domenica 1 dicembre 2013

La mafia uccide solo d'estate di Pierfrancesco "Pif" Diliberto

Nelle sale dal 28 novembre.
Premio del pubblico al Torino Film Festival.

Lo vedete quel ragazzo li? Si chiama Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, e fin da piccolo ha avuto un sogno: fare cinema. Dopo la laurea riesce a diventare assistente alla regia di un mostro come Franco Zeffirelli durante la lavorazione di Un tè con Mussolini e successivamente consiglia e assiste Marco Tullio Giordana per il film sulla mafia e sulla sua Sicilia, I cento passi. Nel frattempo si trasferisce stabilmente a Milano dove diventa autore televisivo per Mediaset abbandonando momentaneamente la settima arte. Scrive qualcosa per programmini presto dimenticati ed infine approda a Le Iene, prima, ancora come autore e poi come inviato, per cui finalmente riusciamo a vederlo in faccia e grazie a sketch come Il milanese a Palermo, ottiene fama e la simpatia del pubblico.
Paradossalmente, inizia a fare "La Iena" proprio quando molla la trasmissione e si mette in proprio, realizzando Il Testimone, una serie di semi documentari dove è regista, sceneggiatore, interprete, cameraman, tecnico, etc... ognuno riguardante un particolare tema della società, dall'omosessualità, alle carceri, alla mafia. E' un giornalismo d'inchiesta light, come lo ha definito Aldo Grasso, perfetto per un pubblico giovane. I reportage di Pif sono accurati e precisi, ma non mancano mai di intrattenere ed emozionare. Un metodo perfetto per avvicinare i giovani, il pubblico di MTv che trasmette le puntate, a temi molto importanti non ultimo quello della politica con la campagna Io voto.
Con una fama sempre più crescente, Pif diventa "attore" o dovremmo dire comparsa in due cose (opere non mi viene) molto diverse. Prima è negli attori di sfondo in una puntata di Un posto al sole (a cui dedica una puntata de Il testimone) e poi ricopre un piccolo ruolo in Pazze di me di Brizzi. Questo lo riavvicina al cinema ma soprattutto convince MTv (e altri) ad affidargli un discreto budget per coronare quel sogno: fare un film tutto suo. E sono anni che ce l'aveva già tutto in testa...
La mafia uccide solo d'estate è una storia d'amore continuamente interrotta dalla mafia. Protagonista è Arturo Giammarresi, nato per sua sfortuna o no, a Palermo negli anni 70. Fin dalla sua procreazione si ritrova a che fare con Cosa Nostra, presenza costante e neanche tanto nascosta nel capoluogo siciliano. Il piccolo Arturo innamorato di Flora, figlia di un banchiere, non riesce mai a confessarle cosa prova per lei perchè sempre interrotto da un attentato mafioso o peggio. Trova consigli e aiuto nella figura del presidente del consiglio, il democristiano Giulio Andreotti, suo idolo indiscusso. Ma proprio quando riesce a portare la sua amata al cimitero -su consiglio appunto di Andreotti- scopre che lei si trasferirà in Svizzera. Così per anni non la rivede più e nel frattempo intraprende la carriera, fallimentare, di giornalista. Un lavoro che lo porterà a re incontrare proprio Flora, divenuta prima assistente del parlamentare DC e braccio destro di Andreotti, Salvo Lima. Ma la mafia si metterà ancora di mezzo.
Il film si divide così in due parti. La prima con l'infanzia di Arturo e una seconda più corta con l'Arturo cresciuto e interpretato da Pif stesso. Partiamo chiaramente dalla prima.
La Storia italiana vista attraverso gli occhi di un bambino, che come tutti i suoi coetanei non capisce certe dinamiche, e si fida degli adulti, che lo tranquillizzano sulla mafia, dai concittadini "La mafia? Ma che...fanno più morti le fimmine o gli infarti", al parroco locale "la mafia non esiste", fino al padre, che oltre a dire la frase titolo del film paragona la mafia ai cani "basta non dargli fastidio e non ti fa niente". Un bambino che trova come modello di vita Andreotti, simbolo dello stato, delle istituzioni, di quegli organi che ci dovrebbero difendere dai criminali, e che scoprirà presto la verità su molti "statisti dal cuore d'oro". D'altronde solo agli occhi di un bambino o a chi "niente vidi, niente sacci" Andreotti potrebbe sembrare un santo (a tal proposito, peccato che sia morto prima del film. Non lo avrebbe visto ma chissà cosa ne avrebbe pensato). L'amico degli amici, quello che preferiva i battesimi ai funerali e quello che non vedeva un vero e proprio pericolo mafioso in Sicilia, bensì in regioni come Campania o Calabria.

Sempre attraverso l'innocenza e l'umorismo di un bambino, Pif non le manda a dire, specialmente a uno stato che ha letteralmente mandato al massacro alcuni dei suoi uomini. Emblematica in questo senso la scena dove Arturo va a intervistare Dalla Chiesa. A un primo livello ci fa ridere questo intrufolamento del piccolo in un palazzo così importante, tra stanze enormi e vuote e "pochi poliziotti senza cappello", ma poi ci rendiamo conto di come lavorassero i vari Giuliano, Chinnici, Aparo, Falcone, Borsellino e appunto Dalla Chiesa, senza nessuna protezione vera e propria dallo stesso stato di cui sono fieri dipendenti, e alla risata subentra l'indignazione, la rabbia.
Un continuo mix di simpatia e fatti nudi e crudi che sconquassano lo spettatore, indeciso se poter ridere o rimanere serio, tra gag e battute (-E' andata in Paradiso - No, in Svizzera. O il poster in camera di Andreotti e il vestito a carnevale) e pugni allo stomaco.
E nel frattempo distrugge piano piano la mafia, la ridicolizza, rende Riina e i suoi picciotti, delle maschere ignoranti e infantili, ma violente e vendicative. Non fate paura a nessuno grida orgoglioso Pif.
Nella seconda parte invece il film deve abbassarsi inevitabilmente agli schemi della commedia romantica. Situazioni piene di incomprensioni, battutine e battutacce, si gioca molto sulla goffaggine di Arturo, ma ecco, se potevano funzionare da bambino, funzionano meno quando dette e interpretate da adulti. Si sconfina nel territorio della becera commedia all'italiana dell'ultimo periodo.
Ma! c'è un grosso ma. Ma La mafia uccide solo d'estate, continua comunque con lo stile del primo tempo, continua a emozionare e informare e soprattutto mette un doppio finale commovente. Il primo con il bacio tra i due protagonisti in un'occasione non lieta, un funerale (ma d'altronde Andreotti parlava di cimitero) di stato, che simboleggia anche l'apertura degli occhi di entrambi, soprattutto di Flora, e di un intero paese, sia inteso come Palermo che come Italia.
E il secondo con una sequenza a camera a mano per le strade di Palermo, e un ricordo sentito e straziante di tutte quelle persone che hanno perso la vita nella lotta alla mafia. Una sequenza perfetta di chiusura e non, un pianto liberatorio che arriva dopo tante risate e tanta indignazione. In un sol colpo cancella tutte le imperfezioni e le critiche che la seconda parte raccoglie e annichilisce lo spettatore.
Non potrei essere più contento per Pif. Non solo perchè ha centrato il suo sogno -che probabilmente non bisserà mai, ma poco importa- ma perchè è riuscito a non svendersi. Seppur un po' obbligato a seguire le strutture e le logiche della commedia sentimentale romantica, quello che rimane su schermo è puro Pif. Per noi che lo amiamo e lo seguiamo da tempo, è bello rivedere tante sue care tematiche come i dolci palermitani (le iris di Boris Giuliano), unici e i migliori d'Italia, la sua sbadataggine con le ragazze e il suo irrefrenabile amore per esse e poi chiaramente l'inchiesta ma sempre con leggerezza e umorismo, completata da un finale, come spesso accade nelle sue testimonianze,  carico di emozioni in cui è difficile non versare almeno una lacrimuccia. 
Pif ha sfidato la mafia e ha vinto (premiato a Torino dal pubblico), l'ha scherzata e senza paura di ritorsioni ("Se mi minacciano, lo userò per il marketing"), è tornato a parlarne in un paese dove ancora oggi è taboo, è andato a girare a Palermo senza pagare un centesimo di pizzo, pratica obbligatoria per i registi. E ci ha fatto uscire dalla sala commossi e divertiti. Grazie Pif e chapeau! come direbbe Jean-Pierre, ma anche "Ca film sticchioso" come si direbbe a Palermo.

* Tutto questo mentre Mediaset continua a proporre fiction come L'onore e il potere, Il capo dei capi, Il boss di sta minchia che celebrano platealmente la mafia. Mediaset che è di quel signore, il cui governo diceva di combattere la mafia come nessuno mai prima. 

2 commenti:

  1. Marco Desideri1 dicembre 2013 22:57

    Grande recensione. Avevo qualche dubbio sull'andare a vederlo, ma me l'hai tolto.
    Avevo tanta paura della parte "commedia romantica", non volevo rimanere deluso visto l'amore che ho per il Testimone.

    RispondiElimina