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giovedì 31 luglio 2014

Sharknado 2 - L'intervista a Anthony C. Ferrante, regista


Anthony C. Ferrante, esattamente oggi 30 luglio, compie gli anni (ma è impossibile scoprire in rete quanti) e per festeggiarli al meglio ha deciso di rilasciare una bella intervista a noi ragazzotti di Filmbuster(d)s. 
Chi è Anthony C. Ferrante? E' il regista di Sharknado e Sharknado 2 - The Second One, in onda proprio questa notte sul canale americano SyFy Channel. Il primo capitolo divenne immediatamente un cult epocale, capace l'anno scorso di mandare in tilt Twitter -c'è chi parlò ironicamente della primavera araba americana- con centinaia di migliaia di tweet, tra cui quelli di Damon Lindeloff e di una Mia Farrow strabiliata. Ad un anno di distanza da quella folle serata, dove mise in ombra persino la premiere di Pacific Rim, vediamo com'è cambiata la sua vita e cosa ci può dire di questo secondo capitolo. 
Il tornado di squali sta per tornare!
L'anno scorso intervistammo lo sceneggiatore, Thunder Levin, l'anno prossimo ppomettiamo Tara Reid)

martedì 1 luglio 2014

Tutte contro lui di Nick Cassavetes

Al cinema dal 19 giugno.

Come il Pasqualone e la Pasqualina, due recensioni gender type.

Recensione per il pubblico femminile.
Il regista de Le pagine della nostra vita torna con una commedia femminista accusata di essere un plagio di un vecchio libro di Paolo Limiti, quello con il cane Flora Dora.
Carly scopre malauguratamente una sera di essere l'amante di un uomo sposato. La moglie di questi, invece che prendersela a morte, le chiede consigli su come agire e si mettono insieme per ordine una elaborata vendetta. Mentre lo pedinano e si consolano a vicenda, scoprono che c'è addirittura una terza donna, molto più giovane, più sexy, più tutto. La solidarietà femminile porterà anche la terza, Amber, ignara di tutto, a unirsi per farla pagare al bastardone. Perchè nessuna sapeva di essere un amante. 
L'inizio è incerto, il personaggio di Leslie Mann è ambiguo. E' mentalmente ritardata -oh, dice anche rinforzo celebrale- è chiaramente un diversivo comico, rispetto alla fiera Carly-Cameron Diaz, ma è poco femminista, è la classica svampita uscita dalla penna di un uomo (non Paolo Limiti) anche se la sceneggiatrice è donna, Melissa Stack.

venerdì 14 febbraio 2014

Vijay – Il mio amico indiano di Sam Garbarski

In sala dal 13 febbraio.

"Il funerale è per i vivi. Tu non ci sarai tanto".
"...vedremo"
Torna Garbarski a 6 anni dall'acclamato Irina Palm e cambia registro. Da una commedia-dramma con momenti "scorretti" e dal sapore molto british, a una commedia leggera e classica ambientata nella grande mela. 
Come si può, giunti alla quarantina, ravvivare il proprio matrimonio? Come si riesce, dopo 20 anni con la stessa donna, a riaccendere il desiderio o anche solo per un istante, sembrare una persona diversa, e non la solita (noiosa) con cui ci si sveglia ogni mattina? Dura, durissima, molti matrimoni finiscono in frantumi proprio per questo motivo: la mancanza di varietà.
Will Wilder -pronunciato all'americana, che cosa brutta-, attore tv nato in Germania e emigrato a New York si ritrova in questa situazione. Dopo tanti anni felici, riassunti da una bella animazione stile Up sui titoli di testa, con Julia, qualcosa si è rotto. Il sesso manca da 10 mesi, tanto che addirittura si dorme con due letti separati, e le chiacchiere e le gentilezze stanno a zero. In soccorso di Will arriva un'inaspettata tragedia. Il giorno del suo compleanno, mentre crede che tutti se ne siano dimenticati, gli viene rubata la macchina, con tanti di documenti e cellulare, ma il ladro, si schianta e muore sul colpo, lasciando solo un involucro carbonizzato.

domenica 22 dicembre 2013

I sogni segreti di Walter Mitty di Ben Stiller

In sala dal 19 dicembre.

-Signor Simpson...
-Oh scusate, stavamo parlando di cioccolato.
-Era 10 minuti fa.
I Simpson 3x11

Ben Stiller alla sua quinta regia (Zoolander, Tropic Thunder etc..) ri prende un racconto breve di fine anni '30, scritto dal giornalista del New Yorker James Thurber e gli da un tocco di contemporaneità tra crisi economica e social network. Walter Mitty rivive così per la terza volta al cinema, dopo Sogni proibiti del 1947 e l'italianissimo Sogni mostruosamente proibiti con Villaggio nelle vesti di Paolo Coniglio.
C'è stato un evento tragico nella vita di Walter Mitty. Quando era ancora un adolescente, è scomparso il suo papà e la sua vita ha preso tutta un'altra e inaspettata piega. Via il taglio da moicano che gli aveva fatto proprio il babbo, subito al lavoro per contribuire alle spese in famiglia e addio ai tanti sogni, come quello di viaggiare tutta l'Europa zaino in spalla o diventare un campione di skate. Da quel momento Walter ha iniziato a immaginare le cose piuttosto che farle, vagando con la mente come il Major Tom della canzone di Bowie o incantandosi come dicono i suoi colleghi che lo vedono immobile e con lo sguardo fisso per qualche minuto. Dopo sedici anni come responsabile archivio negativi per la rivista Life, vede la sua carriera a un bivio, e decide di passare all'azione, per davvero, imbarcandosi in un viaggio in lungo e in largo per il globo, alla ricerca di uno scatto scomparso, e in un'avventura più straordinaria di quanto avrebbe mai potuto immaginare.

giovedì 19 dicembre 2013

That 70's Show: #2 Paul Schrader "Travis Bickle sono io"

Mia madre una volta mi prese la mano e me la infilzò con uno spillo "Lo senti questo male, lo senti lo spillo nel pollice? L'inferno è così, solo senza fine". Paul Schrader.

Quando Paul Schrader scrisse Taxi Driver non aveva toccato il fondo, stava direttamente scavando. Non parlava da settimane con anima viva, viveva per strada e girava armato. La sua vita era finita in pezzi e per tirarsi fuori da questa crisi, come personale terapia, iniziò a scrivere. In una settimana creò Travis Bickle, praticamente se stesso, un personaggio solitario, malato, violento ed insieme ritornarono in superficie.
Questo è un riassunto di quei giorni.

25 maggio 1976, Cannes.

sabato 7 dicembre 2013

Blue Jasmine di Woody Allen

Nelle sale dal 5 dicembre.

"I don't want realism. I want magic! Yes, yes, magic. I try to give that to people. I do misrepresent things. I don't tell truths. I tell what ought to be truth." Blanche Dubois.

Jasmine, nata Janet, è la moglie di un ricco uomo d'affari dell'alta società newyorkese. Quando questi, dopo essere stato smascherato a truffare i suoi investitori e a frodare il fisco, si impicca in galera, la donna è costretta a trasferirsi a San Francisco dalla sorella, Ginger, caratterialmente agli antipodi rispetto a lei. Qui vorrebbe ricominciare una nuova vita, ma mettere da parte gli agi e le sciagure del passato sembra un'impresa ardua.
La prima volta che incontriamo Jasmine è proprio sull'aereo che la sta portando ad ovest, in prima classe. E' uno degli ultimi lussi che inconsciamente si regala. E' una donna di gran classe, ben vestita, che ci sta raccontando, a noi e a una anziana vicina di posto, qualche racconto della sua vita; come ha conosciuto il marito Hal, la loro canzone "Blue Moon", l'abbandono degli studi pur di rimanere con il suo amato. E' l'ultima volta che la vedremmo sotto questa buona luce.
Dalla scena successiva, quando è già sbarcata a San Francisco, (inizia) continua a blaterare, questa volta senza ordine, senza tatto, di argomenti personali a caso, dal sesso, alle pillole che le hanno somministrato i medici, e diventa di colpo insopportabile. L'inizio è anche la scena ponte tra i flashback newyorkesi e il presente californiano.

sabato 23 novembre 2013

Frances Ha di Noah Baumbach

Speciale Torino Film Festival 31.

"I'm not messy, i'm busy"
Frances

"Everyone's a winner baby, that's the truth"
Hot Chocolate

1) Greta. Mentre tutto il mondo impazzisce per l'astro nascente Jennifer Lawrence, premiata con l'Oscar, protagonista di una saga da milioni di dollari etc...etc... c'è una giovane attrice -meno giovane di JLaw- che ne è l'esatto opposto. Non bellissima, troppo alta, cammina come un uomo, sempre più vecchia di quanto realmente è, sembra sempre triste, fa film indie, nessun grande stilista la veste, non compare sulle riviste...si, una giovane Margherita Buy. E' l'emblema dell'alternativo, dell'underground (degli hipsters?). E' Greta Gerwig, 1983, Lo stravagante mondo di Greenberg, Damsels in distress, The house of the devil, Lola versus, ma anche sporadicamente in produzioni più grandi, come l'orripilante ma con un motivo To Rome with love, Amici amanti e..., Arturo. Talento da vendere, grande naturalezza nella recitazione, perfetta per quei ruoli che le troppo belle rifiutano. Se il film fosse più migliore assai (cit.) sarebbe più famosa e più lodata, ma non è il tipo da cercare simili facezie.

venerdì 25 ottobre 2013

5 cose da fare a New York per essere dei veri cinefili

“When you leave New York you ain't going anywhere.”
Jimmy Breslin

A seguito del successo della guida cinematografica per le vie di New York (questa qui) e dopo il mio terzo ritorno da quella che infantilmente continuo a chiamare casa (eh ma un giorno vedrete!), vi propongo ora una nuova guida, molto più short ma equamente cinematografica.
5 cose 5 da fare a New York -odio questo tipo di articoli, come odio il film Alta fedeltà, tutto classifiche e John Cusack...brrr, ma aimè devo soccombere- per meritarsi l'appellativo di veri cinefili incalliti. Sarebbe bello farlo per molte altre città e magari lo farò, ma solo una ha rapito il mio cuore, solo una è sempre nella mia testa e solo in una ho lasciato la mia anima. Casal Pusterlengo. No scherzo, però sono ferrato solo di New York, ma immagino che questo mi darà un buon motivo per viaggiare ancora e ancora, e cambiare destinazione stavolta (se ci riesco).

Dunque, fare il cinefilo in vacanza, non è semplice. Di solito si riesce solo sull'aereo, quando ci si spara più film possibili, catafratti in un sedile in cui starebbe stretto persino quell'essere viscido e corto di Brunetta. Per il resto non c'è proprio il tempo o la volontà. Non si riesce ad andare al cinema, non si torna in albergo per vedersi un film alla tv, non si fanno acquisti di DVD (vuoi per la lingua o per limitazioni territoriali). Ma più che altro non ci si pensa, è vacanza anche per la nostra passione numero uno.

martedì 3 settembre 2013

Due chiacchiere con Adriano Ercolani, un cinepatico a New York

Essere pagati per andare al cinema e scrivere di ciò che si è visto, non avere orari fissi, incontrare celebrità e attori tra i migliori al mondo e, come se non bastasse, vivere a New York City. E' il sogno di tutti. Un sogno irrealizzabile? No, qualcuno ci è riuscito e ci spiega come ci è arrivato e com'è vivere questo sogno ogni giorno.
Adriano Ercolani molti di voi lo conosceranno già molto bene, sia come personaggio televisivo, sia come amico e consigliere fidato sui social network. Ho deciso di fargli un paio di domande perché rappresenta, senza esagerare, un modello di vita per tutti noi blogger di cinema o semplicemente appassionati di cinema e di scrittura. 
Una veloce intervista -Adriano è impegnatissimo tra festival, prime visioni, viaggi da una parte e dall'altra dell'America- sul suo passato italiano, il suo presente newyorkese e il nostro futuro cinematografico.
Oltre a collaborare per diverse riviste online e siti di cinema, Adriano ha anche un blog personale, La Fiamma del Peccato e può essere "importunato" su Twitter (@AdrianoErcolani) e su Facebook per ulteriori approfondimenti.

-Ho iniziato a seguirti quando eri ancora ai Cinepatici con Donzelli e Gironi, -oddio sembra passata una vita- eri un po' l'ospite/extra critico, da quel momento cosa è successo? Ed intendo proprio a te, eri a Roma e adesso sei da un pò a New York, come ci sei arrivato? E quindi, qual'è la tua carriera, i tuoi studi, come si diventa come te? moltissimi se lo chiedono e magari te lo chiedono. Ma poi, i Cinepatici sparirono da Coming Soon, perchè? Era un ottima trasmissione, come le tante che c'erano su quel canale.

domenica 9 giugno 2013

Il bianco e il nero #41: I sottogeneri del Noir - Il Docu-noir

Ok, fin qui semplice. Riconoscere un film noir sembra un gioco da ragazzi. Abbiamo capito lo stile, le riprese, gli elementi principali e i suoi protagonisti. Quindi quando manca qualcosa delle cose appena elencate non è un noir, o meglio, magari ne può mancare uno o due ma non di più, giusto? Sbagliato. 
E' ben più complicato di quanto sembra. Per esempio, una sorta di documentario, può essere un noir, un classico film di evasione (letteralmente) lo potrete trovare catalogato sotto noir, idem per certi drammi storici o quei film che hanno tutto per essere dei gialli ma che invece non lo sono. Va bene, l'ho detto, non è semplice -e forse neanche importante, anche io non amo molto catalogare e etichettare- ma nelle prossime puntate cercherò di rendere la nebbia meno fitta analizzando i sottogeneri e dedicando alcuni numeri interi a un film particolare per volta, quelli che mai avreste giurato che sono noir.
Oggi tocca al docu-noir, a metà tra un film e un mockumentario.

Una delle caratteristiche del noir è proprio quella di essere terra terra, realistico, di parlare di cose concrete e reali e quindi di parlare del quotidiano, della società in cui viviamo ogni giorno. Certo il lato oscuro, quello che non vediamo, quello che si nasconde nel sottosuolo, che esce la notte e che si nasconde nei vicoli bui. 
Molto spesso dentro queste pellicole c'è una amara quanto sincera analisi sociologica e antropologica, degna di un documentario. Non è un caso che queste pellicole fossero viste malamente dai benpensanti, quelli dei telefoni bianchi, quelli con la paura dei rossi, quelli che guai criticare la pura e florida America.
E siccome questi erano una buona fetta di pubblico, anche le major (e ne abbiam già parlato) preferivano evitare di fare questi film "scomodi" e dall'incasso incerto e potenzialmente nullo.
Intanto in Europa una certa guerra stava finendo e il cinema tornava a respirare oltre che a far uscire i film realizzati sotto i bombardamenti e in gran segreto. Capolavori come Paisà (1946), Ladri di biciclette (1948), Germania anno zero (1948) e Roma città aperta (1945) raccontavano di un Italia distrutta dal conflitto mondiale e della difficile ripresa e ritorno alla vita normale. Girati con pochi soldi, in esterni -ovviamente impensabile girare negli studios- con attori non professionisti e con tecniche nuovissime, improvvisate, furono i primi grandi mattoncini de il neorealismo.
Quando arrivarono in America furono una piacevolissima scoperta. Si possono fare film, bellissimi, con due lire. Non siamo più schiavi di pubblico e produttori. Dopo l'espressionismo tedesco e il realismo poetico francese, il neonato genere americano viene così influenzato da una nuova corrente, il neorealismo italiano.

I noir cominciarono a distaccarsi dai romanzi, hard boiled e non, e iniziarono ad attingere da fatti di cronaca tratti da giornali, riviste e archivi aperti al pubblico. Le scene girate in studio vennero montate con quelle girate in esterni, nelle grandi città americane. In Chiamate Nord 777, ispirato a un articolo del Chicago Time, si narra la storia dle reporter P.J. McNeal (James Stewart), che tenta di difendere una donna delle pulizie il cui figlio è stato ingiustamente arrestato. Ne La città nuda (1948) il narratore riassume il tono documentaristico nella nota frase "Vi sono otto milioni di storie nella città, ed eccone una".

mercoledì 17 aprile 2013

Oblivion di Joseph Kosinski

Nelle sale dal 11 aprile.
Oblivion è una serie tv ideata, scritta, diretta e interpretata da Enzino Iacchetti...no, ricomincio (quello era Oblivious, credo, internet non mi aiuta, se rifiuta persino lui). 2077, Jack Harper (Tom Cruise) è uno degli ultimi riparatori di droni operanti sulla Terra. Il suo compito è di mantenerli operativi e belligeranti contro gli scavengers, una razza aliena che tenta di sabotarli. La Terra è rimasta inabitata dopo un guerra, vinta dall'uomo, termonucleare contro l'invasore spaziale. Tutta la popolazione si è rifugiata sulla luna di Saturno, Titano. I droni fanno parte di una massiccia operazione per estrarre le ultime risorse vitali.
Un paio di settimane prima che la missione di Jack, e della sua compagna Victoria, giunga a termine la sua esistenza viene sconvolta quando salva una bella straniera da uno spacecraft NASA precipitato.  Non è altri che la donna che sogna ogni notte e che sembra essere un elemento reale del suo passato. Il suo arrivo innesca una serie di eventi che lo costringono a mettere in questione tutto ciò che conosceva e mettono nelle sue mani il destino dell'umanità.

Kosinski dopo il bello e di successo Tron Legacy ci riprova con lo sci-fi. Questa volta tutta robba nuova e riesumando uno scriptino di 8 pagine buttato giù circa sei anni orsono. Raccontino che nessuno s'era mai filato fino a poco fa ("Ah ma Kosinski quello di Tron, stacce che c'ha i sordi questo mo") fino a quando Barry Levine e Jesse Berger della Radical Publishing hanno deciso di farne una graphic novel. Poi Kosinski ha detto "aspetta un pò? Sai cosa? Prima faccio il film". Il problema è che in questi 6 anni non è andato avanti con la stesura. Otto paginette erano e otto so rimaste.

martedì 18 dicembre 2012

Il bianco e il nero #27: John, Gena e la nascita del cinema indipendente

"Abbiamo promesso a noi stessi di non dirci mai delle cose carine".

La storia che c'è dietro al film che ha "inventato" il free cinema, l'indie cinema americano e che ha fatto conoscere uno dei migliori registi americani e una delle mie attrici preferite, se non la preferita. La nascita di un modo di fare cinema che avrebbe rivoluzionato l'America e che la coppia non avrebbe mai abbandonato.
E' difficile raccontare la storia di questi due per diversi motivi. Prima di tutto erano gli outsiders per eccellenza, lontani dai riflettori, dalle mode, dal gossip, secondo perchè ai loro amici e parenti dicevano "Se la stampa vi chiede qualcosa, mentite, voi non gli dovete la verità", quindi è difficile capire cosa è corretto e cosa no. Avrei quindi voluto parlare della loro bella unione e del loro amore ma dovrò per forza di cose direzionarmi verso la loro prima creatura, Shadows - Ombre.


Bisogna partire da una piccola cittadina (per gli standard americani) del Wisconsin, Madison, famosa per la sua storia, il suo lago e il panorama annesso e per la sua università. Proprio qui troviamo una bella e giovane ragazza bionda che va per i venti. Studia con metodo -ma sarà un altro metodo a cambiarle la vita- è amata e conosciuta (è la figlia di un pezzo grosso, banchiere, poi membro del governo). Eppure quella vita le va stretta, ha un solo sogno, forse banale; andarsene da lì e diventare un'attrice, di talento. Quindi nel 1950 molla Madison, gli studi e il panorama e parte per New York. Da Madison a Madison Avenue.
Al momento di partire, mentre è sul pullman, si pone degli obiettivi; concedersi anima e copro al teatro, non sposarsi nè avere figli. Ripensandoci, più in là con gli anni penserà "Dio ride dei nostri piani".
Si iscrive alla American Academy of Dramatic Arts, scuola di un certo livello. Dopo quattro anni di fatiche inizia a ricevere qualche offerta dal mondo del teatro e soprattutto dal ricco mondo della TV. In occasione di una recita la nota un ragazzo, con l'aria seria ma anche da ribelle. Non è di certo timido e dopo averla vista all'opera va a presentarsi nel dietro le quinte.

lunedì 15 ottobre 2012

Il bianco e il nero #18: New York al cinema.

Capitolo primo. "Adorava New York. La idolatrava smisuratamente..." No, è meglio "la mitizzava smisuratamente", ecco. "Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin". Manhattan, Woody Allen.

E viceversa, il cinema a New York. 
Quante storie sono state ambientate nella città che non dorme mai? Quanti dei vostri film preferiti? Quante lettere d'amore ha ricevuto questa città? Quanti grandissimi registi/attori/artisti/sceneggiatori ci sono nati? O quanti ci sono passati, ci hanno abitato per un periodo, si sono innamorati, l'hanno odiata forse? 
Io amo New York. Un amore viscerale sorto in me fin dalla tenera età. Non so da cosa o come sia nato questo rapporto, ma da che ho ricordo, io l'ho sempre avuta nel cuore. Poi è venuto il cinema, che da buon amico e consigliere me l'ha mostrata, nei suoi lati più nascosti e quelli più celebri, me l'ha fatta conoscere meglio e amare ancora di più.
Ho visitato New York più di una volta e a breve ci ritornerò (è una malattia che indebita parecchio sigh) e ogni volta ci vado armato di cartina e lista di luoghi/scene di film. Siccome altrove ha ottenuto un discreto successo questa mia lista, ho deciso di proporre anche qui un tour virtuale e in celluloide (avrei voluto fossero tutti in buon b/n ma per una volta farò un eccezione e inserirò di tutto) dei luoghi più celebri, e non, della più bella città del mondo. Vi direi di allacciarvi le cinture ma qui si cammina, altro che, qui si fanno fuori le suole delle scarpe.

D'accordo, fingiamo di essere appena arrivati, siamo al JFK, l'aeroporto di punta di New York (si niente La Guardia e per carità niente Newark (New Jersey) odiato persino dall'appena citato ex sindaco). Mentre aspettiamo che arrivino i bagagli diamoci uno sguardo attorno. Molto probabilmente direte "Ah! Ma qui è dove hanno girato The Terminal!". No, mi dispiace darvi la prima delusione. Gli esterni furono girati in Quebec e gli interni a Dallas in uno studio gigantesco dove è stato ricostruito fedelmente una parte dell'enorme aeroporto dislocato in più terminal. Nemmeno l'inizio di Mamma ho riperso l'aereo non fu girato propriamente qui. In una scena, per giunta, si vede l'Empire State Building fin troppo da vicino e considerato che è circa a 20 km di distanza, fate voi i conti.
Ah bè, bel giro, due film e entrambi girati altrove. Non preoccupatevi, se vi girate verso l'area che porta ai taxi e all'Air Train (un treno che porta alla metropolitana) calcherete i passi di Bette Midler in Affari d'oro e di Roger Moore AKA James Bond in Vivi e lascia morire (puah!).
D'accordo, meglio prendere qualche metropolitana (linea J) e arrivare in centro. Ovviamente come prima tappa è d'obbligo Times Square, se è la vostra prima volta. Lasciatevi inondare dalle mille luci dei cartelloni pubblicitari e poi concentratevi su alcune parti, non in alto, ma a livello stradale. Se guardate verso la scalinata rossa, tutta illuminata, proprio in centro, davanti troverete la statua del cappellano Francis P. Duffy. Ecco proprio qui davanti vi dovreste ricordare della scena di Piombo rovente, dove di mattina presto si vede camminare uno stanco Burt Lancaster.
Ci scommetto che avrete notato quello strano uomo nudo, svestito da cowboy che suona la chitarra e fa foto con le ragazzine e le signore tarchiate. Impossibile non pensare quindi a Un uomo da marciapiede. Proprio in questa zona, il neo arrivato cowboy texano Jon Voight, trova il suo alloggio, all'hotel Claridge, tra la Broadway e la East 44th Street, quel palazzone che rimane a destra della statua vista in precedenza.

sabato 29 settembre 2012

Senza Freni - Premium Rush di David Koepp

Nelle sale italiane il MAI.
Eh già, non so quanto stavate aspettando di vedere questo film, di potervelo godere al cinema sbocconcellando un pop corn dopo l'altro e condividere l'esperienza con un gruppo di spettatori infoiati e sudati, ma purtroppo non potrete farlo. Mai e poi mai. MAI! Sarebbe dovuto uscire il 7 settembre, quindi tre settimane fa, ma in concomitanza di quella data la Warner Bros. Italia ha deciso di non fare uscire il film nelle sale ma direttamente in DVD-Blu Ray. Una scelta consequenziale al mezzo flop subito in America (dove doveva uscire a gennaio, poi ritardato a fine agosto, per motivi incomprensibili). E così mentre ci gustavamo il trailer italiano, scorgevamo fuori dai cinema le locandine 2 metri X 50 centimetri, ce l'hanno tolto di bocca. Per ora rimane una vaga data, 29 novembre, che dovrebbe essere quella della release home video, però ancora nulla è certo. Aspetteremo, di nuovo. No aspetterete, io l'ho visto.

Devo ammetterlo, uno dei miei grandi sogni sarebbe quello di vivere a New York. Senza necessità di lavorare, per carità, in modo da potermi alzare ogni giorno quando mi pare e fare il giro di ogni singolo centimetro della più bella città al mondo, dalla penisola di Manhattan fin su su nello Yonkers, dalla parte più bassa di Staten Island fino a Montauk, dagli hipster di Brooklyn fino ai terruncelli di Bed-Stuy. E per fare tutto ciò mi servirei della mia amata mountain bike, così da evitare il traffico più congestionato e poter tagliare senza problemi per Central Park o per uno dei mille parchi cittadini. Quindi mi pare ovvio che un bell'action-thriller con un biker a tutta velocità per le strade della grande mela, fosse un pò il film che apettavo da tempo.
Senza Freni racconta le peripezie di Joseph Gordon-Levitt nella parte di Wilee, un corriere molto espresso di cui si possono chiedere i servigi per consegne di oggetti molto piccoli e confidenziali; buste, fascicoli, carte di vitale importanza. Wilee fa parte di un gruppo molto nutrito di sgambettatori che non conoscono la parola pericolo. Tutto il giorno pedalano in mezzo al traffico a velocità folle per evitare oltretutto di farsi soffiare la commissione successiva da un collega inzeppato di steroidi.
Un giorno Wilee si caccia in un guaio. Deve prendere una busta da una studentessa asiatica, su su alla Columbia University sulla 118esima strada e portarla a Chinatown in un lampo. Proprio mentre sta per ripartire viene fermato da un fantomatico detective che vorrebbe indietro il contenuto della busta e la motivazione sarebbe che sta investigando su quella ragazza. Wilee non gli crede e fugge alla volta della destinazione già impostata sul GPS. Per caso scopre che l'uomo è davvero un detective, per giunta corrotto e pieno zeppo di debiti di gioco con alcune bische clandestine di Chinatown. Inizia così un adrenalinico inseguimento tra la Madison e la decima, passando per Central Park e la quinta. Macchina della polizia contro mountain bike. Riuscirà Wilee a fare la sua consegna?

Dato il flop statunitense (ma la media su IMDb è comunque notevole) mi aspettavo il peggio, e la mia principale paura poggiava su una trama insulsa e esagerata, soprattutto perchè dal poco che si riusciva a evincere dal trailer poteva davvero scadere in un mega complotto da classico thriller americano con questo povero tapino sulla bici e dietro degli elicotteri Harrier con missili puntati, per evitare che la CIA venisse scoperta fare chissà quale nefandezza (e si, ci vedevo anche una scena di tortura con elettrodi sulle palle). Ed invece per fortuna è molto semplice e godibile, addirittura banale, ma stiamo parlando di un film che deve vivere di corse e sgommate, non di parole. 
L'altro timore era rappresentato da un eccessiva azione che poteva sfociare in una vaccata alla Torque Circuiti di fuoco o simili. Quindi evoluzioni sulla bici al limite del fisicamente impossibile e salti lunghi quanto il Brooklyn Bridge. Anche qui invece, tutto promosso. David Koepp (non di certo un regista di genere se si scorre la sua filmografia) è abbastanza abile nel sfornare un prodotto tutto adrenalina, con una trama esile ma non per questo stupida e soprattutto non troppo invasiva, gestito con buonissimi ritmi e una regia piena di soluzioni grafiche accattivanti.
Notevole la scelta di usare una sorta di Google maps per mostrare a chi non è avvezzo al labirintico piano urbanistico newyorkese il percorso più veloce da un punto A a un punto B, come notevole è il rallenty, per fortuna non abusato, che ogni volta scatta fuori quando Wilee si trova a un difficile incrocio, tutto intrafficato e deve decidere in tempo zero, causa anche l'assenza di freni -non servono, anzi sono dannosi, ricorda il protagonista- quale via è la migliore, quale mi eviterà di finire sotto una macchina o di investire quella donna sulle striscie con tanto di passeggino.
Ogni tanto se la sbriga facile con l'uso di un pò di CGI per simulare le auto in corsa, ma il più delle volte è tutto vero e puro -chiedere a Levitt che si è fracassato per bene, 31 punti di sutura su tutto il corpo, a seguito di una rovinosa caduta in bici ma comunque felicissimo, "Fuckin cool" il suo commento, e desideroso di tornare a girare di corsa e usare riprese del suo corpo realmente danneggiato per il film. La mdp segue a stretto contatto i corridori senza perderli un secondo e senza il bisogno di scadere in riprese amatoriali alla Youtube.

Cast ottimo, e tutti i complimenti vanno a Levitt, sempre più divo numero uno a Hollywood -in attesa di Looper- se non altro per i lividi che ha riportato e il ritmo forsennato a cui pedale per tutta la durata del film -FATEJE ER TEST ANTIDOPINGHE!- e a Michael Shannon nei panni del detective Monday. Shannon è divino e per una volta non deve fare il classico pazzo, non è un detective alla Harvey Keitel di Cattivo Tenente, ma è un povero scemo, imbranato e nei guai fino al collo. Stronzo ma non così tanto da incutere timore. Riesci a ridergli in faccia, anche se poi ti pesta a sangue. Un attore che andrebbe messo in qualsiasi film. Completano il cast Dania Ramirez e Wolé Parks (se non erro, vero corriere newyorkese).
Dispiace quindi ancora di più che tale prodotto, godibile non trascendentale, puramente d'intrattenimento (ma di quello bello come dice il Baffo) capace di far spegnere il cervello per un 90 minuti, arrivi direttamente in home video. Consoliamoci che almeno a casa nostra riusciremo a vederlo, e se al supermercato compriamo i pop corn e invitiamo un mucchio di estranei chiassosi, sarà come vederlo al cinema. Suvvia!

Se poi si è interessati al tema -e magari si vuol venire a pedalare con me a New York- nello stesso periodo di riprese stavano girando anche il documentario Triple Rush tutto incentrato sui veri corrieri biciclettari di New York ed inoltre esiste il libro Ultimate Rush di Joe Quirk - che ha fatto pure causa al film per plagio.

lunedì 24 settembre 2012

Il bianco e il nero #15: I comunisti invadono Hollywood

"Questo è l'inizio dei campi di concentramento americani!" Dalton Trumbo.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, gli Stati Uniti sperimentarono un'intensa agitazione politica. La preoccupazione dominante era la diffusione del comunismo, ed in seguito alla vittoria comunista in Cina nel 1949 e l'inizio della guerra di Corea, la paura si intensificò andando ad'interessare tutti i livelli della vita americana, tra cui l'industria cinematografica di Hollywood.
Ci furono inoltre problemi correlati, come l'opposizione allo sviluppo di un settore a livello sindacale a Hollywood e la determinazione dei gruppi conservatori e di destra nello smantellamento di molti dei programmi liberali sviluppati durante la presidenza Roosevelt.
A partire dal 1947, elementi della sinistra liberale di Hollywood furono sottoposti a forti pressioni, e molti furono costretti a lasciare il settore, mentre altri subirono l'umiliazione di denunciare i loro orientamenti e fornire alla Commissione Parlamentare per le Attività Antiamericane (HUAC) nomi di amici e colleghi. Alcuni sono stati anche invitati a lavorare per l'Anti-communist Film come Howard Hughes con il suo Ho sposato un comunista (1949), che uscì anche con il titolo Donna al molo 13. Altri, meno fortunati perchè non collaborativi, ebbero un destino diverso (e parlerò proprio di uno di loro).

Il cambiamento del clima politico dopo il 1947 ha fatto sì che film come Odio Implacabile (1947) e Barriera Invisibile (1947), con le loro critiche di antisemitismo negli Stati Uniti, non fossero più possibili. In realtà, era praticamente impossibile la produzione di film con evidenti, o letterali, sentimenti liberali dopo il 1947-1948. Film di questo tipo sono stati sostituiti da un ciclo dei cosiddetti caper film (o heist movie, film di rapine o colpi criminali insomma), che, in alcuni casi, hanno comunque mantenuto quella capacità dei film noir di critica ai vari aspetti del capitalismo - anche se queste critiche furono pesantemente camuffate.
Il genere noir era figlio di una comunità composta da comunisti, socialisti e liberali che andavano tenuti strettamente sotto controllo d'ora in poi, in un periodo post-guerra ancora difficile e pieno di contrasti. Attori, scrittori, registi e produttori come Jules Dassin, Edward Dmytryk, Robert Rossen, Abraham Polonsky, Dalton Trumbo, Elia Kazan, Clifford Odets, Nicholas Ray, Cy Endfield, John Garfield, Lee J. Cobb, Howard Da Silva, Karen Morley, Sterling Hayden, John Huston, Humphrey Bogart, e Robert Ryan furono tutti toccati dal maccartismo e in alcuni casi iscritti a una lista nera, che non permetteva più di lavorare a meno che non si emigrasse dagli Stati Uniti. 
Trattati come traditori e spie, queste persone venivano allontanate da qualsiasi studios e benchè il periodo sia durato relativamente poco, per molti significò la fine della carriera e l'oblio perenne.

lunedì 23 luglio 2012

Il bianco e il nero #6: Marilyn Monroe VS Billy Wilder


"Eravamo in pieno volo e c'era un pazzo sull'aereo" Billy Wilder.

Signori e signore benvenuti allo scontro di questa sera fra due pesi masimi di indubbia fama. Alla mia destra, nell'angolo rosa, per il peso approssimativo di 54 kili per 166 cm di altezza, the Blonde Bombshell from Hollywood, Mariiiilyyyynn  Monroe. E alla mia sinistra, nell'angolo bianco e nero a pois, con il peso approssimativo di 80 kili per 180 cm di altezza, the Viennese Pixie, Billyyyyyy Wilder!
L'atmosfera è elettrica ma prima dell'incontro, una breve introduzione degli sfidanti.

Marilyn Monroe nasce Norma Jeane Mortenson (cambiato subito in Baker) in quel di Los Angeles il 1 giugno 1926. Abbandonata dalla madre malata mentale passa da una casa famiglia all'altra, rischia la morte a due anni, lo stupro a sei e a nove è in un orfanotrofio dove lavora dietro ai fornelli. A sedici sposa un uomo che chiama "papino" e che vede poco (è un militare e parte per la guerra nel pacifico) e intanto inizia a fare la modella. Legge qualsiasi libro (Tolstoj, Dostojevsky, Joyce), ascolta Beethoven, studia recitazione e letteratura. La Fox la dà un contratto da sei mesi e diventa co-protagonista nel B-movie Orchidea bionda, dove canta pure. Divorzia dal primo marito. Grazie a un piccolo ruolo in La jungla d'asfalto, la nota Mankiewicz che la da un altra piccola comparsata in Eva contro Eva. La dura infanzia sembra ormai un ricordo.
A 26 anni, Norma-Marilyn ha svoltato. Iniziano gli anni 50 e con questi una serie di filmetti e ruoli secondari che la portano al primo ruolo da protagonista nel film drammatico, La tua bocca brucia. Non è il massimo ma la critica inizia a notarla e dopo tutto a elogiarla. Fra il 52 e il 53 appare solo in successi di pubblico e critica. Prima a fianco dello smemorato Cary Grant in Il magnifico scherzo, poi nel meraviglioso noir Niagara, per poi ballare e cantare per Howard Hawks in Gli uomini preferiscono le bionde. 
E' una vera e propria star e icona sexy con tanto di stella sul viale di Hollywood e marito famoso (appena sposato il campione di baseball Joe Di Maggio) ed è in questo momento della sua vita che sulla sua strada compare Billy Wilder.

Samuel "Billy" Wilder nasce nel 1906 in terra austro-ungarica (ora Polonia). La famiglia lo vuole avvocato ma è evidente fin da subito che non è tagliato. Lavora quindi come giornalista per una quotidiano viennese e così riesce a trasferirsi a Berlino. Si imbatte nel cinema per caso e inizia la sua carriera di sceneggiatore nel 1929. Scrive diverse pellicole tedesche (La terribile armata, Uomini di domenica, Sua altezza comanda) fino al 1933 quando sale al potere Adolph Hitler. Essendo di origine ebrea scappa di corsa a Parigi dove co dirige il suo primo film, Amore che redime, insieme a Alexander Esway. Poi emigra ancora, negli Stati Uniti. Vive insieme a Peter Lorre e scrive commedie insieme all'amico Charles Brackett tra cui Ninotchka di Lubitsch (anch'esso suo amico e mentore) e Colpo di fulmine.
Nel 1942 dirige il suo primo film in america, Frutto proibito con Ginger Rogers, una deliziosa commedia. Il sodalizio con Brackett continua e funziona benissimo ora nel ruolo di uno regista e l'altro produttore. I due sbancano regolarmente l'Academy. Giorni perduti con Ray Milland vince l'oscar per film, regia e sceneggiatura, Viale del tramonto per miglior sceneggiatura, altri come La fiamma del peccato o Stalag 17 o Sabrina non vincono ma denotano l'estrosità del regista che passa da un genere all'altro senza perdere colpi. Intanto però si dissolve la coppia formata con Brackett.
Nel 1955 mentre prepara Quando la moglie è in vacanza, successo di Broadway, gli propongono Marilyn.

Primo round: -Quando la moglie è in vacanza.
La piece teatrale è un successone, ma la trasposizione cinematografica necessita diversi ritocchi. Siamo nell'era del codice Hayes, non bisogna dimenticarlo, e tutti i riferimenti sessuali espliciti o impliciti necessitano una limatina con la mannaia. Figuriamoci in un film che parlerà di un uomo che intende tradire la moglie con una super sexy vicina di casa.
Il primo ritocco che Wilder (qui al lavoro per la prima volta con la Fox) deve affrontare è drastico e se ne lamenta a gran voce ma non potrà farci niente. A teatro, Sherman (il protagonista) e la vicina di casa finiscono a fare sesso. Guai se la cosa dovesse accadere sul grande schermo. Tutto dovrà succedere nella testa dell'uomo.
Per il cast si è pensato di scegliere Walther Matthau nel ruolo di Sherman, ma è un principiante e la Fox non vuole prendersi il rischio, così sceglie Tom Ewell, l'attore del ruolo originale a Broadway. Per la ragazza invece sembrava quasi certa la scelta di Vanessa Brown anch'essa a Broadway nel medesimo ruolo. Dopo che il progetto passò dalla Paramount alla Fox la casa di produzione cambiò idea e impose la scelta della sua diva, Marilyn, la quale però venne obbligata a fare un film prima, Follie dell'anno, robetta, ma poteva rendere bene al botteghino.
Marilyn è ansiosa di lavorare con Wilder e accetta di tutto, ma una volta arrivato il giorno delle riprese, si ritrova in uno stato pietoso, al culmine della sua depressione autodistruttiva. Molto spesso dimentica le battute, i dialoghi, il senso delle scene e la produzione accumula ritardi incredibili. Non arriva sul set mai in orario (Wilder sdrammatizza "Mia zia Milly è tanto gentile e carina, arriva sempre in orario, ma chi vuole vedere mia zia sullo schermo? Nessuno") e quando si presenta ci vogliono finanche 40 ciak per raggiungere un risultato soddisfacente. Il budget lievita di colpo a 1.8 milioni di dollari, una cifra folle per l'epoca, ma la Fox è sicura di poterne ricavare ancora un profitto.
Il rapporto tra il regista e l'attrice è ai ferri corti e il meglio deve ancora venire. Una vittoria però va alla Monroe che grazie alla Fox e al suo contratto con essa, impone che il film venga girato a colori, più congeniale per lei, piuttosto che uno scialbo e antiquato bianco e nero. Wilder abbozza, in seguito, come dirò più avanti, avrà la rivincita.
Il culmine dell'instabilità sul set viene toccato proprio mentre si gira la scena iconica del film: la gonna bianca di Marilyn che svolazza sopra la grata della metropolitana. Sul set, quel giorno, è presente anche il marito Joe Di Maggio che ha sempre mal sopportato le focose attenzioni che chiunque riversa sulla neo sposa. Insomma, c'è un regista nervoso, una attrice disperata e un marito geloso, il tutto davanti a migliaia di persone perchè si è deciso di girare la scena dal vero, a Manhattan tra la Lexington e la 52esima.
E' l'1 di notte del 15 Settembre 1954 e nonostante ciò ci sono cinque mila persone. Marilyn continua, al solito, a sbagliare battute e il pubblico non da una mano. Ogni volta che si alza la gonna partono fischi e urla. Di Maggio è più rosso di un camion dei pompieri. Non resiste più e a fine ripresa segue un furioso litigio. Può sembrare ironico ma un film che parla della crisi del settimo anno di coppia pone fine al matrimonio di soli 9 mesi tra i due. Wilder dirà in seguito "Anch'io rimarrei turbato, sapete, se ci fossero ventimila persone che guardano la gonna di mia moglie svolazzarle sopra la testa".
Le riprese sono inutilizzabili, per gli schiamazzi in sottofondo, e verranno rifatte in studio. Ecco quindi che mi e vi crolla un mito. Quella grata sulla Lexington (vista dal vivo) non è quella del film. E l'immagine iconica, di lei a figura intera con la gonna che svolazza, non la vedrete, perchè è stata fatta a parte. Abbastanza triste.
Dopo tutto la produzione continua bene, o almeno senza altri scossoni. La pubblicità sarà di proporzioni bibliche, come la Marilyn di 52 piedi appesa a Times Square per la prima fissata il 1 giugno 1955, 29esimo compleanno dell'attrice.

Secondo round: -A qualcuno piace caldo.
Per un certo periodo i due si separano e con grande gioia di Billy, Marilyn diventa la gatta da pelare di qualcun'altro (Laurence Olivier, che la dirige ne Il principe e la ballerina. Per i disastrosi aneddoti, guardare Marilyn, uscito qualche settimana fa in Italia).
A tre anni di distanza però l'esperimento viene ritentato. Wilder dopo la prima esperienza disse di lei "Qualsiasi cosa facesse, la dovevamo stampare, e andava incredibilmente bene. Aveva una volgarità elegante e capiva sempre dove fosse la battuta, aveva un vero talento. Aveva allo stesso tempo paura e un certo feeling per la macchina da presa. Non lo sapeva neanche ma lei aveva quella cosa, quel dono".
Frasi di circostanza o no, sembra pronto a perdonarla e a darle un altra chanche. Inoltre Wilder vince la sfida del colore. Il contratto del "colore o niente" di Marilyn è ancora in vigore ma dopo alcuni screen test, si decide che il film sarebbe stato in bianco e nero, perchè il trucco femminile sui volti di Lemmon e Curtis, risulta migliore. Rivincita!
Questa volta Marilyn non è sposata a un focoso sportivo ma a un mansueto scrittore, Arthur Miller, eppure c'è comunque qualcosa a complicare le riprese. Marilyn è incinta, (per la seconda volta da Miller, e come per la prima, finirà per perdere il bambino) e questo comporta un cambiamento di set. Tutte le scene girate al resort, sono spostate al Hotel Del Coronado in San Diego, California, scelto da Wilder, di modo che lei viva sul set e sia reperibile in ogni momento e velocemente (Wilder sui suoi ritardi continui ora dice "Un tempo, se la convocavi alle nove di mattina compariva regolarmente a mezzogiorno. Adesso la convochi a maggio e si presenta a ottobre".
Se Quando la moglie... fu una tragedia, Wilder non poteva minimanete aspettarsi qualcosa di ancora peggio. Marilyn era comunque in ritardo medio di due o tre ore e a volte disertava proprio, nonostante fossero tuti pronti. Le storie e gli aneddoti sulle dificoltà sul set hanno raggiunto col tempo dimensioni epiche. Nella scena della telefonata d'addio tra lei e Curtis, si può vedere chiaramente come lei legga da un gobbo fuori schermo. Ma ogni scena è un impresa, anche le più semplici.
Per dire la frase "Sono io, zucchero" corretta invece di "Zucchero sono io" o "Sono zucchero, io" ci vollero 47 ciak. Dopo la trentesima Wilder scrive la battuta su un cartoncino che dovrà solo leggere. Ma non basta, perchè poco dopo deve dire la frase "Dov'è il bourbon?" e  sono necessari altri 40 ciak perchè sbaglia e dice "Dov'è la bottiglia/bonbon/whiskey" e Wilder deve scrivere altri cartoncini. Ora però Marilyn non capisce quale deve leggere e quale no, così Wilder deve cancellare il pezzo appena letto dopo ogni battuta.
Ben 59 ciak dopo la scena riesce ma Marilyn da la schiena alla macchina da presa e Wilder ci rinuncia, ridoppiandola in post produzione.
Arrivati all'ultimo giorno di riprese Wilder è distrutto. Marilyn avrebbe un suggerimento per la scena finale, ma forse per punirla, Billy rimane fedele alla sceneggiatura nonostante l'idea gli piaccia. Wilder dichiarerà, mesi dopo, "Eravamo in pieno volo e c'era un pazzo sull'aereo", chissà a chi si riferisce. Marilyn non verrà neanche invitata alla festa di fine riprese, dato che nessuno, soprattutto Curtis, la regge più.

Qualche anno dopo Wilder dichiarerà "Ne ho discusso con il mio dottore e il mio psichiatra e entrambi concordano nel dire che sono troppo vecchio e troppo ricco per ritentare la sorte con lei". Eppure i risultati finali sono due commedie da manuale del cinema che ancora oggi attraggono nuove generazioni. I pregi sono ovviamente di entrambi, della bravura nella scrittura e nella regia di Wilder e nella presenza e nella comicità volontaria o no di Marilyn. Direi quindi che lo scontro non può che finire in una onesta parità.
Che io sappia, tra di loro non ci fu più nessun rapporto, sia personale, sia lavorativo, (anche perchè Marilyn morirà pochi anni dopo) ma vi fu un ultimo tentativo di riunirli. Matt Malneck, compositore delle musiche di A qualcuno piace caldo, andò a New York dopo le riprese per far registrare una canzone che era rimasta fuori durante la produzione a Marilyn. Dopo il lavoro andarono a mangiare fuori e Matt, che riteneva il litigio tra loro ridicolo, prese un telefono e compose il numero di Wilder, poi diede il ricevitore a Marilyn.
M: "Pronto Audrey (moglie di Wilder) c'è Billy?"
A: "No, è ancora fuori."
M: "Appena lo vedi puoi dargli un mio messaggio?"
A. "Ma certo Marilyn, dimmi."
M: "Digli di andare a fanculo."
Silenzio.
M: "E i più sinceri e affettuosi saluti a te Audrey."
Fine.


Nella prossima puntata: miss Margarita Carmen Cansino, la contessa scalza.

giovedì 14 giugno 2012

Molto forte incredibilmente vicino di Stephen Daldry

New York e soprattutto i suoi abitanti hanno la fama di essere snob, strafottenti, cafoni e chi più ne ha più ne metta. Anzi, più esplicitamente, è parere comune eleggerli i più stronzi sul pianeta. Perchè a New York solo il più forte sopravvive, perchè a New York si è in troppi e lo spazio è poco, perchè New York te la devi meritare etc... Eppure dopo l'attacco alle torri gemelle, quell'11 settembre di quasi 12 anni fà, qualcosa cambiò. Non un cambio radicale, non passarono di colpo a essere i più bravi e caritatevoli esseri del pianeta terra, ma si sentirono colpiti, tutti. Chi direttamente, con la perdità di un familiare, o chi indirettamente per quello che vedeva ogni giorno sul volto di amici o conoscenti o semplici estranei. E quella terribile tragedia servì da collante, un sentimento fortissimo legò tutti, tanto da farli comunicare di più tra loro e conoscersi, anche solo raccontandosi le proprie storie, i propri dolori ( a tal proposito c'è una bella scena nel film "The guys" dove una donna racconta che nelle azioni che compiva ogni giorno non aveva mai scambiato parola con commercianti o passanti, ma dall'11 settembre in poi le cose cambiarono, come ad esempio il fruttivendolo che le augura buona giornata, qualcosa di incredibile fino al giorno prima).
 Il libro di Safran Foer (che non riesco a leggere per motivi personali (sono molto scosso ancora oggi e sono molto legato a New York)) racconta di tutto questo tramite una metafora. Oskar è un bambino vivace e intelligente seppur pieno di complessi, molto legato al padre che lo coinvolge in ricerche affascinanti e giochi di parole, enigmi. Purtroppo perderà il genitore nel tragico attentato al World Trade Center. Dopo un anno di dolore, per caso ritrova una chiave, nascosta in un vaso. Una chiave semplice, senza etichette, nomi, segni particolari. E' contenuta in una piccola busta, con un nome, Black. Oskar, che già prima veniva spronato dal padre a conoscere le persone, a parlare, a vincere le proprie paure, inizia la ricerca metodica di chi sia questo Black. Crea una lista di tutti i Black di New York, in tutti i 5 distretti. 470 nomi, 216 abitazioni, 104 zone. Ogni sabato parte alla ricerca, tre per volta, per molti mesi.
Ma gli estranei e la comunicazione interpersonale non sono gli unici problemi di Oskar. Le sirene delle ambulenze, i forti rumori, gli aerei e qualsiasi cosa che vola, la metro, i ponti, i mezzi pubblici, i telefoni che squillano, le persone che urlano, gli ascensori, gli edifici alti, lo impietriscono. Tutti ricordano quella giornata, quella tragedia, quella perdita. E come può muoversi nella enorme città americana senza dover affrontare quasi tutte queste cose? E così nonostante sia morto da un anno, suo padre, lo sta aiutando ancora a fargli vincere tutte le paure, compresa quella di andare su una semplice altalena. Percorrerà ponti, salirà ascensori, prenderà la metro.
Un aiuto inaspettato verrà da una persona, un anziano affitturario della nonna di Oskar, muto in seguito a un trauma. Il vecchio, avrà bisogno di mezzi pubblici, incapace di camminare a lungo nelle lunghe ricerche in cui si è offerto di dare una mano.
A questo punto, la chiave non ha nessuna importanza, e il ricordo del padre (quegli 8 minuti che rimangono) è vivo più che mai e non più doloroso.
 Un film forte, su un dramma ancora fresco e comune, che colpisce duro senza troppe difficoltà ma senza per questo cercare delle facili lacrime. Gioca a carte scoperte, il suo intento è facile da capire, eppure nonostante questo, riesce a commuovere, e questo è un grande pregio. Il tono leggero, dato dai personaggi e dai dialoghi della prima parte, rende il boccone meno amaro di quello che può sembrare. Dei tre atti canonici, il più leggero è quello centrale, quasi spensierato, un viaggio nella favolosa New York e i suoi abitanti. Il resto, l'inizio e la fine, sono dei pugni ben assestati e il dolore e l'efficacia dipendono solo dalla vittima. Quarta regia per Daldry e quarto ottimo risultato.

Voto 7

Extra extra: Il Monco è stato sul set di codesto film, ma non lo vedrete.

Il Monco.