato dal soggetto e dal modo in cui Claude scrive, l'unico alunno con un pò di talento e un pò di cervello. Incita il ragazzo ad andare avanti, ancora non certo se i fatti che racconta siano reali o pura immaginazione, corregge i suoi errori, gli consiglia delle letture, vede in lui il figlio che non ha mai avuto e lo scrittore che non è mai diventato. Ma la storia procede sempre più in maniera particolare, a volte patetica a volte grottesca, morbosa. Quanto è giusto ancora andare avanti e quanto di quello che legge è vero?

mercoledì 17 aprile 2013

Oblivion di Joseph Kosinski

Nelle sale dal 11 aprile.
Oblivion è una serie tv ideata, scritta, diretta e interpretata da Enzino Iacchetti...no, ricomincio (quello era Oblivious, credo, internet non mi aiuta, se rifiuta persino lui). 2077, Jack Harper (Tom Cruise) è uno degli ultimi riparatori di droni operanti sulla Terra. Il suo compito è di mantenerli operativi e belligeranti contro gli scavengers, una razza aliena che tenta di sabotarli. La Terra è rimasta inabitata dopo un guerra, vinta dall'uomo, termonucleare contro l'invasore spaziale. Tutta la popolazione si è rifugiata sulla luna di Saturno, Titano. I droni fanno parte di una massiccia operazione per estrarre le ultime risorse vitali.
Un paio di settimane prima che la missione di Jack, e della sua compagna Victoria, giunga a termine la sua esistenza viene sconvolta quando salva una bella straniera da uno spacecraft NASA precipitato.  Non è altri che la donna che sogna ogni notte e che sembra essere un elemento reale del suo passato. Il suo arrivo innesca una serie di eventi che lo costringono a mettere in questione tutto ciò che conosceva e mettono nelle sue mani il destino dell'umanità.

Kosinski dopo il bello e di successo Tron Legacy ci riprova con lo sci-fi. Questa volta tutta robba nuova e riesumando uno scriptino di 8 pagine buttato giù circa sei anni orsono. Raccontino che nessuno s'era mai filato fino a poco fa ("Ah ma Kosinski quello di Tron, stacce che c'ha i sordi questo mo") fino a quando Barry Levine e Jesse Berger della Radical Publishing hanno deciso di farne una graphic novel. Poi Kosinski ha detto "aspetta un pò? Sai cosa? Prima faccio il film". Il problema è che in questi 6 anni non è andato avanti con la stesura. Otto paginette erano e otto so rimaste.

martedì 2 aprile 2013

L'immondo profondo #12: Britannia imperat

Direttamente dal regno dei morti (mesi di silenzio), torna la rubrica dedicata al cinema de paura.
Non so se riuscirò a riproporvela con regolarità ma ho già in mente un paio di idee per il futuro. Oltre che per i soliti specialoni, stavo pensando di sfruttare questo spazio per parlarvi di volta in volta delle pellicole in cui mi imbatto mentre pesco a piene mani da quel fiume pieno di liquami e monnezza che è il cinema horror. Quindi largo a mini-recensioni doppie (come in questo caso), triple o addirittura quadruple!

Intanto beccatevi questa double feature dedicata a due degli horror più intriganti degli ultimi tempi, ovviamente mai arrivati in Italia.
L'articolo è disponibile anche su The Movie Shelter, un sito con cui noi Filmbuster(d)s collaboriamo spesso e volentieri.

Kill List di Ben Wheatley

Prendete nota perché Ben Wheatley è un nome da non perdere mai di vista. Dopo una serie di esperienze televisive come regista di sit-com inglesi, decide di scrivere, dirigere (in soli otto giorni) e produrre il suo primo lungometraggio, Down Terrace, un noir con elementi comici che non incassa una fava ma che rimedia qualche premio e porta il panciuto regista inglese all'attenzione di pubblico e critica. Dopodiché, di punto in bianco, passa all'horror con Kill List, e lo fa con la mano ferma di un artigiano che sembra non aver fatto altro in vita sua.
Merita un'occhiata anche il suo ultimo film, Sightseers, una commedia a tinte horror che ho avuto la possibilità di vedere l'anno scorso al Festival di Locarno. Wheatley era presente in sala con completo nero, camicia fuori dai pantaloni e scarponi da lavoro, e ha fatto una presentazione del film completamente folle. Se con Kill List mi ero innamorato, dopo quella serata ho capito che volevo sposarlo, ma passiamo al film:
Jay (Neil Maskell) è un ex-militare inglese, ha una bellissima moglie (MyAnna Buring, è proprio scritto così, lo giuro) un figlio e una casa enorme immersa nel verde con una vasca idromassaggio in giardino. Insomma si gode la vita e un meritato riposo dopo una missione a Kiev in cui è andato tutto storto, ma il riposo dura da troppo tempo e i soldi scarseggiano, così dopo l'ennesima terribile lite, sua moglie Shel invita a cena Gal (Michael Smiley) amico e commilitone di Jay. E qui sta l'inghippo: i due ex-soldati sono anche due killer professionisti, e per sistemare le finanze di Jay decidono di accettare un incarico più bizzarro del solito, una lista di vittime (la kill list del titolo, duh!) fornita da uno strano gruppo di individui in giacca e cravatta. Ma qualcosa non torna, gli obiettivi sono persone molto comuni, e, ogni volta, poco prima di essere uccisi a sangue freddo, si rivolgono a Jay e lo ringraziano.